USA/CUBA: LO STATO DELLE COSE AL 3 GIUGNO 2015

11Il 2 giugno a L’Avana, per la prima volta nella storia, si è svolta una partita di calcio tra una squadra Usa, i Cosmos di New York, e la nazionale cubana.

L’incontro, cui ha assistito anche il leggendario giocatore brasiliano Pelé, è stato vinto dagli americani per 4-2, ma il risultato in questo caso non contava nulla.

L’evento, infatti, è stato un classico esempio di footbal diplomacy, il cui scopo era celebrare il processo di normalizzazione tra gli Stati Uniti e la Cuba di Raúl Castro (fratello di Fidel), antagonisti sin dalla Guerra Fredda.

In tale ambito, la recente decisione di Washington di rimuovere l’isola caraibica dalla lista dei Paesi considerati sponsor del terrorismo è un notevole passo in avanti.

Il presidente Usa Barack Obama aveva annunciato l’intenzione di prendere questo provvedimento lo scorso 14 aprile.

Il 29 maggio, dopo i quarantacinque giorni di pre-notifica al Congresso (che avrebbe potuto bloccarlo), questo è entrato in vigore.

La lista menzionata comprende Iran, Sudan e Siria, Paesi che secondo Washington hanno ripetutamente fornito supporto ad atti di terrorismo internazionale.

A tali Stati è applicata una serie di sanzioni economiche e finanziarie, incluse restrizioni agli aiuti esteri degli Usa e alla vendita e all’export di armi da parte di Washington.

Cuba faceva parte della lista dal 1982, quando secondo gli Stati Uniti appoggiava i movimenti insurrezionalisti comunisti in America Latina.

Per lungo tempo l’isola è stata un rifugio per membri dell’organizzazione terroristica basca Euskadi Ta Askatasuna (Eta) e per le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Oggi i legami con queste organizzazioni si sono allentati e Cuba sta ospitando i difficili negoziati tra Farc e governo colombiano.

Contro Cuba gli Usa esercitano ancora l’embargo commerciale e il divieto di turismo, nonostante il governo americano abbia rimosso alcune restrizioni in tali settori.

Il presidente statunitense Barack Obama ha chiesto al Congresso di rimuovere tutti i vincoli, ma  questo processo è complicato dal fatto che l’organo legislativo americano è al momento dominato dai repubblicani, contrari al disgelo con L’Avana.

I primi segnali di un riavvicinamento tra Usa e Cuba si sono visti lo scorso dicembre, quando Obama e Castro hanno annunciato l’intenzione di riaprire le relazioni diplomatiche.

Questo risultato è stato raggiunto dopo lunghe negoziazioni segrete e con il sostegno del Canada e di papa Francesco, il quale è stato pubblicamente ringraziato dai due leader.

La dichiarazione dei capi di Stato è avvenuta in seguito alla liberazione da parte dell’Avana di Alan Gross, ingaggiato dall’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale (Usaid), arrestato a Cuba nel 2009 e condannato a quindici anni di carcere per “azioni contro l’integrità territoriale dello Stato”.

I due governi hanno anche realizzato uno scambio di spie.

Ad aprile Obama e Castro si sono incontrati a Panama in occasione del vertice delle Americhe.

I due si erano già stretti la mano ai funerali dell’ex presidente del Sud Africa Nelson Mandela nel dicembre 2013, ma tale summit ha avuto comunque un valore storico: da quando Usa e Cuba avevano rotto le relazioni diplomatiche nel 1961 non si era più svolto un vertice tra i loro capi di Stato.

Questi hanno manifestato l’intenzione di riaprire i rapporti diplomatici e mostrato l’intenzione di voler affrontare più argomenti, inclusi i diritti umani e la libertà di espressione.

Nell’inedita conferenza stampa congiunta con Castro, Obama ha detto che Cuba non è una minaccia per gli Usa.

Tuttavia, quel summit non ha portato alcuna novità sul piano formale.

La cancellazione dell’isola dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo è senza dubbio un concreto passo in avanti.

Farne parte danneggiava l’immagine dell’Avana nel mondo e le banche statunitensi rifiutavano di avere a che fare con Cuba proprio a causa di questo status.

Sul riavvicinamento dell’isola caraibica agli Usa hanno influito in parte gli equilibri geopolitici in America Latina.

Cuba è il principale alleato del Venezuela di Nicolás Maduro.

Caracas fornisce a L’Avana fondi e petrolio a un prezzo sussidiato in cambio del patronato ideologico e della presenza di militari e uomini dei servizi segreti cubani nelle forze armate venezuelane.

Il predecessore di Maduro, Hugo Chávez, nei suoi quattordici anni di presidenza ha sempre avuto Fidel Castro come riferimento ideologico e ha tentato (invano) di creare un blocco regionale anti-Usa, con Cuba come principale alleato.

Questo sodalizio ha consentito a L’Avana di mantenere un profilo internazionale, assicurarsi l’afflusso di risorse anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica e resistere all’embargo americano.

Tuttavia, negli ultimi anni le condizioni economiche del Venezuela (che dipende dall’export petrolifero e quindi dal prezzo degli idrocarburi) si sono aggravate.

Nel febbraio 2014 l’aumento dell’inflazione e la scarsità di beni di prima necessità hanno portato a una serie di rivolte duramente represse dalle autorità.

Cuba, consapevole dell’insostenibilità del suo modello politico-economico e della crisi di quello del Venezuela, ha cominciato a cercare nuovi partner economici.

In primis la Cina: seconda potenza al mondo, principale antagonista degli Usa e ora secondo partner commerciale dell’isola, che investe in America Latina per acquistare risorse naturali, esportarvi i suoi beni e trovare partner strategici nel cortile di casa di Washington.

Il disgelo con gli Usa ha certamente accelerato la diversificazione del portafoglio dei partner di Cuba, ma la completa normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi sarà tutt’altro che semplice.

Secondo il ‘Cuban democracy act’, approvato dal Congresso nel 1992, gli Usa manterranno le sanzioni contro il regime dei Castro fin quando non saranno fatti passi in avanti nel processo di democratizzazione e nell’isola non ci sarà maggiore rispetto dei diritti umani.

Il testo specifica che le restrizioni saranno cancellate quando a Cuba si svolgeranno libere elezioni.

E’ improbabile che una simile svolta si verifichi nel breve.

Resta da vedere quali conseguenze avrà sulla politica cubana il ritiro annunciato da Raúl Castro nel 2018, anno in cui terminerà il suo mandato.

In caso di riapertura dei rapporti diplomatici, un’altra questione spinosa sarebbe la nomina dell’ambasciatore Usa, che spetta al Congresso (in mano ai repubblicani).

Gli Stati Uniti vorrebbero che Cuba garantisse ai suoi funzionari la possibilità di muoversi liberamente nel Paese e comunicare con chiunque, oppositori del governo inclusi.

Su questo punto L’Avana, che storicamente teme che Washington rovesci il regime castrista, potrebbe avere più di una riserva.

Da: www.maurodellaportaraffo.com

3 comments for “USA/CUBA: LO STATO DELLE COSE AL 3 GIUGNO 2015

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