USA: IL PARTITO DEMOCRATICO

2mff03cPer quanto non pochi storici affermino che l’attuale partito democratico americano discenda dal partito democratico-repubblicano costituitosi, informalmente dapprima, attorno alla figura di Thomas Jefferson già nel 1792, il partito dell’asino (è appunto la nobile e bistrattata bestia che lo rappresenta) si forma e prende sostanza negli anni Trenta dell’Ottocento con riferimento in specie alla figura e all’azione politica di Andrew Jackson (non per niente, indicato già in occasione dell’elezione del 1828 come ‘democratico’ da Maldwyn Jones nella sua imperdibile ‘Storia degli Stati Uniti d’America’).

(Per inciso, i democratici-repubblicani aderivano alle tesi anti federaliste appunto di Jefferson e si esprimevano a favore di una repubblica fondata sulle autonomie e la massima libertà individuale).

Fino al 1860 – con l’eccezione delle due tornate elettorali del 1840 e del 1848 che videro l’affermazione dei due whig William Harrison e Zachary Taylor – unito e vincente, il partito democratico conquistò a ripetizione White House (due volte il citato Jackson, poi Martin Van Buren, James Polk, Franklin Pierce e James Buchanan) e congresso.

Appunto nel 1860, il movimento si divise in democratici del Nord e del Sud, la qual cosa lo portò alla sconfitta dato che presidente divenne il repubblicano Abraham Lincoln.

 

(E’ solo a partire dalle votazioni del 1856 – il Great Old Party fu fondato nel 1854 – che democratici e repubblicani si contrappongono praticamente senza terzi incomodi – tali non potendosi considerare i candidati di partiti minori e gli indipendenti – se non in occasione della tornata 1912 allorquando il ‘cavallo di ritorno’ Teddy Roosevelt, uscito dal GOP, riuscì a precedere alla grande il candidato ufficiale del partito William Taft, perdendo peraltro da Woodrow Wilson).

 

Terminata la guerra di secessione (che, per così dire, lo vide sconfitto visto che la sua forza era specificamente confinata appunto nel Sud secessionista), il partito tornò praticamente quasi subito competitivo assumendo una, potremmo dire, duplice, incredibile in quanto apparentemente inconciliabile, fisionomia, mantenuta grosso modo fino agli anni Sessanta/Settanta del Novecento: monopolio del voto conservatore e segregazionista del Sud, polo di attrazione per immigrati, minoranze e sostenitori dei diritti civili altrove.

Tornato a White House alquanto fuggevolmente e in particolari circostanze con Grover Cleveland in due differenti e non consecutivi momenti (1884 e 1892, le due date vittoriose), il partito dell’asino dovette attendere le già citate elezioni del 1912 con il loro andamento particolarissimo per imporre Woodrow Wilson dipoi confermato non senza problemi nel 1916.

E veniamo pienamente al Novecento.

Sarà solo dopo il crollo di Wall Street e l’avvento della grande depressione che, con Franklin Delano Roosevelt (l’unico presidente eletto più di due volte – quattro) i democratici si stabiliranno alla Casa Bianca.

Dopo il secondo Roosevelt e per quanto tutti ritenessero impossibile o quasi una sua conferma, nel 1948 ecco vincere il subentrato Harry Truman.

Trascorsi all’opposizione larga parte degli anni Cinquanta, con John Fitzgerald Kennedy e dopo di lui col successore Lyndon Johnson, nei Sessanta, otto anni di potere decisamente travagliati (assassinio del primo e finora unico presidente cattolico, guerra del Vietnam, recrudescenza della guerra fredda e chi più ne ha più ne metta).

E’ proprio tra i Cinquanta e i Sessanta, peraltro, che la geopolitica USA muta radicalmente.

Nel 1952, per la prima volta dalla fine della guerra di secessione, un candidato alla presidenza repubblicano, disattendendo le indicazioni dei maggiorenti del suo movimento che considerano impossibile convincere a non votare democratico gli elettori degli Stati meridionali, va a fare propaganda elettorale nel Sud: è Dwight Eisenhower che tra il predetto 1952 e, più fortemente, il successivo 1956 rompe l’assoluto dominio del partito dell’asino in quelle terre.

Nel 1964, Lyndon Johnson, contrapposto a Barry Goldwater, praticamente inverte gli schemi: conquista tutto il Nord, da un secolo repubblicano, nel mentre viene abbandonato da cinque Stati del Sud che diventano GOP.

Richard Nixon e Gerald Ford relegano dipoi i democratici all’opposizione e, per quanto si abbia dopo le votazioni del 1976 la non certo brillante parentesi Jimmy Carter, all’opposizione – per la presidenza perché non altrettanto capita ai due rami del congresso non poche volte conquistati – resteranno fino all’avvento di quello straordinario catturatore di consensi che si dimostrerà Bill Clinton, vincitore nel 1992 e nel 1996 e in sella dal 1993 al 2001.

Nel terzo millennio, dopo il secondo Bush che conquista per i GOP in modo particolare e controverso White House, ecco Back Obama, il primo presidente di colore ma, soprattutto, con la parziale eccezione di Kennedy (cattolico), il primo ‘non wasp’, non white-anglosaxon-protestant!

E’ guardando al periodo Johnson/Clinton/Obama che si possono delineare le caratteristiche del partito democratico attuale.

E’ guardando altresì e con molta attenzione ai movimenti demografici, agli immigrati, alle etnie emergenti, al tramonto della citata supremazia wasp che possiamo affermare che nel futuro e badando soprattutto allo scranno di Washington (le congressuali, specie se non coincidenti con le presidenziali, sono elezioni diverse e spesso l’esito è differente per la defezione alla urne di non pochi tra i probabili democratici) il partito oggi di Obama deve essere ritenuto vincente.

Proprio con Obama – ho definito l’affermazione del, ripeto, primo non bianco-anglosassone-protestante nel 2008 ‘la terza rivoluzione americana’, la prima essendo ovviamente quella per l’indipendenza, la seconda quella conseguente alla vittoria di Jackson nel 1828 che portò la borghesia al potere – si definisce il quadro.

Geograficamente parlando, gli Stati della costa pacifica votano praticamente sempre democratico e così gli Stati della costa atlantica settentrionale.

Per conseguenza, in termini di delegati al collegio presidenziale che elegge il capo dello Stato, il partito dell’asino parte decisamente avvantaggiato non essendo altrettanto numerosi i voti elettorali che arrivano ai repubblicani dagli Stati, molti ma poco significativi in quanto ai predetti delegati, a loro costantemente favorevoli.

Basta, quindi, al partito oggi di Obama conquistare un paio degli ‘swing States’ (quelli nei quali la maggioranza dei votanti si sposta a seconda delle circostanze dall’uno all’altro dei due movimenti) per prevalere.

Assai più difficile tracciare il profilo politico/sociale dei democratici che fra l’altro vantano nel mondo l’appoggio della stampa perché ritenuti ‘di sinistra’, o ‘liberal’.

 

(La disinformazione al riguardo è incredibile.

Si pensi per esempio alla definizione, tout court, dei democratici come dei ‘pacifisti’ e dei repubblicani come dei guerrafondai.

Chiunque volga lo sguardo alla storia e non alla becera propaganda sa che in tutte le guerre del Novecento – quella ‘del golfo’, peraltro determinata dall’ONU, esclusa – gli stati Uniti sono entrati avendo a capo un democratico).

 

Certo, con loro larga parte delle nuove, emergenti etnie, larghissima parte dei meno abbienti, moltissimi tra i mantenuti dallo stato sociale, la più parte degli intellettuali, i radical chic, i ‘politically correct’, i sindacati, un notevole quantitativo di giovani…

Non pochi tra gli osservatori hanno di recente, negli anni obamiani, parlato di una ‘deriva socialista’ del partito.

Certo, la mia istintiva e però ragionata ‘appartenenza repubblicana’ mi fa velo, ma ritengo che ad oggi, se c’è un partito che sta profondamente tradendo – peraltro affermando il contrario e nel mentre l’universo mondo lo acclama – l’antico, dimenticato ‘american dream’ è quello il cui massimo esponente occupa del 20 gennaio 2009 la Casa Bianca.

Guardando al futuro e tenendo presente il fatto che nelle elezioni presidenziali (ripeto, contrariamente a quelle di medio termine) l’afflusso alle urne è percentualmente di buon livello perché per il capo dello Stato votano un notevolmente maggior numero di appartenenti alle categorie elettoralmente ‘emergenti’ sopra riportate, è possibile pensare che l’ambitissima poltrona sarà nelle prossime occasioni, non solo nel 2016, conquistata dai democratici anche se fra loro (l’acciaccata Hillary Rodham Clinton, certamente non una giovincella, a parte) si fatica a trovarne uno di un qualche sicuro spessore!

Da: www.dissensiediscordanze.it

3 comments for “USA: IL PARTITO DEMOCRATICO

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