Vladimir Putin ha un problema: si chiama Jeb Bush

Jeb-Bush-PutinStati Uniti. Le primarie del 2016 si avvicinano e nell’Eelefantino sale la tensione. Il dibattito ideologico si fa sempre più serrato, mentre cresce l’attesa per la discesa in campo di un peso massimo della politica statunitense, il rampollo di una dinastia che ha già dato ben due inquilini alla Casa Bianca: Jeb Bush.

Destinato secondo alcuni analisti a diventare il front runner dello schieramento repubblicano (colui che dovrebbe sostanzialmente rivelarsi il vero antagonista di Hillary Clinton), in realtà la sua figura suscita da tempo più di una perplessità. E questo per una serie di ragioni. Dall’appartenenza ad una famiglia potentissima e controversa, ai suoi legami con il mondo dell’alta finanza, dalle sue posizioni giudicate troppo a sinistra dalle frange conservatrici (soprattutto in tema di immigrazione) all’assenza di carisma. A tutto questo si aggiungano poi le polemiche che lo coinvolgono in questi giorni, dal momento che secondo i critici starebbe rimandando da mesi l’ufficializzazione della propria discesa in campo, proprio per continuare a raccogliere cospicui finanziamenti, senza un tetto massimo.

In virtù di tutto questo, il rampollo di Casa Bush ha deciso di passare al contrattacco. Non solo è ormai trapelata la notizia, secondo cui entrerà ufficialmente nella competizione elettorale all’inizio della prossima settimana. Ma ha anche iniziato a costruirsi uno staff di comunicazione energico che gli permetta di uscire dalla pericolosa impasse di un’immagine timida e indecisa: proprio in queste ore Jeb si starebbe circondando di strateghi giovani e aggressivi (come il trentanovenne Danny Diaz), che possano finalmente conferire alla sua figura quella marcia in più di cui pare abbia disperatamente bisogno.

Ma il problema comunicativo non è soltanto di forma. E’ anche – e forse soprattutto –  di sostanza. E questo un veterano della politica americana come l’ex governatore della Florida non può non saperlo. In tal senso va allora inquadrato il viaggio europeo che lo vedrà protagonista questa settimana: un viaggio chiaramente finalizzato ad accreditarsi quale candidato autorevole dinanzi alle cancellerie del Vecchio Continente, ma anche – in particolare – a presentare la propria prospettiva di politica estera. Quella stessa politica estera che – finita un po’ in secondo piano durante le presidenziali del 2012 – promette di tornare assolutamente centrale nel dibattito per la campagna elettorale del 2016. E d’altronde i paesi che Jeb si accinge a visitare non sembrano scelti casualmente. Si tratta difatti di Germania, Polonia ed Estonia: tre paesi che – storicamente e politicamente – non possono fare a meno di richiamare alla memoria relazioni più o meno burrascose con quello che fu il vecchio nemico dello Zio Sam: la Russia. E – in particolare – la Russia di Vladimir Putin.

Una scelta, quella di Jeb, che sembrerebbe quasi tesa a coniugare pragmatismo politico e ideologia: un miscuglio di esigenza presente e rievocazione storica, finalizzato alla riproposizione di una foreign policy energica e di primo piano, che possa finalmente lasciarsi alle spalle le pericolose titubanze di Obama. E’ evidente allora come il contrasto a Putin rappresenti il grande intento non dichiarato di questo viaggio.

La Germania di Angela Merkel è difatti notoriamente sempre stata la capofila europea dell’opposizione alle mire egemoniche putiniane nella crisi ucraina. L’Estonia e la Polonia incarnano poi una storia di profondo conflitto verso una Russia da sempre considerata come foriera di espansionismo tirannico (dallo zarismo all’Unione Sovietica).

Un atteggiamento – quello di Jeb – che si spiega del resto attraverso due principali ragioni: una di politica interna e una di natura più smaccatamente diplomatica.

In primo luogo, troviamo il dibattito statunitense sulla foreign policy obamiana: una foreign policy soprattutto dall’Elefantino tacciata a più riprese di essere indecisa e contraddittoria. Nel mirino delle critiche repubblicane è finita la distensione obamaiana attuata verso Cuba e – soprattutto –  verso l’Iran: quella che da più parti viene non a caso definita una vera e propria abdicazione da parte degli USA della loro leadership mondiale. Una serie di critiche che sono state condensate da Dick Cheney nell’ambito di un recente intervento, in cui ha annunciato l’uscita di un libro profondamente avverso alla politica estera obamiana. Una politica estera che – secondo l’ex vicepresidente – costituisce un pericolo non solo per la sicurezza statunitense ma anche per la stabilità internazionale. Una tesi, questa, che lo stesso Jeb ha fatto propria negli ultimi mesi in più di un’occasione, ribadendo costantemente la necessità per gli Stati Uniti di tornare ad incarnare una leadership mondiale che sia in grado di neutralizzare il caos geopolitico venutosi a creare in questi ultimi anni.

Per quanto dunque la critica alla foreign policy obamiana sia piuttosto comune in questo periodo all’interno del GOP, è comunque man mano divenuta centrale tra le frange vicine al neoconservatorismo, le quali stanno sempre più facendo sentire la loro voce. In tal senso, la posizione di Jeb sembra inserirsi proprio all’interno di questo universo neocon, non solo per le sue consonanze con quanto asserito da Cheney e per diverse sue dichiarazioni molto vicine alle posizioni del fratello, nonché della stessa Condoleezza Rice (che tenne a Tampa nel 2012 un discorso inneggiante all’unilateralismo). Ma anche perché alcuni mesi fa Jeb ha nominato come suoi consiglieri in politica estera membri di spicco della corrente neocon, come Paul Wolfowitz. Questo d’altronde spiegherebbe l’acceso interventismo propugnato da Jeb in questi mesi: un interventismo che trova tra i suoi bersagli – non a caso – anche quella Russia putiniana, inserita proprio dallo stesso Wolfowitz tra i paesi potenzialmente più pericolosi per l’egemonia statunitense.

La questione russa (insieme a quella iraniana e cubana) sembra stia insomma ridando linfa vitale a un neoconservatorismo che – sul punto di dissolversi dopo il disastro iracheno – sembra oggi più vivo che mai e pronto a dare battaglia in vista di una nuova scalata presidenziale: trovando proprio forse in Jeb Bush il suo nuovo rappresentante.

In secondo luogo, il viaggio di Jeb sembrerebbe presentare un intento di natura diplomatica, quasi il tentativo di creare un vasto fronte europeo che possa – per così dire – spalleggiarlo durante la corsa presidenziale del 2016: una strategia che d’altronde alcuni suoi rivali hanno già attuato (si pensi al governatore del Wisconsin, Scott Walker).

Questo contribuirebbe a spiegare d’altronde la scelta della Polonia come tappa del suo tour: oltre a trattarsi – come detto – di un paese tradizionalmente anti-russo infatti, essa è stata tra i principali alleati di George Walker nella “Coalizione dei Volenterosi” (anzi, proprio dell’alleanza con la Polonia quest’ultimo si fece forte durante un dibattito presidenziale contro John Kerry nel 2004). Se a ciò poi aggiungiamo che Jeb è di dichiarata fede cattolica, questo non può che giovargli in uno stato storicamente fedele alla Chiesa di Roma.

I grattacapi per Jeb sembrano esserci invece per quel che riguarda la Germania, la quale – pur venerando la figura di Bush senior per il suo impegno anti-sovietico –  non ha tuttavia mai mostrato eccessiva simpatia per l’unilateralismo di George Walker: la trionfale accoglienza riservata a Obama nell’estate del 2008 a Berlino esemplificava d’altronde più un rigetto dell’allora presidente repubblicano, che un sostegno al giovane senatore democrat dell’Illinois. L’opposizione a Putin potrebbe allora rivelarsi uno strumento di convergenza con la politica estera tedesca, inaugurando un nuovo corso nei rapporti tra Berlino e la famiglia Bush, per quanto la strada da percorrere sia obiettivamente stretta: giacché l’opposizione a Putin sarebbe comunque figlia di quello stesso unilateralismo neocon che i tedeschi non hanno mai digerito.

Come che sia, un’eventuale amministrazione neoconservatrice targata Bush potrebbe modificare non poco le relazioni tra Stati Uniti e Russia. Se torniamo difatti alla presidenza di George Walker, possiamo constatare come i rapporti con Putin non fossero propriamente idilliaci (si pensi all’aiuto statunitense in Georgia contro i russi o alle sanzioni americane alla Siria, alleata di Mosca): ciononostante le relazioni tra le due potenze si mantennero altalenanti, sia – pare – per una sorta di simpatia personale tra Bush e Putin (soprattutto nei loro confronti tra i cani presidenziali) sia perché, in fin dei conti, entrambi portavano avanti una politica estera decisa e votata all’unilateralismo: due unilateralismi dunque che si compensavano vicendevolmente, onde evitare il rischio che le tensioni potessero deflagrare in un conflitto aperto.

Con l’ascesa al potere di Obama le cose sono cambiate. Gli attriti tra le due potenze sono proseguiti (si pensi alla questione siriana). Sennonché la foreign policy obamiana ha incarnato un’anima sempre più contraddittoria, abbandonando al contempo l’approccio unilaterale. Dapprima interventista in salsa umanitaria (si pensi alla guerra in Libia), Obama ha difatti successivamente virato su una politica estera di distensione tanto verso Cuba quanto verso l’Iran (i cui buoni rapporti con la Russia sono cosa nota).

Ora, in un simile vuoto di potere, dinanzi ad un’America ritrosa e ad un’Unione Europea debole e divisa, Putin ha sostanzialmente proseguito il proprio unilateralismo, invadendo la Crimea nel 2014. Un’invasione a cui la risposta occidentale è stata quella di sanzioni economiche che lasciano a dir poco perplessi: sanzioni cioè che da una parte ledono l’Europa in termini economici e dall’altra l’America in termini d’immagine, manifestando tutta l’impotenza di un Obama smarrito e sostanzialmente incapace di gestire situazioni di crisi internazionale (dalla Russia allo Stato Islamico). Ancora oggi, al vertice del G7, il presidente americano ha gridato allo scandalo di un Putin che – colpito dalle sanzioni – starebbe agendo contro gli interessi economici del suo stesso popolo. E a chi gli ha fatto notare che in Russia la popolarità di Putin non è mai stata così alta come in questo momento, Barack ha replicato che il presidente russo controlla l’informazione e che non fa trapelare le notizie.

Ora, che la Russia putiniana non sia proprio un modello di democrazia e che Putin stesso talvolta assimili un po’ troppo il suo ruolo a quello di Pietro il Grande è innegabile. Ma ostinarsi a non capire (o a fingere di non capire), che il russo medio preferisca una politica di potenza, rispetto ad una democrazia liberale (da lui identificata con il torbido periodo di Eltsin), significa ignorare un dato storico-culturale di fondamentale importanza.

Tanto più che – se vogliamo – la vera svolta nei rapporti tra Russia e America nell’età di Obama è avvenuto proprio sul fronte ideologico. Dinanzi ad un presidente democratico di orientamento fortemente liberal e quindi notevolmente spostato a sinistra su posizioni come l’aborto e la religione, Putin ha replicato cucendosi addosso la figura di paladino della tradizione e della cristianità occidentale. Non è difatti un caso che i movimenti nazionalisti euroscettici guardino a Putin come punto di riferimento, tanto contro Bruxelles quanto contro Washington, oggi sostanzialmente accomunate dall’estrema destra europea come sordide artefici di una visione politica economicistica, anti-tradizionale e senz’anima. Una dicotomia manichea in cui male e bene si fronteggiano, marciando verso uno scontro apocalittico che non si sa bene quando dovrebbe avvenire. Due ideologie contrapposte: una, quella putiniana, supportata dall’unilateralismo e da un chiaro decisionismo politico-miliare; l’altra ferma su posizioni di principio, fondamentalmente incapace di andare oltre alle semplici minacce.

In un simile contesto, è chiaro come un’eventuale amministrazione neocon, guidata da Jeb Bush, potrebbe essere capace di porre fine a questa situazione, tornando ad una condizione di deterrenza e bilanciamento reciproco, che sia in grado di evitare che una delle due potenze (Stati Uniti e Russia) finisca col prevalere pericolosamente sull’altra. Una politica estera neoconservatrice difatti assicurerebbe un approccio unilaterale, capace di arginare l’aggressività russa, smorzando al contempo la rigida contrapposizione ideologica venutasi a creare tra Russia e States negli anni di Obama: virando su posizioni etiche e sociali (oltreché religiose) più moderate, il motivo di scontro con il tradizionalismo putiniano verrebbe difatti almeno parzialmente disinnescato, pervenendo così ad un confronto di carattere eminentemente geopolitico (come ai tempi di George Walker Bush) e quindi lontano da ogni pericoloso massimalismo valoriale.

Jeb ha la possibilità di sbloccare la situazione, uscendo dal vicolo cieco in cui l’America si è cacciata, preda della propria debolezza e delle proprie contraddizioni. Vedremo se saprà creare un vasto consenso intorno al suo progetto. Se saprà convincere l’elettorato che in politica spesso le soluzioni più dolorose sono le più efficaci.

La stabilità internazionale non si tutela a suon di principi astratti, risoluzioni altisonanti, marce vanitose e banchetti luculliani in qualche sede ufficiale, agghindata per l’occasione. L’armonia mondiale, ci scusino i benpensanti, non nasce infatti dalla moralità ma dalla deterrenza: non dalla virtù ma dalla paura. Perché –  come già sapeva Marco Tullio –  se vuoi la pace, devi essere pronto alla guerra. Sempre.

Da: www.dissensiediscordanze.it

3 comments for “Vladimir Putin ha un problema: si chiama Jeb Bush

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