BREVE STORIA DELLE ELEZIONI AMERICANE

presidenti (1)Cinquanta semidei

Dal 1789 – anno nel quale fu per la prima volta eletto George Washington – al 1820 incluso, la contesa per la conquista della Casa Bianca ebbe luogo nell’ambito di un ristretto gruppo di gentiluomini tutti bene o male appartenenti alla vecchia aristocrazia americana.

Persone che avevano compiuto pressappoco il medesimo percorso, prima di tutto culturale, le quali si contrapponevano su basi ideali nell’intento di costituire e in seguito consolidare le fondamenta del nuovo Stato.

Erano i ‘cinquanta semidei’ – definizione azzeccatissima di Thomas Jefferson – ai quali si devono dapprima la Dichiarazione di Indipendenza, poi la seconda Costituzione (quella in vigore), i dieci Emendamenti dedicati ai diritti individuali (‘Bill of Rights’) e infine la messa a punto, nelle leggi, nelle interpretazioni delle stesse e nei fatti, della complessa articolazione che vede ancor oggi, a distanza di centinaia d’anni, ottimamente bilanciarsi i poteri del Presidente, quelli del Congresso e della Corte Suprema.

1824/1828 La rivoluzione jacksoniana

E’ nella tornata elettorale del 1824 (non che non se ne avessero prima, naturalmente, le avvisaglie) che la situazione cambia e una nuova, impetuosa classe sociale si affaccia alla politica.

Commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, contadini, allevatori di bestiame, tutti coloro che bene o male, in qualche modo nella periferia delle città come degli Stati e della nazione, si stanno affrancando dalla povertà trovano allora nella candidatura del generale Andrew Jackson una possibile espressione (che si riconoscerà non molto dopo nel futuro Partito Democratico) nella gestione del potere.

Con vari, comunque legali, artifici (prende un maggior numero di voti popolari ma non abbastanza da raggiungere il previsto quorum tra i delegati ragione per cui la Camera, chiamata a scegliere, gli preferisce il secondo arrivato John Quincy Adams, uomo dell’establishment) i ‘vecchi’ impediscono a Jackson di prevalere.

Quattro anni davvero difficili i seguenti: un presidente dimezzato non solo per i modi della sua elezione ma anche per l’opposizione del Congresso non sarà in grado di ben governare.

La rinviata ‘rivoluzione’ ha luogo, quindi, nel successivo 1828, allorquando lo stesso Jackson trionfa nelle urne.

Riporto al riguardo quanto da me vergato in ‘Americana’ (2011) trattando dell’insediamento del nuovo capo dello Stato:

“Per dare un quadro di quel che rappresentò per la capitale federale e per l’establishment l’irruzione jacksoniana niente di meglio di quanto in proposito scrissero nella loro ‘Storia degli Stati Uniti’ Allan Neville e Henry Steele Commager:

‘Le elezioni del 1828 nelle quali Jackson sconfisse Adams furono come un movimento sismico.

Gli umori erano talmente eccitati che il nuovo presidente eletto, al suo arrivo a Washington, si rifiutò di rendere la consueta visita di dovere al presidente uscente e Adams non volle recarsi al Campidoglio in carrozza con il suo successore.

L’insediamento di Jackson fu considerato per lungo tempo come l’inizio di una nuova era nella vita americana.

Il Paese non ne aveva mai visto uno simile e a Washington fu paragonato alla invasione di Roma da parte dei barbari.

Daniel Webster scrisse che già da molti giorni prima la città era piena di speculatori, di cacciatori di prebende, di uomini politici esultanti e di gente semplice…’

Dopo la cerimonia (si era al 4 marzo del 1829), uno dei testimoni – il giudice Joseph Story – ebbe a dire:

‘Non avevo mai visto un subbuglio simile, era il trionfo della plebaglia!’

Non va dimenticato che il pur grande presidente Jackson, forse per tenere a freno e compensare in qualche modo i suoi ‘barbari’, fu il vero teorizzatore dello ‘spoils system’ che applicò su larghissima scala nei suoi otto anni di governo spazzando via da ogni più piccolo posto di potere chiunque non appartenesse alla sua parrocchia”.

Nascono il partito democratico e quello repubblicano

Quello che segue, è un periodo di contrastata democrazia che vede nascere e morire partiti (per esempio, Free Soil e Whigh) anche in grado di arrivare in un paio di occasioni a White House (Whig) ma incapaci di consolidare la loro presa sull’elettorato.

E’ nel corso degli ultimi due anni del primo mandato di Jackson che comincia a prendere forma e consistenza il futuro Partito Democratico che si raccoglierà, poi, nel 1836, intorno a Martin Van Buren ottenendo, di stretta misura sui predetti whig, di conquistare White House.

Fino alle elezioni del 1860, che segnano un altro dei momenti ‘epocali’ della storia americana, netta la prevalenza elettorale degli uomini dell’asino (emblema dei democratici come, decenni dopo, sarà per l’elefante repubblicano), salvo due sfortunate – gli eletti muoiono in carica e per la prima volta i vice subentrano nel ruolo – apparizioni whig.

Nasce, frattanto nel 1854, il Partito Repubblicano che al primo posto del suo programma poneva l’abolizione dello schiavismo soprattutto per motivi morali.

Lo formavano ex Whig, ex Free Soil e un certo numero di ex democratici contrari alla politica di sostegno dello schiavismo portata avanti dal partito di provenienza.

“Convinti”, come scrive Maldwyn Jones (‘Storia degli Stati Uniti’), “che soltanto una società libera, democratica e capitalista avrebbe potuto offrire agli individui la prospettiva di un avanzamento economico e sociale” i futuri Gop (‘Grand Old Party’, verrà in tal modo denominato il partito) conquistarono abbastanza rapidamente il Nord del Paese mentre nel Sud i rivali democratici andavano consolidandosi su basi ideologiche in buona sostanza reazionarie.

(Tale contrapposizione, sarà opportuno qui rammentarlo, ebbe a durare fino agli anni Sessanta/Settanta del trascorso Novecento e basti qui citare i governatori segregazionisti democratici Oral Faubus e George Wallace per capire di cosa si stia parlando).

I repubblicani a White House

Ed eccoci alle presidenziali del 1860, anno nel quale i repubblicani conquistano per la prima volta la Casa Bianca per non lasciarla (salvo la strana successione a Lincoln di Andrew Johnson – un democratico vice di un repubblicano, frutto della Guerra di Secessione in corso durante le elezioni del 1864 – e i due quadrienni non consecutivi di Grover Cleveland) addirittura fino al 1913, quando a William Taft subentra Woodrow Wilson, vittorioso alle urne nell’anno precedente.

Divisi – i sostenitori del presidente in carica James Buchanan avversavano l’accreditato senatore Alfred Douglas accusato di avere posizioni addirittura filo repubblicane su molte questioni – i democratici tennero in aprile una prima convention a Charleston.

Lungi dal raggiungere un accordo, le due parti si combatterono al punto che la kermesse ebbe a chiudersi con un nulla di fatto.

Ritrovatisi i delegati a Baltimora a giugno, i contrasti divennero insanabili e molti abbandonarono definitivamente i lavori.

Nominato dai superstiti, Douglas si dovette scontrare nella successiva campagna non solo, come ovvio, col rivale repubblicano, ma anche con un altro democratico dato che i fuorusciti si radunarono per indicare nell’allora vice presidente John Breckinridge il loro vessillifero.

Nella confusione, nacque allora anche un terzo partito, l’Unione Costituzionale, che decise di mettere in corsa John Bell.

I repubblicani, per parte loro, nella convention di Chicago di metà maggio, ritenendo Douglas il probabile avversario, al terzo scrutinio optarono per Abraham Lincoln che nella campagna per il Senato del 1858 si era già contrapposto con grande efficacia, sia pur soccombendo, al rivale in pectore.

Frammentati i voti democratici divisi tra Douglas e Breckinridge, degna di menzione anche la prestazione di Bell, Lincoln vinse in quel novembre conquistando centoottanta delegati sui trecentotre in palio.

Il Nord progressista e repubblicano e il Sud conservatore, segregazionista e democratico

Ho già accennato alle elezioni del 1912 che vedono i democratici prevalere con Wilson – poi, confermato nel 1916 – ma va precisato che anche in quella occasione i Gop avevano nettamente prevalso quanto a voto popolare (quasi sette milioni e seicentomila suffragi unendo i seguaci del candidato ufficiale Taft a quelli del primo Roosevelt, contro i sei milioni e trecentomila scarsi dei rivali) perdendo peraltro avendo subito la dolorosissima – con lui moltissimi repubblicani in libera uscita che relegarono l’uscente capo dello Stato addirittura al terzo posto – scissione guidata dall’ex presidente Theodore Roosevelt.

In buona sostanza, la superiorità repubblicana – ripresa nel 1920 dopo la parentesi Wilson e continuata fino alle votazioni del 1932 – poggiava sul netto prevalere del partito negli Stati del Nord i cui delegati erano in numero comunque superiore a quelli spettanti agli Stati del Sud, i governanti democratici dei quali – per dare modo di capirne le posizioni politiche e l’azione – furono anche definiti ‘Borboni’, in quanto votati, come i reali tornati in auge dopo Napoleone in Francia, alla riaffermazione del ‘modo’ precedente la Guerra di Secessione e alla conservazione.

(Gli USA erano in quei tempi in formazione e gli Stati del West – in ‘entrata’ alla spicciolata nell’Unione – erano poco abitati e quasi non rappresentativi in termini di delegati. Si pensi, di contro, che oggi la California è il territorio che conta di gran lunga sul maggior numero di voti elettorali).

Il dominio nel meridione degli appartenenti al partito dell’asino era ed è stato fino ad oltre metà del Novecento talmente accentuato che i repubblicani evitavano in moltissime occasioni di presentare i loro candidati.

Alla fine, contavano solo le primarie interne ai democratici dato che il vincitore delle stesse non trovava poi oppositori il giorno delle votazioni ufficiali.

La crisi e il ‘New Deal’

Il quadro fin qui tracciato è assolutamente travolto dalla terribile crisi economica conseguente al crac del 1929.

Il partito repubblicano, considerato il vero responsabile del disastro (e a ben guardare, eccessivo il lassismo in campo economico delle amministrazioni Gop che si erano succedute a partire dal 1921), paga duramente e perde dal 1933, anno nel quale si insedia per la prima volta Franklin Delano Roosevelt vittorioso nel precedente novembre 1932, e per un intero ventennio la Casa Bianca.

E’ nel tumultuoso, spesso contradditorio e a volte addirittura incostituzionale (i suoi contrasti con la Corte Suprema, che aveva in qualche occasione bocciato le leggi da lui volute, furono fortissimi) operare del nuovo presidente, è nella sua apertura ai diseredati, ai poveri, è nella eccezionale capacità che aveva di attrarre il benvolere delle masse, è in tutto questo ed altro che si devono rintracciare le ragioni del primo trascorrere del partito democratico dalle posizioni molto spesso oscurantiste che gli erano proprie a quelle liberal.

E’ in quegli anni che i neri, condividendo in larga parte il New Deal roosveltiano, spezzano il tradizionale legame che avevano con i repubblicani, con il partito che aveva voluto, lottando in effetti con il Sud democratico schiavista, dare loro la libertà.

Eisenhower va a Sud

Passano gli anni e, terminata la Seconda Guerra Mondiale, chiusa l’epoca del successore del secondo Roosevelt Harry Truman, ecco alla ribalta il candidato repubblicano per le elezioni del 1952: il generale Dwight ‘Ike’ Eisenhower, il condottiero agli ordini del quale il conflitto era stato vinto in Europa.

In campagna, i capi Gop, secondo consuetudine, lo consigliano di non cercare voti nel Sud.

Fatica e soldi sprecati, a parer loro.

Dalla fine della Guerra di Secessione – l’ho già ricordato – nel meridione, ci si pronuncia solo e soltanto per i democratici.

Ike non ci sta: farà campagna a Sud e i risultati, che non mancano in questa occasione, saranno anche migliori quattro anni dopo, quando cercherà ed otterrà la conferma a White House.

Lyndon Johnson

E arriviamo alla tornata elettorale del 1964, nella quale, per la prima volta, si ha davvero un rovesciamento geopolitico.

Lyndon Johnson, subentrato a fine 1963 all’assassinato John Kennedy, aveva utilizzato alla grande l’anno di presidenza ottenendo dal Congresso l’approvazione a tamburo battente di provvedimenti decisivi in materia di diritti civili e in specie di lotta alla segregazione razziale, aveva ridotto per la prima volta in trent’anni le tasse, aveva voluto una normativa a proposito dei trasporti di massa e una legge sull’istruzione universitaria.

Infine, aveva proposto al parlamento “una guerra totale contro la povertà”.

Come ben ricorda e sottolinea il citato Maldwyn Jones, per quanto significative risultassero tali misure, Johnson le vedeva come primi passi in vista di quella che avrebbe dovuto essere ‘la Grande Società’, un’America nella quale regnassero abbondanza e libertà per tutti.

A contrastare l’impeto johnsoniano, il Gop aveva chiamato il senatore Barry Goldwater – rivalutato negli ultimi tempi per quella che oggi viene ritenuta la sua ‘purezza ideologica’ repubblicana – che perse nettamente il Nord conquistando solo sei Stati, cinque dei quali, nel Sud.

Il secondo mandato del successore di Kennedy fu ancora maggiormente travolgente: ‘Medicare Act’ e ‘Medicaid Act’ per fornire ai vecchi e ai poveri l’assicurazione sociale per le cure mediche, due profondi interventi tesi a migliorare la pubblica istruzione ad ogni livello, leggi a favore della reale estensione a tutti e in primo luogo ai neri del diritto di voto fino ad allora fortemente condizionato da lacciuoli di vario genere, perfino un ‘Immigration Act’ che eliminava il sistema discriminatorio basato sull’origine nazionale in vigore dagli anni Venti.

Johnson – di gran lunga, per la politica interna, il migliore tra tutti i presidenti democratici e non solo – nella realizzazione della sua ‘Grande Società’, fece inoltre approvare leggi per il miglioramento delle autostrade, contro l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e un ambizioso programma urbanistico che voleva arrivare addirittura alla eliminazione degli slum.

E’, quindi, da questo momento, dopo un tale uragano, che, sia pure non di colpo, la geopolitica americana muta radicalmente.

Da allora, gli Stati della costa pacifica e quelli settentrionali dell’atlantica si colorano abitualmente ad ogni elezione di azzurro (‘Blue States’), il colore dei democratici.

Quelli del Sud e di buona parte del MW diventano rossi (‘Red States’) essendo appunto il rosso il colore repubblicano.

‘Swing’, e cioè indecisi, gli altri i cui spostamenti – tranne casi straordinari (la seconda volta di Reagan per esempio) – determinano l’esito.

(Per inciso, una domanda: come mai nella comune visione, nell’immaginario popolare il pericoloso – si guardi agli esiti della sua politica estera e al riarmo che volle – parolaio John Kennedy, del tutto inconcludente quanto alla politica interna, è considerato un grande nel mentre Lyndon Johnson viene trascurato, quando gli va bene, se non denigrato con tutto quel che ha fatto?

In verità, l’assassinio di Kennedy a Dallas fu, guardando alle conseguenze, per gli Stati Uniti una vera manna!)

Il credo reaganiano

Travolto dalla tragica Guerra del Vietnam, Johnson non si candida, come avrebbe potuto, nel 1968.

La coalizione liberal che aveva creato con il suo operare tarda a consolidarsi e ad esprimersi nelle urne al punto che nei successivi decenni, fino al 1992, i democratici arrivano alla Casa Bianca solo e fuggevolmente – quattro anni – con Jimmy Carter.

Sull’altra sponda, l’astro Ronald Reagan in particolare e su tutti, i repubblicani si riallineano e mettono insieme una maggioranza elettorale fondamentalmente basata sul voto del ‘nuovo’ Sud e su quello dei bianchi, anglosassoni e protestanti (‘Wasp’) appartenenti alle classi agiate.

Il credo reaganiano come espresso da Michael Parrish nel suo imperdibile ‘L’età dell’ansia’ benissimo rappresenta la posizione Gop che dagli anni Ottanta del Novecento arriva a noi:

Reagan aveva “una visione ideologica della vita pubblica basata su alcune generali e semplici idee: l’ordine sociale ed economico americano è sostanzialmente valido e di conseguenza chi lo critica o cerca di modificarlo sbaglia e/o è un pericoloso radicale; l’iniziativa privata è il fulcro della società; il ruolo del governo deve essere limitato, soprattutto per quanto riguarda la regolamentazione dell’economia e la redistribuzione della ricchezza creata dal mercato; gli Stati Uniti, a causa della superiorità delle loro istituzioni e del loro illuminato senso morale, hanno un ruolo del tutto eccezionale negli affari internazionali”, eco, quest’ultima affermazione, dell’ottocentesco ‘Destino manifesto’ teorizzato da John O’Sullivan.

Il terzo millennio

Si potrebbe oggi ribadire dopo i due mandati di Barack Obama – la cui affermazione nel 2008 è stata a mio modo di vedere (come ho scritto nel capitolo che ho dedicato al primo presidente nero) ‘la terza rivoluzione USA’, la prima essendo ovviamente quella contro la Gran bretagna e la seconda quella del 1828 che portò al potere Jackson – che i due quadrienni conquistati da George Walker Bush all’inizio del terzo millennio siano con buona probabilità l’ultima vittoria di ‘quel’ partito repubblicano, del Gop legato, come detto agli Wasp oggi minoritari, alla destra religiosa e alla ora fortemente declinante classe media agiata del Paese?

In buona sostanza, l’ultimo ‘ritorno’ essendo con quasi certezza la precedente presidenza di Bill Clinton quella che ha davvero raccolto, per quanto attiene all’elettorato, l’eredità johnsoniana che potrebbe consentire, ove i repubblicani non si riposizionassero, ai democratici di prevalere a lungo?

Probabilmente, in particolare guardando all’affermarsi dirompente delle nuove etnie, ispaniche in specie, attratte dalle posizioni del partito dell’asino e in qualche modo neglette dai repubblicani.

DA: www.dissensiediscordanze.it

2 comments for “BREVE STORIA DELLE ELEZIONI AMERICANE

  1. 20 febbraio 2016 at 21:12

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