ELEZIONI INGLESI E PREMIER LEAGUE, RELAZIONI PERICOLOSE

Champions League - Chelsea vs. Paris St GermainLe domeniche di pioggia si prestano alle attività più inutili, quelle che ci danno le maggiori soddisfazioni.

Trascinato dal mio figliolo, seguo ultimamente la Premier League, oltre allo scalcinato campionato italiano, dove l’ Inter traccheggia. Una domenica pomeriggio – il tuono teneva me ed il cane al chiuso – mi sono detto: “se devo tifare per una squadra inglese, voglio almeno che sia di destra”. Una riflessione che prima o poi nella vita, credo, capita a tutti di fare.

Fresco di elezioni britanniche, che ho seguito con composta soddisfazione, sono andato a controllare collegio per collegio il voto delle città presenti in Premier League. Ne ho tratto una lezione di geopolitica e quant’altro, che mi piace condividere con voi.

In Inghilterra (non si parla di tutto lo UK) Cameron ha vinto secco: dieci punti di vantaggio sui Laburisti. Mi avvicino però cauto all’impresa: si sa che le città del Nord, spina dorsale del campionato, sconvolte e risanate dal ciclone Thatcher 30 anni fa, ricordano, ingrate, più la cura dolorosa che la salute ritrovata. Qui nasce il lagrimoso mito operaista propagandato con sapienza e malizia da Ken Loach e altri registi in cerca di facile bottino festivaliero.

Il tour inizia, noblesse oblige, a Liverpool e Manchester. Quest’ultima diede il nome al liberismo anglosassone e fu a lungo il regno elettorale di Winston Churchill: ebbene, incredibile a dirsi, oggi i laburisti, pur malconci, qui sfiorano il 70 % dei voti contro il 10-15% (in alcuni collegi, il 6%) dei conservatori. Cominciamo bene!

Continuiamo. Non solo la proletaria Sunderland, che scacciò a pedate il simpatico parafascista mister Di Canio, ma anche la suggestiva Nottingham, famosa per lo sceriffo e per il glorioso Nottingham Forest, nonché la Leicester dove giganteggia Estebàn Cambiasso, eleggono solo, e a mani basse, deputati laburisti. Un seggio a Sunderland, quattro a Nottingham, tre a Leicester: tutti, tutti, tutti laburisti.

Così anche la romana Newcastle, la Southampton dei cantieri, e la rivierasca Swansea: unicamente e solo laburisti, una decina in tutto. E le piccole, West Bromwich, Burnley, lo Stoke City di Stoke on Trent,  Kingston upon Hull dove arranca lo Hull City ? Almeno uno, uno solo, eletto conservatore ? Niente, zero: laburisti, laburisti, laburisti, nemmeno uno sfigatissimo liberale. Chi tifasse poi Aston Villa, come Cameron appunto e (pare) il principe Andrea, finirebbe a Birmingham: bum! sei deputati, sei laburisti.

La nostra ultima speranza sono le squadre londinesi (Chelsea, West Ham, Arsenal, Tottenham, Crystal Palace). E’la città di Boris Johnson, popolare sindaco conservatore, cross fingers…

Tottenham e West Ham sono collegi elettorali: sarebbe stato meglio di no. Anche qui Laburisti al 70% ! Il West Ham in effetti è la zona, e la squadra, degli scaricatori di porto: camalli…

Ultima spes, rimane Chelsea, non proprio un quartiere proletario. Alleluia! Il Chelsea ha vinto il Campionato, e a Chelsea hanno vinto i Conservatori ! Sarà contento anche Mourinho, che pare sia un po’ più a destra di Attila. Un unico eletto, ma almeno di peso.  Fine della parte aneddotica.

Questa strana statistica, qualcosa come quaranta deputati  a uno, non può essere una curiosa coincidenza, né il riflesso di una perversa tendenza progressista degli amanti del pallone. Si tratta invece di una tendenza elettorale più profonda e significativa.

Le squadre di calcio sono, necessariamente, squadre di città, e in tutta Europa, e ancor di più negli USA, succede questo: città a sinistra, campagne a destra.

In Italia il fenomeno  è oggi evidentissimo:  tolte Venezia, Trieste e Perugia, tutti i capoluoghi di Regione sono in mano alla sinistra (e Venezia e Perugia lo sono stati d’abitudine).

In Europa, l’è istess. Benché negli ultimi quindici anni gli europei abbiano votato, a livello paese, assai più a destra che a sinistra, oggi, tranne che per l’exploit di Boris Johnson a Londra, dopo la caduta di Madrid e Barcellona non c’è più nel continente una sola grande città in mano ai conservatori. In Germania, non solo Berlino, Amburgo e Francoforte, ma la stessa Monaco di Baviera, regione ultraconservatrice, è da decenni saldamente in mano ai socialdemocratici. In Francia, dal dopo Chirac Parigi è persa, resiste solo Lione in mano all’ottimo Alain Juppè, e Marsiglia dove regna la politica locale. Vienna è feudo socialdemocratico da sempre, così come Bruxelles, Amsterdam e quasi tutte le capitali del Nord.

Il paradosso è ancora più evidente negli USA. Se i Governatori degli Stati sono per due terzi repubblicani, i sindaci delle grandi città sono pressoché tutti democratici, anche negli stati più di destra:  si pensi che in Texas sono democratici i sindaci di Atlanta (dal 1942!), Houston (una sindachessa sposata con una moglie), Dallas, San Antonio, Austin ed El Paso. Persino in Utah, dove il GOP ha percentuali bulgare, il sindaco di Salt Lake City è da decenni democratico. E’ curioso guardare, alle elezioni presidenziali, l’effetto cromatico di come votano gli americani: piccole isole blu (democratiche) negli “urban districts”, annegate in una mare di rosso nelle realtà suburbane e rurali, anche negli Stati ultraprogressisti come California, Vermont e Maine, dove i suburbs e le campagne sono saldamente repubblicane.

Le città a sinistra, le campagne a destra. C’è una ragione, anzi più di una. Immigrati e minoranze etniche stanno in città, non in campagna, così come gli impiegati pubblici e la borghesia  intellettuale “radical chic” (non di rado mantenuta essa stessa dal big business che ruota intorno allo Stato). Ci stanno gli studenti, purtroppo in media ancora più schierati a sinistra dei loro genitori, insomma tutte le “constituency”, come oggi si dice, che si riconoscono in maggioranza nel paradigma progressista.

In campagna invece ci sta maggiormente la gente tranquilla che vive del suo, pensionati moderatamente agiati, persone più legate ai valori del “mondo della vita” che a quelli propagandati dagli intellettuali. Due mondi che si allontanano sempre più, pare.

Morale e fine del discorso. Anche se i tempi della urbanizzazione crescente sono finiti, se la destra vuole avere un futuro è però indispensabile che impari a parlare meglio alla parte sana dei “topi di città”: gli immigrati di seconda generazione che davvero lavorano (molti, molto), i giovani in cerca di ideali e non solo di lavoro, i professionisti che non sopportano il linguaggio banale e volgare alla Salvini, le giovani mamme preoccupate per l’ambiente. La destra deve riconquistare qualche città, anche perché se no per chi tifiamo?

3 comments for “ELEZIONI INGLESI E PREMIER LEAGUE, RELAZIONI PERICOLOSE

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