IL TRIONFO DI CAMERON E LE DIMISSIONI DEGLI SFIDANTI: UNA LEZIONE PER L’EUROPA

150508093004Dopo la vittoria di Cameron una cosa è certa: i sondaggisti sbagliano, e non solo in Italia. Incrociando dati e sottoponendo l’elettorato a rilevamenti, gli esperti avevano avvisato che nel Regno Unito la governabilità era a rischio. Secondo quanto riportato fino a poche ore prima dell’apertura dei seggi sembrava che ci sarebbe stato un pericoloso pareggio: i sondaggi ci avevano fatto credere che il Regno Unito stesse attraversando una crisi di identità culturale e politica che si sarebbe concretizzata in una parcellizzazione del parlamento.

Niente di tutto ciò è accaduto. Cameron ha trionfato conquistando 329 seggi, la maggioranza assoluta e possibilità di governare il Paese per i prossimi cinque anni senza dover scendere a compromessi con altri partiti. Gli altri leader hanno capito subito la gravità della situazione e si sono dimessi uno dopo l’altro. Si è congedato dal Parlamento Ed Milliband, leader del partito laburista, che si è assunto “piena responsabilità” e ha lasciato sostenendo che “è tempo che qualcun altro prenda la guida del partito”. Si è dimesso il vicepremier e leader dei Libdem Nick Clegg, che ha perso 47 seggi sui 57 ottenuti nel 2010. Il vicepremier ha pagato il fatto di non essere riuscito ad ammorbidire le misure di austerità più pesanti promosse da Cameron, mentre la sinistra del partito non gli ha mai perdonato di aver sostenuto i tagli ai servizi pubblici. Ha rassegnato le dimissioni anche Nigel Farage. “Sono un uomo di parola”, ha detto riferendosi alla propria promessa sul fatto che avrebbe lasciato la guida del partito in caso di mancata elezione a Westminster.

Come ha fatto Cameron a convincere gli inglesi a votarlo di nuovo? Il programma dei Tory ha convinto perché è riuscito a garantire in questi anni in Inghilterra un benessere diffuso e lo ha fatto perseguendo una concreta politica liberale. Nell’ultimo anno il Paese ha avuto una crescita economica pari al 2,8%, un exploit assoluto tra i Paesi occidentali, più di un punto sopra la Germania, molto sopra tutti gli altri Stati europei. Negli ultimi cinque anni – durante il mandato di Cameron che ha governato con il vicepremier Clegg – la Gran Bretagna ha generato più posti di lavoro che tutta l’Europa continentale messa insieme, facendo crollare la disoccupazione al 5,6% (in Italia è al 12,7%). Il taglio duro della spesa pubblica con conseguente taglio delle tasse ha funzionato e ha riportato il Paese a crescere. Grazie a questa politica il deficit dello Stato è stato più che dimezzato, arrivando al 5%, e l’imposta sulle imprese è scesa fino al 20%. È scesa di 5 punti l’aliquota sulle persone fisiche, sono scese le accise su benzina e energia.  Questa politica ha fatto in modo che le imprese ricominciassero ad assumere, mentre ripartivano i consumi.

Dopo il meritato festeggiamento, Cameron dovrà affrontare due questioni che potrebbero metterlo in difficoltà fin da subito: la prima riguarda la Scozia, la seconda l’Europa. L’altra trionfatrice del voto del 7 maggio, infatti, è Nicola Sturgeon, la leader del SNP, che ha fatto piazza pulita dei seggi scozzesi conquistandone 56 su 59. Ora il suo partito è di fatto l’unica forza politica nella regione e avrà un peso molto forte nel parlamento. Sicuramente Cameron non potrà fare a meno di ascoltarne la voce accelerando sulle richieste di maggiore autonomia nella tassazione.

E poi il nodo Europa: se è vero che tra i grandi sconfitti delle elezioni c’è Farage, leader dell’UKIP che malgrado i 3 milioni di voti ha ottenuto un solo seggio in parlamento, è anche vero che Cameron ha promesso agli inglesi un referendum sull’Europa entro il 2017. Su Downing Street si aggira già da queste ore lo spettro di una possibile Brexit (uscita britannica dall’UE) sotto la guida di Cameron. L’elettorato britannico potrebbe trovarsi presto di fronte a un’urna in cui scegliere se abbandonare l’Europa o restarci. E cosa sceglierebbe, allora? Molto probabilmente, di restarci. L’ultimo sondaggio del Times registra che il 32% degli elettori è indeciso, ma solo il 18% è dichiaratamente favorevole ad uscire dalla Ue mentre il 34% voterebbe per l’Europa.  Ma – è bene ricordarlo – si tratta di un sondaggio, non molto diverso da quello che dava per scontata una sconfitta del trionfatore Cameron.

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