Lyndon Johnson nel 1964

Lyndon_B._Johnson1964, anno elettorale.

Lyndon Johnson, capacissimo nei rapporti con il Congresso ed estremamente motivato, in breve tempo e vincendo ogni opposizione conservatrice – opposizione particolarmente dura proprio tra i suoi colleghi democratici se provenienti dal meridione del Paese – , ottiene l’approvazione di tutte le misure legislative allora in discussione facenti riferimento ai diritti civili e in specie del ‘Civil Rights Act’, legge tesa a combattere le varie forme di discriminazione razziale in uso in tutti gli Stati del Sud.

Si era in luglio e poco dopo, in agosto, il successore di Kennedy consegue, nella prospettiva della sognata ‘Great Society’, un altro importante successo: ha fatto pervenire al Congresso un invito a “una guerra totale contro la povertà” e l’alto consesso risponde approvando l’‘Economic Opportunity Act’ che stanzia fondi di molto conto in tale direzione.

E’ in specie sull’onda di questa sequela di successi che il partito democratico, riunito in convention ad Atlantic City dal 24 al 27 agosto, lo designa all’unanimità quale suo candidato a White House.

Con lui nel ticket, il senatore del Minnesota Hubert Humphrey.

Non fu difficile per il presidente prevalere (lo fece a valanga) dato che, in una convention caratterizzata dal dominio degli ultraconservatori e svoltasi a San Francisco nel precedente luglio, il GOP aveva scelto quale suo capintesta Barry Goldwater (al quale aveva affiancato il nuovayorchese William Miller) che per le sue posizioni e dipoi per la campagna svolta si palesava e si dimostrerà avversario molto malleabile.

Nel mentre e quasi non importasse più di tanto a un Paese in quel momento volto a cercare di risolvere problemi interni di vastissima portata, in Vietnam l’andamento del conflitto ereditato dal Kennedy, per usare un eufemismo, non era dei migliori.

Esitante, ecco l’aggettivo che correttamente definisce Lyndon Johnson al riguardo.

Esitante ma alla fine obbligato dagli accadimenti e dal desiderio di evitare una sconfitta militare a dare il via a una vera escalation spedendo nella terra asiatica sempre più truppe.

Determinante, e usato come grimaldello per ottenere l’appoggio congressuale, il cosiddetto ‘Incidente del Golfo del Tonchino’.

Tra il 2 e il 4 agosto – ancora e sempre del 1964 – in una dinamica mai davvero chiarita ed avendo forse invaso le acque territoriali altrui, due navi USA vennero attaccate da tre torpediniere vietnamite.

Il successivo 5 agosto il presidente inviava al congresso un progetto di risoluzione che se approvato lo metteva in grado di agire militarmente in quella guerra pressoché senza limiti e senza la necessità di ulteriori autorizzazioni.

Il progetto in questione fu subito adottato all’unanimità dalla Camera e con ottantotto voti contro due dal Senato.

Anni dopo, parlando dell’Incidente, Nicholas B. Katzenbach, sottosegretario all’epoca nell’amministrazione, come riporta Ennio Di Nolfo in ‘Storia delle relazioni internazionali’, dichiarerà:

“L’incidente non fu in se stesso altro che un’inezia.

Certo il presidente Johnson e il governo ne sfruttarono lo svolgimento, ma non credo che la natura dei fatti avesse una qualsiasi importanza.

Tutto ciò che si cercava era un mezzo per ottenere una risoluzione del Congresso.

Allora scelsero quell’incidente.

Se non ci fosse stato quello, avrebbero scelto qualcos’altro”.

Benché il successore di Kennedy non fosse certamente intenzionato a far diventare la Guerra del Vietnam davvero una ‘guerra americana’ desiderando invece continuare l’opera intrapresa a favore dei diritti civili in vista della da lui voluta ‘Great Society’, i fatti si incaricheranno di volgere diversamente la storia.

E praticamente da subito, visto che l’1 novembre, due giorni prima delle elezioni presidenziali (e la data era stata certamente benissimo individuata), i vietcong attaccarono la base aerea di Bien Hoa causando vittime tra i militari USA.

Da qui in poi, gli eventi precipiteranno ma non riguarderanno più il 1964.

Da: www.dissensiediscordanze.it

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