STOP A VINCOLI E BUROCRAZIA PER FAR TORNARE L’ITALIA A CRESCERE

SQUINZIGli elettori non credono più in Renzi. Almeno così dicono gli ultimi sondaggi. Questa settimana, come rivelano gli ultimi numeri di Nando Pagnoncelli, l’indice di gradimento nei confronti del premier è sceso sotto la fatidica soglia del 50%. Ben al di sotto del 54%, percentuale che il premier raggiungeva solamente due mesi fa. A perdere la fiducia nei confronti di Renzi sono le fasce sociali più deboli, stanche delle continue promesse del premier  tutte all’insegna del cambiamento e tutte, per il momento, disattese. Sondaggi alla mano per il momento è la Lega la vera alternativa al PD. Matteo Salvini  ha visto aumentare i consensi di 5 punti passando dal 28% al 33%. Tra i suoi potenziali elettori non ci sono più soltanto gli attivisti del Nord, ma anche i delusi dal premier, gli ex grillini, e quelli che una volta votavano Berlusconi. Salvini dichiara di voler essere il nuovo volto del centrodestra, ma dimentica che essere Segretario di partito non equivale a saper interpretare un’intera coalizione. Il Matteo milanese potrebbe trovare il sostegno degli ex AN, ma non certo quello dei liberali che difficilmente potrebbero votare per il Segretario di un partito che, per esempio, più volte si è schierato a difesa delle Province.

Poi c’è Beppe Grillo. Il leader del M5S si è dichiarato “stanchino” ma, a quanto pare, lo sono altrettanto anche i suoi sostenitori. Con i due punti in meno rilevati da Ispos, Grillo appare in difficoltà sia per la competizione di Salvini, sia a seguito delle dinamiche interne al movimento che hanno portato l’espulsione di altri due parlamentari.

Mentre Renzi dice di non avere paura e Grillo corre ai ripari nominando i suoi successori, la più grave incognita resta quella dell’astensionismo. Come già ampiamente dimostrato dalle ultime elezioni in Emilia Romagna, il disinteresse nei confronti della politica è totale. Le promesse non rassicurano più e non bastano nemmeno gli 80 euro a convincere i cittadini a tornare a votare.

Forse quello di cui ci sarebbe bisogno sarebbe una politica diversa. Una politica che non promette nulla di impossibile ma dà risposte concrete. Che cerca di trovare lavoro ai giovani non con una legge, ma con investimenti importanti. Ci si domanda, per esempio, che fine abbiano fatto le liberalizzazioni. Anche quest’anno sono stati resi noti i dati dell’Indice delle liberalizzazioni realizzato dall’Istituto Bruno Leoni. Come già analizzato su questo giornale, i risultati per il nostro Paese non sono incoraggianti. L’Italia è solo tredicesima in una classifica di quindici seguita solamente da Lussemburgo e Grecia. A vedere i dati della ricerca sembrerebbe che in Italia manchi libertà d’iniziativa per gli imprenditori, che non riescono a superare le barriere burocratiche e ricominciare a investire, e diminuisca la libertà di scelta per i consumatori. Curioso (ma non troppo) che la classifica dei Paesi dove è maggiore la libertà di mercato corrisponda a quella dei Paesi dove si vive meglio. Sono in tanti, infatti a trasferirsi a Londra, mentre pochi prendono in considerazione l’idea di andare a vivere ad Atene.

Viene allora da pensare che il governo Renzi dovrebbe guardare alle liberalizzazioni come a una della opzioni fondamentali per tornare davvero a crescere. Eliminando vincoli, nodi e lacci che fino ad oggi hanno tenuto l’Italia lontana dal resto dell’Europa, il Paese potrebbe uscire dalla spirale recessiva.  Tra le tante promesse in questi giorni il ministro delle Sviluppo Federica Guidi ha annunciato che il governo sta mettendo a punto un pacchetto di liberalizzazioni in vari settori, tra cui i servizi postali e le parafarmacie, ma urge anche una regolarizzazione sulla concorrenza per aiutare le piccole e medie imprese a uscire dalla crisi. 

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