TERRA GIGANTUM

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All’inizio, fu per via de ‘I figli del capitano Grant’

All’incirca settenne ottenne, in via Calabria numero 32, nella biblioteca della casa romana dei Raffo, mi imbattei in una bella edizione del romanzo di Jules Verne in questione.

Avevo tempo e voglia, come sempre se mi è data la possibilità, di leggere.

Fu in cotal modo che venni a più avvertita conoscenza della Patagonia, terra nella quale gli avventurosi protagonisti, appunto, si avventurano nel primo dei tre libri che compongono l’opera.

Fu in quelle pagine, giurerei, che sentii narrare ed ebbi quindi contezza della incredibile stazza dei Patagoni, la cui altezza aveva stupito Magellano e Pigafetta, quest’ultimo il primo che ebbe a parlarne ai nostri lidi nella relazione che della da lui compiuta circumnavigazione vergò.

Altrove, dipoi, lessi che quegli omaccioni, avvolti nelle pelli e con calzature di cuoio del tutto particolari, frequentemente raggiungevano e superavano i due metri.

Uomini che camminando lasciavano enormi impronte con i loro piedoni e cos’altro significa ‘Patagones’ se non, appunto, in uno spagnolo forse arcaico, ‘piedoni’?

Molto tempo dopo, accurate ricerche antropologiche, concluderanno, quanto proprio ai Patagoni, per un’altezza media dei maschi di un metro e ottanta.

La notizia fu data con l’intento di confutare l’antica convinzione che ne faceva dei giganti.

Ma non è forse vero che una media di tale portata non fa, di contro, che confermarla?

Come dovevano apparire quei selvaggi ai non certamente alti europei del primo Cinquecento?

Erano quelli, altresì, gli anni nei quali, avidamente, scorrevo il Calendario Atlante De Agostini, all’epoca ancora curato da Luigi Visintin, e di quella lontana terra ebbi non poche notizie leggendo dell’Argentina come dei Cile, Paesi dei quali viene a far parte.

E come non considerare con particolare enfasi il fatto che quelle terre, l’inospitale Antartide a parte, siano le più meridionali di questo nostro pianeta?

2

1957,  a Parigi esce una nuova edizione di ‘Les origines de l’homme americain’ del grande Paul Rivet ed ecco che la Patagonia torna ad interessarmi.

Trattando difatti della per lui certa presenza degli australiani in America, l’illustre antropologo, basandosi in particolare su approfonditi studi concernenti il linguaggio, certifica che i pellirosse abitanti la Patagonia – i Tehuelche, ma non solo – come quelli viventi nella Terra del Fuoco – gli Ona, ma non esclusivamente – appartengono al gruppo linguistico ‘chon’ che presenta evidenti e numerosissime somiglianze con le lingue del continente/isola australe.

 

A proposito dei citati Ona, va ricordato che al giorno d’oggi sono da annoverarsi tra i popoli scomparsi essendo l’ultima donna di tale etnia morta nel 1967.

 

Ma come e in qual modo i primitivi aborigeni australiani sarebbero colà arrivati?

Ed ecco che al riguardo Rivet abbraccia le tesi sostenute da Mendes Correa addirittura già nel 1925.

All’incirca seimila anni orsono, le coste dell’Antartide non erano ricoperte dai ghiacci la qual cosa consentiva abitabilità e transitabilità a quanti, d’isola in isola o forse utilizzando un allora esistente istmo, cercavano nuove terre.

 

D’altronde, non diversamente le cose sarebbero andate per quanto riguarda il continente nord americano nel quale gli asiatici sarebbero arrivati percorrendo la ‘Beringia’ ovvero quella striscia di terra una volta emergente dal mare appunto di Bering ed oggi sott’acqua.

 

3

E come non ricordare l’avventura patagonica di quel mattoide di Orélie-Antoine Tounens.

Mi occupavo, allora, degli imperatori latino americani del diciannovesimo secolo non trascurando quel piccolo gruppo di avventurieri che – per rubare l’espressione a Kipling – avevano in quelle bande cercato di ‘farsi re’ o pressappoco.

Che so?

Fra i primi, Iturbide e Massimiliano d’Asburgo per il Messico e dom Pedro I e dom Pedro II Braganza per il Brasile.

Tra i secondi, William Walker – che, alla ricerca di terre da fare proprie, fallito un primo tentativo nella Bassa California e a Sonora, abortito un secondo in Nicaragua, finì fucilato in Honduras – e in specie Orélie-Antoine de Tounens, il ‘re della Patagonia’.

1860, i vastissimi territori meridionali oggi facenti parte del Cile e dell’Argentina sono o per lo meno appaiono terra di nessuno.

Colà, solo pellirosse.

Un giovane avvocato francese da non molto tempo sbarcato in Cile, il predetto de Tounens, profittando della situazione, proclama la nascita di uno Stato autonomo: l’Araucania.

I locali Mapuche lo riconoscono così come, successivamente, le tribù patagoniche.

Monarca costituzionale – il francese emana una costituzione, batte moneta, crea una bandiera e via dicendo – è quindi e pertanto il ‘re della Patagonia’.

Regno effimero se è vero che viene a cessare nel volgere di un paio d’anni.

Preso per pazzo, rimpatriato, più volte ricomparso tra i ‘suoi’ Mapuche per cercare di nuovamente guidarli, de Tounens, finì i suoi giorni nella natia Aquitania.

Il dimenticatissimo sovrano tornò all’onore delle cronache verso la fine del Novecento, allorquando un gruppo di matti ‘occupò’ una delle isole Minquiers, un arcipelago britannico che si colloca nel canale della Manica.

Con tale azione, intendevano i dessi rivendicare i presunti diritti patagonici sulle isole Falkland, per loro, ovviamente, Malvinas.

Il tutto, nel nome del ‘re della Patagonia’ Orélie-Antoine de Tounens!!!

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 Capita, poi, che interessandomi a Darwin mi imbatta nel mitico capitano Robert Fitzroy.

Questi – molti anni prima di suicidarsi perché nelle vesti di responsabile dell’ufficio meteorologico inglese non gli riusciva di fare previsioni del tempo corrette – al comando del ‘Beagle’, era stato due volte da quelle parti, anche se più propriamente nella Terra del Fuoco che alcuni puristi non vorrebbero ricomprendere nella Patagonia.

Gli era capitato, nel corso del primo viaggio, di catturare un certo numero di fuegini che aveva condotto a Londra.

Gli stessi – salvo uno morto all’arrivo nella capitale inglese – che riportò alla base nella successiva impresa, quella alla quale partecipava il precitato Charles Darwin.

 

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Infine ma non infine, come non fare riferimento al magnifico ‘In Patagonia’ che Bruce Chatwin propose nel 1977?

Un diario di viaggio ricchissimo di spunti e divagazioni di ogni tipo nello stile inconfondibile dell’autore.

Fra le altre, ai miei occhi di particolare rilievo, la notizia, l’ipotesi a dire il vero, che riguardava Butch Cassidy.

Che il vecchio capo del ‘Wild Bunch’ non fosse affatto morto in Bolivia come narrava la leggenda e come faceva credere il bel film a lui dedicato (‘Butch Cassidy and the Sundance Kid’, di George Roy Hill con gli ottimi Paul Newman e Robert Redford) si sapeva.

La novità chatwiniana stava nel sostenere che avesse vissuto anche in Patagonia.

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