IL BRASILE PERDE AI RIGORI LA PARTITA DEL CAMBIAMENTO

a0=--brasile_dilmaIn Brasile è stata lotta all’ultimo voto. E al fotofinish la settima potenza mondiale, ha scelto: Dilma Rousseff è stata eletta presidente per la seconda volta con il 51,4% delle preferenze. Il risultato del ballottaggio è stato incerto fino all’ultimo, ma Dilma – erede di Lula ed ex guerrigliera – ha conquistato il secondo mandato quadriennale. La Roussef ha ottenuto tre milioni di voti in più di Neves, un margine strettissimo per un Paese che conta oltre 146 milioni di elettori. Con questa vittoria sofferta, il Partito dei Lavoratori rischia di rimanere per 16 anni di fila al potere: dal 2002 al 2010 con Lula e dal 2010 al 2018 con Dilma Rousseff.

Ancora una volta non ha prevalso la volontà di cambiamento anche se lo sfidante è andato molto vicino alla vittoria. Aecio Neves – senatore del Partito socialdemocratico (Psdb, di centro-destra) – dopo essere approdato non senza difficoltà al secondo turno, sconfiggendo Marina Silva candidato ambientalista, ha perso di un soffio la battaglia per il cambiamento. Di fronte alla proposta di una nuova ricetta economica liberale il Brasile è tornato ad affidarsi a chi ha fatto della lotta alla miseria una priorità. Ma non è stata una vittoria scontata, come quattro anni fa, e la nazione si è scoperta divisa in due.

Ex governatore del Minas-Gerais e senatore dal 2010, Aecio Neves è autore di un progetto che mira a ridurre le tasse sia per le imprese che per le aziende sanitarie. Il suo programma elettorale introduceva corsi di formazione per i lavoratori, facilitazioni per le adozioni e dava ampio spazio alla cultura, riproponendo il modello introdotto a belo Horizonte, capitale del Minas Gerais, città che in poco tempo si è trasformata in un modello culturale per l’intero Brasile. Il disegno politico di Neves andava incontro a un liberalismo controllato che affiancava una gestione efficiente delle risorse dello Stato, al recupero posti di lavoro attraverso piani che favorivano l’inclusione di strati emarginati della società.

In un Paese dove le diseguaglianze sociali sono enormi, e dove il boom economico non è stato accompagnato da una gestione equa della tassazione, il partito di Neves aveva tutte le potenzialità per vincere. Lo zoccolo duro dei suoi elettori è infatti costituito da 60 milioni di contribuenti brasiliani che vivono e lavorano nelle zone più ricche del sudest. Questi professionisti e imprenditori hanno vissuto per anni la contraddizione di dover rispondere a una tassazione pari a quelle del mondo industrializzato, con una gestione del denaro pubblico completamente sbilanciata. A votare per il partito di opposizione è stata la classe media, la stessa gente che è riuscita a uscire dalla povertà e ora manda i figli a scuola, compra oggetti di consumo, ha un posto di lavoro e lo raggiunge usando una moto o un’automobile di proprietà. Queste persone sono arrabbiate perché pagano tasse alte ma i trasporti pubblici non funzionano e molte strade non sono asfaltate. Pretendono che il denaro pubblico sia utilizzato per attrezzare in modo adeguato gli ospedali e rendere competitive le scuole.

La ricetta di Neves, col ritorno del Brasile a una politica liberale e filo-occidentale avrebbe portato a un arretramento del populismo riportando il Brasile sulla strada di una vera crescita. Ora il governo dovrà farsi carico anche dei bisogni di quanti non si vedono più rappresentati dal Partito dei Lavoratori e pretendono, dopo essere diventati consumatori grazie al boom economico, di diventare anche cittadini.

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