PERCHÉ L’ITALIA NON È PRONTA A UN INTERVENTO MILITARE IN LIBIA

isis_copti-2337-k8qB-U10401965842598luD-700x394@LaStampa.itMentre in Libia sale la tensione dopo i raid egiziani sugli obiettivi dell’Isis, in Italia i partiti litigano su come intervenire. Il ministro Paolo Gentiloni promosso “crociato”, già parla di una iniziativa dell’Onu con un corpo di spedizione guidato dall’Italia. L’obiettivo finale sarebbe quello di riconquistare le città che sono state prese dai terroristi. L’opinione pubblica e gli esperti valutano le conseguenze di un possibile intervento, ma i più avveduti sperano che nessuno prenda in parola le affermazioni del Governo.

In verità Matteo Renzi ha già corretto il tiro rispetto alle affermazioni di qualche giorno fa: “Questo non è il tempo dell’intervento militare – ha detto in un’intervista in Tv- la visione del governo è una sola: aspettare che il Consiglio di sicurezza Onu lavori un po’ più convintamente sulla Libia. La comunità internazionale se vuole ha tutti gli strumenti per poter intervenire. La forza delle Nazioni Unite è decisamente superiore a quella delle milizie radicali”. E a proposito della situazione in Libia ha aggiunto: “Il Paese è fuori controllo da tre anni, lo abbiamo detto in tutte le sedi e continueremo a farlo. Non si passi dall’indifferenza totale all’isteria irragionevole”.

Ma il punto è un altro. Il collasso della Libia è la minaccia più grave alla sicurezza dell’Italia almeno da quando Gheddafi sparò il missile su Lampedusa. E questo non soltanto per le minacce degli uomini dell’Isis ma anche per l’ondata di profughi che sarà impossibile respingere e difficilissimo gestire. Ora c’è da domandarsi che cosa si può fare di concreto.  Siamo davvero sicuri che un’azione militare guidata proprio dall’Italia sia la soluzione migliore? Se non riusciamo a fermare i flussi migratori illeciti sembra difficile pensare di poter guidare un intervento bellico. Il ministro della difesa Roberta Pinotti parla di “5000 militari pronti a partire”, peccato che nel 2003 per la guerra in Iraq gli Stati Uniti inviarono oltre 250.000 uomini. È lecito quindi chiedersi, tra lo sgomento e la paura, se l’Italia sia davvero pronta a una risoluzione simile. Il prezzo da pagare sarebbe altissimo e il risultato potrebbe non essere scontato. Ma anche nella migliore delle ipotesi, se dopo una guerra sanguinosa gli jihadisti si ritirassero che cosa succederebbe? Quale forza politica si imporrebbe e in che modo?

Il rischio è quello di ripetere un errore: quello di lasciare un pericoloso vuoto di potere.  Nel 2011 fu la Francia di Sarkozy a esporsi e decidere che era tempo di intervenire in Libia.  L’operazione, poi appoggiata sa Stati Uniti e Gran Bretagna, se da una parte aiutò il popolo libico a liberarsi di Gheddafi, dall’altra lasciò dietro di sé un territorio pericolosamente diviso. Ai tempi l’errore fu quello di non contribuire, dopo la morte di Gheddafi, a una stabilizzazione del territorio e del governo. In sostanza, non si riuscì a portare la democrazia in Libia e nemmeno a trovare qualcuno che potesse sostituire il dittatore. Oggi il pericolo è ancora maggiore. In Libia, oltre a 200 bande tutte in conflitto tra di loro, c’è l’Isis che sopravanza tutti e non fa accordi con nessuno (lo abbiamo visto in Siria e in Iraq), e la questione si è decisamente complicata.

Resta chiaro il fatto che un qualsiasi intervento militare ha bisogno di un sostegno locale e di una coalizione che agisca da cuscinetto. Per il momento, come sostengono gli esperti, un intervento massiccio potrebbe essere fatto lungo le coste per arginare la catastrofe umanitaria, e lo si potrebbe mettere in atto contando sul sostegno di altri Paesi, come la Tunisia, l’Algeria e l’Egitto. Altra strategia da intraprendere successivamente potrebbe essere quella di creare una cortina di ferro che isoli la Libia tagliando il cordone che collega  jihadisti libici a quelli egiziani, algerini, siriani e iracheni. In ogni caso intervenire militarmente avrebbe senso solo se la strategia facesse parte di un progetto politico ampio, una visione in grado di coinvolgere non solo gli europei ma anche i sauditi e gli americani. Ma per il momento un intervento sul territorio libico sembra lontano dagli obiettivi dell’amministrazione Obama. Si spera allora che ci sia ancora tempo per riflettere e di agire sul piano diplomatico, non armando nessuno ma offrendo quel contributo che, al momento, è forse il più prezioso: la conoscenza del territorio.

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