LA CORTE SUPREMA E LE UNIONI GAY: SE IL GOP VUOLE TORNARE A VINCERE

corte_suprema-usa26 giugno. Con cinque voti a favore contro quattro, la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha riconosciuto la legittimità delle unioni omosessuali a livello federale, abolendo così definitivamente il divieto legislativo mantenuto da diversi Stati.

La sentenza ha letteralmente scatenato un putiferio, destinato a riverberarsi profondamente nel dibattito politico americano e – a maggior ragione – nella disfida elettorale per le presidenziali del 2016.

Le implicazioni di questo evento non sono difatti poche.

Innanzitutto il dato fondamentale risiede evidentemente nel fatto che questa sentenza è stata emessa esattamente all’indomani di un altro storico pronunciamento della Corte: la riconferma dell’Obamacare, che – per la seconda volta – i repubblicani avevano tentato di smantellare attraverso un ricorso che puntasse a dimostrarne l’incostituzionalità.

Per quanto nel caso del same sex marriage la maggioranza dei giudici a favore sia stata decisamente più risicata, si tratta comunque di una sentenza storica che – facendo il paio con l’altra – offre indubbiamente alla compagine liberal un fattore di profondo ricompattamento ideologico-politico, proprio in un momento in cui il partito democratico sembrava più che mai spaccato (a causa delle estenuanti trattative al Congresso sul TPP).

Un partito che dunque si ricompatta ideologicamente dietro a un presidente che rafforza indubbiamente la propria posizione politica e d’immagine, vedendosi legalmente riconosciuti due suoi fondamentali cavalli di battaglia: una riforma sanitaria per cui fu eletto nel 2008 e un appoggio al same sex marriage che manifestò a partire dal 2012, alla soglia della sua rielezione.

La stessa Hillary Clinton ha prontamente celebrato le ultime due sentenze, appropriandosene ideologicamente con un grado non indifferente di faccia tosta.

Eh sì, perché per quanto difetti di capacità ed effettiva esperienza, una caratteristica di certo non le manca proprio: una cospicua dose di opportunismo, visto che durante le primarie del 2008 si oppose alla riforma sanitaria di Obama e che fino a sei mesi fa la sua posizione sul same sex marriage fosse sostanzialmente in linea con quella del GOP: appoggiando l’idea, cioè, che su tale questione dovessero essere i singoli Stati a decidere e che non si potesse imporre – calandola dall’altro – una legge federale.

Poi tutto è improvvisamente cambiato quando ha capito che i voti della sinistra liberal erano necessari per vincere: al che ha prontamente abbandonato il proprio moderatismo, abbracciando una linea programmatica in salsa Elizabeth Warren (sua acerrima nemica).

Un opportunismo che tuttavia in politica è utile e bisogna quindi riconoscere come – nelle ultimissime settimane – la front runner democratica abbia imboccato una strategia efficace che – se non tempestivamente contrastata – con molta probabilità le permetterà di accedere allo Studio Ovale.

I repubblicani, dal canto loro, appaiono invece in crisi, profondamente divisi nell’ambito di una corsa elettorale che si fa chiaramente sempre più in salita.

Da una parte la compagine ultraconservatrice del partito sta alzando vigorosamente la voce, attuando una serie di virulente proteste contro l’ultima sentenza della Corte.

Diversi candidati presidenziali hanno difatti espresso il proprio dissenso.

Il senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, ha tacciato il pronunciamento di minare alla base i principi fondanti e coesivi della società americana.

L’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, ha invece difeso l’autonomia dei singoli Stati, considerando la sentenza come un’intimazione federale che molto ricorderebbe – guarda caso – le imposizioni centralistiche dell’impero britannico.

Su una linea simile si colloca poi il governatore del Wisconsin, Scott Walker, il quale evoca la necessità di un Emendamento costituzionale per tutelare la libertà dei singoli Stati sul provvedimento.

Una compagine conservatrice che promette dunque di salire sulle barricate e che sta evidentemente cercando di mettere all’angolo gli esponenti più moderati del GOP, Marco Rubio e – soprattutto – Jeb Bush.

Convinto da sempre che l’elefantino possa riconquistare la Casa Bianca soltanto allontanandosi dal radicalismo dell’estrema destra, il cattolico Bush ha non a caso commentato la sentenza, asserendo di essere contrario a quanto stabilito dalla Corte ma ha al contempo invitato al rispetto degli altri e ad evitare discriminazioni.

Una posizione, giudicata alquanto blanda dalle fazioni della religious right, le quali lo stanno attaccando, tacciandolo di essere troppo schierato a sinistra.

Nella fattispecie, come riporta Politico, diversi conservatori in queste ore stanno muovendo pesanti critiche a tutta la dinastia Bush, in particolar modo all’ex presidente George Walker, in quanto fu colui che nominò John Roberts a capo della Corte Suprema nel 2005: quello stesso Roberts che da anni emette sentenze (basti pensare a quest’ultima) in linea con la sinistra e sempre più lontane dall’universo conservatore.

Per tale ragione la figura di Roberts è diventata bersaglio di ampie frange del partito repubblicano, da chi lo accusa di essere un traditore a chi un opportunista: e in alcuni ambienti circola addirittura la voce che sia sotto ricatto.

Se difatti il libertarian radicale Wayne Root si limita a generiche supposizioni, alcuni siti di destra (come Mr.Conservative.com) sospettano che l’amministrazione Obama avrebbe minacciato di sottrargli un figlio, adottato nel 2000 in circostanze poco chiare.

Come che sia, la bufera che i conservatori stanno scatenando su Roberts in queste ore sta colpendo conseguentemente l’intera dinastia Bush e – nella fattispecie – lo stesso Jeb.

Jeb che ha poc’anzi dichiarato di essere contrario alle ultime sentenze ma di nutrire al contempo rispetto e stima per il giudice nominato dal fratello.

Tuttavia, al di là delle polemiche e dei problemi tecnico-costituzionali, il problema è decisamente di natura politica.

E’ difatti chiaro – come abbiamo visto – che queste due sentenze non possano che giocare un ruolo fondamentale a favore della corsa elettorale di Hillary Clinton e che i repubblicani al momento risultino in profondissima crisi ideologica, con il costante rischio di spostarsi sempre più a destra e alienandosi dunque il voto moderato e giovanile.

Gli eventi degli ultimi giorni hanno messo il GOP all’angolo e riuscire a recuperare terreno non sarà facile.

E ad oggi, le probabilità che possa essere in grado di riconquistare la Casa Bianca appaiono oggettivamente poche.

Tanto più se la campagna elettorale dovesse incentrarsi sulle questioni di politica interna.

Sul tema dei diritti civili difatti è difficilissimo che il GOP possa guadagnare consensi: occorrerebbe una rivoluzione ideologica radicale e il tempo è poco.

Sulle questioni sociali poi anche la strada è in salita, per quanto maggiormente praticabile: candidati moderati come Bush e Rubio hanno programmi su sanità e immigrazione piuttosto aperti e inclusivi, benché debbano comunque fronteggiare un’opposizione interna fortissima e la concorrenza di un asinello che ha fatto negli anni della questione sociale uno dei propri vessilli più saldi.

In realtà, a ben vedere, una speranza i repubblicani potrebbero ancora averla.

La politica estera.

Obama – alla luce di queste due sentenze – può difatti vantare alla fine una serie di successi interni (cui potrebbe aggiungersi quello ideologicamente controverso sul TTP) e Hillary – lo si è visto – è sempre furbescamente pronta ad intestarsi le vittorie dell’attuale presidente.

Con simili premesse, il dibattito sulla politica interna gioca quindi a favore dei democratici.

Ma la politica estera, no.

Ed è abbastanza chiaro.

I maggiori fallimenti di Obama derivano infatti proprio dalla foreign policy.

Un Obama che nel corso del primo mandato si è allegramente dato alla guerra, nel nome di un interventismo umanitario, aizzato da Samantha Power e dalla stessa Hillary Clinton (allora segretario di Stato): un interventismo che ha portato alla disastrosa guerra in Libia, all’appoggio acritico verso la cosiddetta Primavera Araba, nonché ad un braccio di ferro con la Siria di Assad che ha prodotto come unico risultato la nascita dello Stato Islamico.

Uno Stato Islamico che ancora oggi Obama è chiaramente incapace di combattere (e difatti il presidente ha qualche giorno fa rimosso il divieto alle famiglie dei rapiti di trattare direttamente con i terroristi, della serie: cavatevela da soli!).

Un Obama che nel corso del secondo mandato ha invece prediletto un approccio di appeasement, permettendo di fatto alla Russia di papparsi l’Ucraina e intavolando un negoziato con l’Iran che sta in questi giorni letteralmente sfiorando il ridicolo: con l’ayatollah Khamenei che – ogni volta che l’accordo sembra pronto, fa saltare il tavolo dei negoziati.

Un Obama che apre a Cuba, dichiara di non voler fare più guerre e che spia mezzo mondo.

Sia ben chiaro, che gli Stati Uniti (prima superpotenza mondiale) spiino gli alleati può far gridare allo scandalo solo gli ingenui (o gli ipocriti).

Ma che si facciano scoprire – scusateci tanto! – fa ridere veramente i polli.

E sul fronte Hillary la situazione non migliora, vista la sua pessima performance come segretario di Stato, soprattutto nella guerra in Libia, nell’affare di Bengasi, nell’utilizzo delle email e nell’evidentissimo (e provato) conflitto di interessi nella gestione della Clinton Foundation.

Non sarà forse un caso che nel discorso di inaugurazione della sua campagna, tenuto due settimane fa a Roosevelt Island, si sia del tutto astenuta dal parlare di politica estera.

Davanti a una simile situazione, se il GOP riuscirà ad impostare il dibattito politico-elettorale del 2016 sulla foreign policy, è possibile che qualche chance di vittoria possa anche averla.

E difatti, nel suo discorso di Miami, Jeb ha fatto di una politica estera di stampo neocon il proprio principale cavallo di battaglia.

Ed è ad oggi l’unico candidato repubblicano che per esperienza e storia personale – al netto della pesante eredità lasciatagli dal fratello – risulti veramente credibile sul piano internazionale (come il suo recente tour europeo ha ampiamente dimostrato).

Certo, ha bisogno in primo luogo che il partito lo appoggi.

Il partito nella sua interezza.

Che lo capiscano, questo, gli infervorati esponenti della religious right che da anni spaccano sistematicamente il GOP, impedendogli di vincere alla general election!

Perché se oggi in America si emettono sentenze liberal, si minaccia il Primo Emendamento e si calpesta ideologicamente il diritto naturale in nome dell’omologazione e del politically corret, la colpa è anche di quei duri e puri dalla Bibbia facile che contribuirono nel 2008 a far perdere McCain (perché “di sinistra”) e nel 2012 Romney (perché mormone).

La politica talvolta è anche la via del male minore.

Perché è spesso nel sacrificio, che si trova la vittoria.

Da: www.dissensiediscordanze.it

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