SE LA FINE DELL’EMBARGO NON PORTA LA DEMOCRAZIA A CUBA

260713_cubasocialista«Somos todos americanos», siamo tutti americani. Con queste parole Obama ha annunciato la storica decisone di inaugurare un nuovo corso nelle relazioni con Cuba. Si tratta di una delle deliberazioni più importanti della presidenza Obama, una decisione che si rifletterà positivamente sulla sua immagine pubblica, oscurata da continui insuccessi in politica estera e dal fallimento delle elezioni di Midterm. Dopo 53 anni dalla rottura dei rapporti diplomatici, Washington riaprirà la sua ambasciata a L’Avana e Cuba sarà di nuovo rappresentata presso la Casa Bianca. “Riteniamo che la politica seguita fin qui non abbia funzionato – ha detto Obama – e che il modo migliore per portare democrazia e prosperità a Cuba sia di intraprendere una nuova strada”. Cuba, con l’annuncio di questi giorni, viene cancellata dalla lista dei Paesi canaglia quelli che, secondo il Dipartimento di Stato, appoggiano il terrorismo. Nella lista nera ad oggi rimangono solo tre nazioni: Siria, Sudan e Iran.

E mentre Obama pronunciava il suo discorso storico, Cuba visión internacional e Radio Habana trasmettevano la “comparecencia especial” del Presidente Castro. Due Presidenti, il primo eletto democraticamente l’altro imposto dalla dittatura, si sono confrontati a lungo per giungere a una decisione che fa comodo a entrambi ma che desta ancora molte perplessità.

La svolta ha avuto una lunga preparazione con negoziati durati 18 mesi. Ma già da tempo sull’Isola si preparava il terreno per un accordo. Le timide liberalizzazioni introdotte da Raul, le aperture legislative della scorsa primavera da parte dell’Assemblea Nazionale volte ad attrarre investimenti stranieri, le minori restrizioni nei viaggi all’estero per i cubani, erano segnali di una possibile distensione dei rapporti con gli Stati Uniti. Ancora una volta, poi, un accordo politico internazionale è stato condizionato da uno scambio di prigionieri politici. Se tutti si rallegrano della liberazione di Alan Gross, il funzionario americano condannato a 15 anni per aver distribuito telefoni satellitari a esponenti della società civile cubana, c’è preoccupazione per la scarcerazione delle tre spie cubane condannate a pene pesantissime e anche per omicidio. In ogni caso non bisogna dimenticare che, se Obama ha promesso di abrogare l’embargo entro il 2016, la decisione potrebbe trovare ancora molti ostacoli sulla sua strada: ci vuole un voto, tutt’altro che garantito, del Congresso.

Non tutti, in America, vedono di buon occhio la decisione di Obama: il senatore Rubio, esponente degli esuli cubani e possibile candidato repubblicano alla presidenza, sostiene che il riconoscimento del regime castrista serve solo a risolvere i suoi problemi economici e a prolungarne così la durata. E questo rimane uno dei rischi più seri di un accordo tra Cuba e gli Usa. Il regime castrista, ormai in declino, potrebbe addirittura uscire rafforzato da una normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Nessuno ha ancora parlato di elezioni democratiche nel Paese e, almeno per il momento, non cambia nulla nel sistema politico castrista e nel suo apparato repressivo. Il popolo cubano in questi ultimi 53 anni ha dovuto sottostare a una dittatura durissima, e una decisione presa dall’alto non può far dimenticare tutte le sofferenze di una popolo che si è visto negare diritti fondamentali, come quello di poter esprimere liberamente la propria opinione politica. Non è un caso che Raul abbia letto in televisione il suo storico discorso vestito da generale del Forze Armate Rivoluzionarie, in questo modo il Presidente ha ricordato che quella di Cuba è, e rimane, una dittatura militare. Il Presidente Obama ha giustificato la sua decisione affermando che l’embargo si è rivelato del tutto inutile. Dopo più di cinquant’anni, il Presidente americano ha ammesso una sconfitta: il blocco economico, finanziario e commerciale non è servito a piegare il regime.

Non sembra quindi così scontato che la fine dell’embargo possa coincidere con un ritorno della democrazia a Cuba. Restano aperti molti punti: l’accordo porterà ad un miglioramento concreto nella vita dei cubani? Cosa succederà ai cubani che vivono in Florida, potranno continuare ad avere lo status di rifugiati politici? Che cosa accadrà dopo la morte di Fidel? La normalizzazione dei rapporti sembrerebbe più che altro favorire il regime castrista lasciando solo intravedere agli americani l’eventuale possibilità futura di giocare un ruolo di rilievo per il ritorno della democrazia sull’Isola.

1 comment for “SE LA FINE DELL’EMBARGO NON PORTA LA DEMOCRAZIA A CUBA

  1. 19 febbraio 2016 at 10:42

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