SE CON NEMSTOV È MORTA ANCHE LA RUSSIA LIBERALE

2015030363230-boris-nemtsov_4088Boris Nemtsov è stato ucciso a due passi dal Cremlino. Non si sa ancora chi abbia spinto la mano del sicario. Di sicuro c’è soltanto che la sua morte ha privato i liberali russi della loro voce più autorevole, la più ascoltata in Occidente. Oggi, come spesso succede dopo un omicidio politico, le speculazioni sul delitto e le teorie del complotto si moltiplicano. Ma il punto è un altro: con Nemtsov muore anche la Russia liberale e la stessa possibilità del popolo russo di farsi ascoltare in Occidente.

I teorici del complotto non sono solo in Russia. Si chiedono chi fosse veramente la giovane ragazza ucraina di Nemtsov, e perché Putin potesse desiderare un omicidio di un politico d’opposizione proprio in un periodo di crisi con l’Occidente. Perché il presidente avrebbe voluto la morte di un uomo stimato in Europa e tutto sommato poco pericoloso per il governo? La risposta a queste domande, per i complottisti, è ovvia: Nemstov è stato ucciso dalla Cia, che ha agito per destabilizzare Putin. Il Cremlino è più cauto ma nega ogni coinvolgimento e sostiene che l’omicidio è stato una “provocazione” destinata a screditare Putin e a rafforzare l’opposizione.

Forse però è troppo facile analizzare il delitto Nemtsov senza tenere conto che negli ultimi anni ci sono state decine di morti sospette. Sono tanti i politici e i giornalisti di opposizione che dai primi anni del duemila sono morti in circostanze strane, eppure spesso i giornali esteri hanno dato poco spazio a questi delitti politici. Nell’agosto del 2002 Vladimir Golovlev, politico di idee liberali, viene trovato morto ammazzato davanti a casa sua a Mosca. Nell’aprile 2003 viene assassinato un deputato dello stesso partito di Golovlev, si chiamava Sergej Jushenkov ed era un sostenitore del libero mercato. Nel luglio dello stesso anno muore in circostanze misteriose Yuri Shchekochikhin uno dei maggiori esperti del sistema di corruzione nello Stato russo. Era un giornalista investigativo di Novaja Gazeta, il giornale dove lavorava anche Anna Politkovskaja, ammazzata davanti a casa sua nel 2006. Nel 2003 avviene un altro fatto troppo velocemente dimenticato: il miliardario Michail Khodorkovskij, presidente della compagnia petrolifera Yukos e mecenate dell’opposizione liberale, viene improvvisamente arrestato in Siberia. Il magnate viene processato e condannato. Rimarrà in carcere per dieci anni mentre la sua compagnia petrolifera verrà assorbita dallo Stato. Prima dell’omicidio di Anna Politkovskaja, un altro giornalista muore misteriosamente. Si tratta di Paul Klebnikov, direttore dell’edizione russa della rivista Forbes. Cittadino americano, viene assassinato di fronte alla redazione a Mosca. Aveva appena aperto l’edizione con un servizio che denunciava la corruzione dei vertici del Cremlino.

I media internazionali hanno invece dato molto più spazio alla strana morte a Londra di Alexander Litvinenko, l’ex agente segreto morto dopo essere stato avvelenato con il polonio 210. Le autorità russe negano ogni responsabilità e rifiutano l’estradizione dei sospetti. Litvinenko indagava sui crimini russi in Cecenia. Altri clamorosi delitti che coinvolgono giornalisti sono passati troppo spesso sotto silenzio e ora, anche il delitto di Nemstov rischia di essere insabbiato. Non è affatto detto che Nemtsov sia stato ucciso per ordine di Putin, come dà per scontato l’opposizione democratica in Russia. Resta però il fatto che l’ex vicepremier aveva paura. Temeva di essere ucciso e lo diceva pubblicamente.

Nemtsov negli anni ‘90 avrebbe potuto essere presidente. Era il prescelto come successore designato di Eltsin. La sua fermezza e la sua serietà, le sue idee di apertura del mercato, di libera concorrenza tra privati, avevano conquistato molti. Poi c’è stata la crisi economica e la guerra del  Kosovo che ha contribuito ad aizzare il nazionalismo degli ex sovietici. Eltsin allora ha preferito Putin, uomo del Kgb, custode dei segreti del Cremlino, “garante” del sistema. E così Nemtsov è passato all’opposizione. In realtà Nemstov era più amato all’estero, dove era considerato uno dei principali interlocutori, piuttosto che in patria dove i sui progetti politici ottenevano solo piccole percentuali. Niente che potesse offuscare il potere di Putin. Eppure svolgeva un ruolo importante, di ferma e costante opposizione, di tenace battaglia contro quello che considerava un vero e proprio regime. Definiva la Russia di Putin come una Repubblica delle Banane, perché dipendeva troppo dall’esportazione di gas e il petrolio. Era convinto che il Paese fosse un gigante dai piedi d’argilla, troppo fragile perché dipendente unicamente dai prezzi dell’energia. Non avendo altro da offrire, e non potendo contare su una sana concorrenza tra imprese, un crollo dei prezzi energetici avrebbe travolto tutto il sistema. Non approvava la propaganda populista di Putin e riteneva che la svolta antidemocratica avesse coinciso con l’arresto del magnate Khodorkovskij, l’unico in grado di sfidare il regime di Putin

L’ultima battaglia di Nemtsov era contro la guerra in Ucraina.  Avrebbe pubblicato in questi giorni un dossier in cui raccontava di come Putin stesse mandando segretamente i russi al fronte al fianco dei separatisti. Per questo era considerato un traditore  ed era stato minacciato di morte. Aveva un’idea di Russia vicina all’Europa, un’idea molto diversa da quella di chi chiede l’annessione della Crimea e lancia sfide all’America. Era un oppositore, in una Paese che non ammette alcun dissenso.

2 comments for “SE CON NEMSTOV È MORTA ANCHE LA RUSSIA LIBERALE

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