HONG KONG, IL PARADOSSO DEL PORTO FELICE

hong-kongTorna alta la tensione a Hong Kong dopo che il governo ha deciso di non scendere a patti con gli studenti e ha annullato la prima tornata negoziale con i manifestanti di Occupy Central. L’annuncio di un possibile inizio di dialogo, aveva fatto rientrare nei giorni scorsi le manifestazioni che per settimane hanno portato Hong Kong al centro della cronaca mondiale. Carrie Lam, il capo gabinetto del governo incaricato di condurre i colloqui, ha addossato la responsabilità del fallimento agli studenti che avevano organizzato un corteo in contemporanea all’incontro. La federazione degli studenti, invece, ha accusato il governo di “non essere mai stato sincero nel voler ascoltare le preoccupazione del popolo di Hong Kong”.

Le proteste delle scorse settimane, represse con spray al peperoncino e lacrimogeni dalle autorità, mettono ancora una volta in evidenza il paradosso che vive l’isola: Stato con la piazza finanziaria più liberale del mondo e città sottoposta al controllo della Repubblica popolare cinese. Le contraddizioni si colgono in ogni aspetto della situazione economica, politica e sociale di Hong Kong.  L’ex colonia britannica è in testa all’Index of Economic Freedom, classifica che vede per esempio l’Italia all’86esimo posto tra il Kirghizistan e la Croazia, eppure è parte di un regime totalitario dove l’economia è ancora solo parzialmente libera e privata. Hong Kong è ricchissima, con un Pil pro-capite di 52.700 dollari, il settimo più alto al mondo secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, ma fa parte della Cina che, quanto a Pil pro capite, è solo 93esima al mondo. A Hong Kong la stampa è libera e i media sono tutti di proprietà privata. Ma soprattutto è un Paese dove i cittadini non hanno diritto di votare democraticamente il proprio leader. Secondo quanto deciso dalla RPC nel 2017 gli hongkonghesi eleggeranno a suffragio universale il Chief Executive (il capo di governo) ma scegliendolo da una lista di due o tre candidati selezionati da un comitato composto da 1200 membri.

 

 

Ed è per questo che per settimane gli studenti hanno invaso le piazze e le arterie della città. Il dialogo tra cinque esponenti del governo e cinque leader dei movimenti studenteschi, compromesso cui si era giunti negli ultimi giorni, poteva essere l’inizio di una discussione sulle modalità di elezione del leader dell’isola.

Quello che si teme ora è un possibile acuirsi della tensione con la Cina, che potrebbe decidere di intervenire militarmente per scongiurare che un’eventuale vittoria delle proteste studentesche possa portare la rivolta sul continente. Pechino potrebbe non essere più disposta a mantenere quei patti che aveva accettato nel 1997, quando aveva inglobato l’ex colonia britannica. Concedere elezioni democratiche a Hong Kong potrebbe spingere il resto della Cina a pretendere gli stessi diritti.

Non è un caso che, nella Cina continentale, i quotidiani abbiano criticato i manifestanti, e che le immagini delle proteste siano state censurate anche sui social media.

Per mantenere credibilità a livello internazionale, Occupy Central dovrà restare un movimento unito e pacifico ma dopo settimane di mobilitazione, e vista la posizione intransigente della Cina, l’obiettivo di ottenere diritti attraverso una protesta pacifica sembra essere sempre più difficile da raggiungere.

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