JOBS ACT, ARTICOLO 18 E SCIOPERO: TANTO RUMORE PER NULLA

senate-takes-up-the-jobs-act-amid-debateLa Cgil annuncia sciopero nazionale per il 5 dicembre e si trascina dietro uno stuolo di polemiche per la scelta della data. Sono gli stessi lavoratori, oltre a politici e osservatori a criticare la scelta del venerdì prima del ponte dell’Immacolata. Su Twitter lo sciopero nazionale diventa #scioperoponte perché consentirebbe a molti di usufruire di un lungo ponte festivo, con ben quattro giorni “di vacanza”. Gli utenti sui social si scatenano, e non è certo la prima volta che gli scioperi coincidono con il fine settimana: “Proclamare uno sciopero di venerdì, prima del ponte dell’8 dicembre… è un grande segno di cambiamento…!”, scrive Paola. Davide suggerisce alla Cgil: “fatelo di mercoledì se pensate che sia utile, cosa di cui dubito”. E Massimo commenta: “Il caso vuole che sia di venerdì. Oh povera Italia, sommersa d’acqua, di negligenza e di inutili scioperi…”

Al di là delle proteste sulla data, quello che colpisce sono le motivazioni che stanno dietro alla convocazione dello sciopero nazionale. La Cgil ancora una volta sembra prigioniera della retorica. Parla di lavoro e intanto sostiene di voler “bloccare il Paese” il 5 dicembre, parla di diritti dei lavoratori mentre i meno tutelati rimangono esclusi da ogni trattativa. E mentre Landini sembrerebbe pronto a diventare leader di una nuova forza di sinistra, il sindacato rosso prende accordi con Matteo Salvini per il referendum sull’abrogazione della riforma sulle pensioni.

Ancora una volta il nodo della discussione torna ad essere l’Articolo 18 e il reintegro dei lavoratori licenziati. Peccato che per la maggior parte degli italiani quello dell’Articolo 18 sia un problema del tutto inesistente. Lo è per il 40% dei giovani che non trova lavoro e per tutti i lavoratori precari che non godono di alcun diritto. Ma è un falso problema anche per i lavoratori dipendenti, dato che coinvolge poche decine di persone l’anno. Non solo, la discussione sui diritti, in una situazione di crisi come quella che sta vivendo l’Italia, rischia di dividere i lavoratori e scatenare una “guerra tra poveri” tra chi non ha lavoro e chi ce l’ha ma teme di perderlo.

 

D’altra parte il lavoro non si crea per decreto, cambiando le regole sui contratti di lavoro, ma promuovendo un piano di liberalizzazioni ad ampio raggio, capace di mettere al centro dell’attenzione le imprese, la concorrenza, e in grado di individuare alcuni settori strategici su cui puntare. La riforma di Renzi non sembra andare in questo senso. Nella legge di stabilità per esempio, non si parla delle liberalizzazioni che sembrano essere scomparse dall’agenda della politica economica italiana.  Sullo stesso articolo 18 il premier non sembra avere le idee ben chiare e non si sa ancora quale sarà il destino del più famoso articolo dello Statuto dei lavoratori.  A fine estate Renzi aveva annunciato di volerlo abolire perché “ostacola investimenti e assunzioni delle imprese”. Il 29 settembre, invece, faceva firmare in direzione del Pd un documento in cui promuoveva: “Una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca l’incertezza e la discrezionalità di un procedimento giudiziario con la chiarezza di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità, abolendo la possibilità del reintegro“. Pochi giorni fa, poi, ha fatto presentare un maxi emendamento senza alcun cenno esplicito all’articolo 18. Dopo poche ore è tornato ancora una volta all’impostazione del documento votato dalla direzione Pd del 29 settembre.

Resta il fatto che mentre gli italiani perdono il lavoro, i sindacati, il governo, le minoranze interne e esterne ai partiti continuano a discutere di statuto di lavoratori e non di occupazione.

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