USA: L’AFFLUENZA ALLE URNE

imagesIn premessa e per capirci:

Ogni quattro anni, in coincidenza col bisestile, nel primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre, negli Stati Uniti si vota per il presidente, per il totale rinnovo della camera e per un terzo dei membri del senato.

Due anni dopo, sempre nel primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre, si svolgono le ‘mid term elections’ – di ‘medio termine’ perché collocate a metà del quadriennio presidenziale – che vedono il totale rinnovo della camera (il mandato dei suoi membri è dunque biennale) e di un altro terzo dei senatori la cui permanenza in carica è di sei anni.

Le primarie, invece, sono votazioni indette dai partiti per la scelta dei candidati.

Esistono vari tipi di primarie.

La divisione più significativa è quella tra ‘aperte’ e ‘chiuse’.

Alle prime possono votare tutti gli iscritti alle ‘liste elettorali’.

Alle seconde, solo gli iscritti alle ‘liste elettorali’ che hanno dichiarato di essere elettori del partito che le indice.

Per completezza, negli USA il diritto al voto si ha col raggiungimento del diciottesimo anno di età ma lo si può esercitare solo iscrivendosi alle predette ‘liste elettorali’.

In occasione dell’iscrizione, si può (si può) dichiarare la propria appartenenza partitica.

Chi desideri avere ulteriori e assai più complete notizie in relazione ai temi ora accennati può cercarle nei miei due siti in specie cliccando in ‘opere scaricabili’.

 

La vecchia e discussa questione dell’affluenza alle urne negli Stati Uniti…

Per cominciare, diversa è ai nostri giorni appunto l’affluenza ove si guardi alle presidenziali e alle ogni quattro anni concomitanti congressuali, alle mid term, alle primarie, tralasciando ovviamente le votazioni per i governatorati e quelle locali.

Non dimenticando il fatto che in situazioni particolari – una forte contrapposizione, candidati di peso… – il numero dei votanti aumenta o diminuisce – al contrario, poca carne al fuoco, candidati di minore spessore… -, si può indicativamente dire che in occasione delle elezioni per White House e di quelle congressuali che hanno luogo alla stessa data si recano alle urne dal cinquanta al sessanta per cento degli aventi diritto, mentre in quelle di medio termine i votanti sono normalmente meno della metà del corpo elettorale.

Altro discorso è quello relativo alle primarie ai cui seggi – pertanto molto meno frequentati, sempre normalmente – arrivano gli elettori più fortemente motivati (a maggior ragione, ovviamente, nelle primarie chiuse) dal punto di vista ideale e ideologico tanto che non sono rari i casi nei quali i partiti scelgono un candidato per la Casa Bianca, non si dice estremista duro e puro, ma certamente radicale.

Se, quanto alle presidenziali, si guarda all’Ottocento, ben differente la situazione, tanto che frequentemente le percentuali relative ai votanti raggiungevano l’ottanta per cento.

La prima elezione fortemente partecipata è probabilmente quella datata 1840: contrapposti due partiti a quel punto radicati e organizzati a livello nazionale, una novità.

Vinse William Harrison, whig, che prevalse nettamente quanto a delegati sul presidente uscente, democratico, Martin Van Buren.

La percentuale dei cittadini recatisi ai seggi fu superiore al settantotto per cento superando quindi il precedente record che spettava alla tornata del 1828: cinquantasei per cento.

E’ dipoi con il Novecento che l’affluenza comincia a declinare.

Il fenomeno fu giustificato, in qualche decisamente a mio parere discutibile e ancora sostenuto modo, negli anni Cinquanta del trascorso secolo dal politologo Seymour Martin Lipset che così concluse un proprio studio sul tema: “E’ possibile che il non-voto sia oggi, almeno nelle democrazie occidentali, un riflesso della stabilità del sistema”, una prova della soddisfazione dell’elettorato per lo stato delle cose.

In poche parole, “chi è felice non vota”.

Personalmente, invece, ritengo che la diminuzione dei votanti in quella temperie fu causata principalmente dal fatto che i numerosissimi nuovi arrivati, gli immigrati (e si veda in proposito il fondamentale ‘Storia popolare degli Stati Uniti’ di Leo Huberman), anche quando ottennero il diritto di voto, ebbero gravi e durature difficoltà ad integrarsi la qual cosa li tenne naturalmente – avevano altro a cui pensare! – lontani dai seggi.

Tornando all’oggi, le numerose etnie che vanno man mano prendendo il sopravvento in termini numerici sugli oramai antichi ‘wasp’ (white, anglo-saxon, protestant) e in specie gli ispanici e i neri, quanto alle elezioni presidenziali alle quali partecipano sempre più che alle altre – nelle ‘mid term’ 2014, dati alla mano, hanno latitato la qual cosa ha favorito alla grande i repubblicani -, appaiono orientate a favore dei democratici.

Per inciso, la vittoria di Barack Obama nel 2008 è stata a mio parere la conclusione di una lunga ‘marcia di avvicinamento’ degli un tempo minoritari e non impegnati gruppi etnici non wasp al potere (ne ho trattato come della ‘terza rivoluzione USA’ – la prima essendo quella del 1776 e la seconda quella elettorale di Andrew Jackson nel 1828 – nel mio ‘Americana’ e nel successivo ‘White House 2012. Obama again’).

Da: www.dissensiediscordanze.it

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