LE VERITÀ NASCOSTE DI HILLARY CLINTON

secretaryclintonheadshot2 luglio 2015

Martedì sera il dipartimento di Stato americano ha pubblicato tremila delle email scritte da Hillary Rodham Clinton nel 2009 durante il primo anno del suo mandato come segretario di Stato.

Per quanto si tratti di un numero irrisorio (il totale delle email ammonta a cinquantacinquemila, senza poi contare che molte sono state inquietantemente cancellate, in quanto presunta ‘corrispondenza personale’), si tratta comunque di una testimonianza interessante, per cercare di capire meglio la pregressa attività della Clinton ai vertici amministrativi statunitensi.

E non si tratta certo di mero pettegolezzo o di dettagli biografici secondari.

Tanto più se si considera il tutto alla luce dell’attuale campagna elettorale, che notoriamente vede l’ex segretario di Stato come il candidato più forte per la conquista della Casa Bianca.

Al di là infatti di alcune note di colore più o meno rilevanti (dai problemi con i fax e le stampanti alle richieste di gelato), dalla lettura di questi documenti si evincono alcuni elementi di particolare interesse che non a caso la stampa americana (New York Times in testa) sta in queste ore passando sotto la lente di ingrandimento.

Anche perché è fatto ormai assodato che – nell’ambito dell’attuale campagna elettorale – Hillary consideri il quadriennio alla segreteria di Stato più come un ostacolo che come un merito da sbandierare (in forza dei non pochi disastri compiuti): e queste mail contribuiscono a gettare una nuova (e angosciante) luce sul suo operato in quel frangente.

In primo luogo, da diversa corrispondenza emerge un chiaro senso di inadeguatezza.

Come ha riportato ieri Peter Baker sul New York Times, pare che la Clinton nel corso del 2009 si sia sentita particolarmente sola e di fatto abbandonata da Obama: un Obama ancora in collera con lei per lo scontro in occasione delle primarie democratiche pochi mesi prima e dunque restio a fidarsi di colei che era stata la sua principale avversaria.

La Clinton si è dunque lamentata a più riprese di questa situazione, asserendo che un simile comportamento avrebbe gravemente nuociuto al suo ruolo di segretario di Stato.

Addirittura Hillary si sarebbe rifatta all’esempio storico di un suo illustre predecessore in quel ruolo, Henry Kissinger: lamentandosi del fatto che – mentre quest’ultimo abitualmente aveva colloqui quotidiani con Nixon – lei fosse invece costretta a incontrare il presidente sì e no una volta a settimana.

E – a ben vedere – l’esplicito riferimento a Kissinger fa riflettere almeno su due punti.

Innanzitutto è chiaramente da intendersi come una critica ad un Obama ostile: un Obama che pare puntasse a metterle i bastoni tra le ruote, altalenando tra sfiducia e vendetta.

Ma – in secondo luogo – potrebbe rivelare anche dell’altro: notoriamente Hillary Clinton ha un carattere che definire ‘particolare’ è semplicemente un eufemismo.

Chi la conosce privatamente sostiene difatti che non si limiti ad essere una donna rancorosa e paranoica ma che sia costantemente mossa da una parossistica (e quasi fanatica) sete di rivalsa: una sete di rivalsa che è venuta man mano crescendo negli anni, alimentata dai suoi costanti fallimenti e intralci (dal naufragio della riforma sanitaria a lei affidata da first lady, allo scandalo sexgate, dai suoi fratelli rubagalline, alla sua inutile attività senatoriale per arrivare infine ai disastri da segretario di Stato).

In tal senso, si evince come il riferimento a Kissinger evidenzi psicologicamente un chiaro tentativo di emulazione.

Piaccia o no difatti, Henry Kissinger nell’immaginario collettivo rappresenta forse il più grande, potente e celebre segretario di Stato della storia statunitense: una sorta di icona politica, la cui capacità e forza la Clinton ha evidentemente cercato di imitare per trovare anche lei il proprio glorioso posto nella Storia (ma con scarsi risultati, a ben vedere).

Un atteggiamento che – per quanto segnato da minor parossismo – coinvolgerebbe lo stesso attuale segretario, John Kerry: il New York Times ha difatti recentemente ipotizzato che la sua smania di concludere l’accordo nucleare con l’Iran sia dettata proprio dalla volontà di essere ricordato nei libri di storia.

Come che sia, il riferimento a Kissinger da parte della Clinton non può che spiegarsi psicologicamente in termini di emulazione del personaggio e del suo ruolo: non certo in termini programmatici, visto che, da segretario di Stato, Hillary ha portato avanti una politica di ‘interventismo umanitario’ che del realismo kissingeriano non aveva proprio nulla.

Una volontà di emulazione, di riconoscimento storico (coniugata a manie di persecuzione), che non promette nulla di buono in un eventuale accesso clintoniano allo Studio Ovale.

L’America ha già avuto un presidente paranoico, Richard Nixon, e si è visto come è andata a finire.

Con la differenza che Nixon era un politico di razza, un accorto e pragmatico realista, un formidabile negoziatore, capace di scegliersi collaboratori in gamba e soprattutto un uomo dotato di un raffinatissimo fiuto geopolitico (la distensione con la Cina di Mao lo dimostra).

Hillary, dal canto suo, va forte nelle parole.

Sui fatti invece, ci sarebbe qualcosa da dire (vedi i capitoli ‘Bengasi’ e ‘Primavera Araba’).

Ma dalle email recentemente pubblicate emerge anche un ulteriore elemento che sta non a caso interessando la stampa americana: l’inquietante ombra di Sidney Blumenthal sull’attività di Hillary nel 2009.

Già consigliere in materia di comunicazione e pubbliche relazioni di Bill Clinton alla fine degli anni Novanta, Blumenthal fu tra i suoi principali difensori durante lo scandalo sexgate.

Schieratosi poi prontamente con Hillary in occasione delle primarie del 2008, la Clinton volle dunque ricompensarlo, nominandolo proprio consigliere, una volta acquisita la carica di segretario di Stato.

Peccato che Obama non ne volle sapere, rinfacciandogli di essere stato artefice di una virulenta campagna mediatica contro di lui: quindi la nomina fu bloccata.

Ebbene, dalle email pubblicate emerge come Blumenthal abbia inviato una cospicua quantità di corrispondenza alla Clinton, consigliandola sui temi più disparati (dalla politica estera alle problematiche ambientali): una presenza costante, assidua, a tratti soffocante che sta mettendo in imbarazzo l’establishment di Hillary in questi giorni.

Consiglieri e addetti stampa si sono affrettati ad affermare che si trattasse di consigli non richiesti ma le risposte della Clinton a quei messaggi evidenziano comunque confidenza e gratitudine.

Che si sia trattata di un’eminenza grigia in grado di manipolare una delle figure amministrative più potenti della politica americana è forse ancora troppo presto per dirlo.

Ma che si sia trattata di un’ingerenza non approvata dal presidente, questo è palese.

Le email pubblicate mostrano dunque un’amministrazione (quella Obama 2008) dilaniata da una guerra intestina: una guerra alimentata da velenosi grovigli politici.

Una guerra di invidie e rancori che si è poi riverberata in una foreign policy traballante e – a tratti – contraddittoria.

Ma – al di là della storia recente – queste email esprimono un monito per il futuro: mostrando una Hillary Clinton debole, indecisa, impotente nella sua smaniosa brama di successo politico-istituzionale.

Una Clinton fragile, sola, in cerca di legittimazione storica e inquietantemente attenta a influenze esterne: disposta, cioè, a farsi dettare la linea da personaggi non graditi all’amministrazione di cui era parte.

Un monito che si staglia come un’ombra sul cammino della potente front-runner democratica.

Perché un presidente senza risoluzione è un presidente debole.

E gli Stati Uniti non possono permettersi la debolezza.

Non più.

Da: www.dissensiediscordanze.it

5 comments for “LE VERITÀ NASCOSTE DI HILLARY CLINTON

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