JOHN TYLER, IL DECIMO PRESIDENTE

John Tyler, il decimo presidente

John Tyler, il decimo presidente

Annessi e connessi con particolare riferimento all’entrata nell’Unione del Texas

A) Nato il 29 marzo del 1790, membro di una delle più antiche ed aristocratiche (ovviamente, secondo i canoni propri degli Stati Uniti) famiglie della Virginia, John Tyler partecipò fin da giovane alla vita politica locale arrivando a ricoprire l’incarico di governatore del suo Stato dal 1823 al 1827.

Democratico, fu dapprima eletto alla Camera dei Rappresentanti nazionale e, in seguito, al Senato (dal 1827 al 1836).

I suoi principi jeffersoniani e l’innata incapacità di uniformarsi alle ferree leggi di partito lo posero in contrasto con il presidente Jackson e lo portarono ad aderire al movimento whig avvicinandolo alle posizioni dell’ex Segretario di Stato Henry Clay che del nuovo partito era il leader.

Nel 1840 la Convenzione whig lo indicò quale candidato alla vicepresidenza ponendolo al fianco del generale William Harrison.

Vinte a man bassa le elezioni, Tyler si ritrovò presidente del tutto inaspettatamente a seguito della morte di Harrison per polmonite all’incirca un mese dopo il suo insediamento.

Era il 6 aprile del 1841 e per la prima volta un vice presidente arrivava alla Casa Bianca per successione mortis causa.

Benché privo dell’appoggio di un qualsiasi partito (inviso ai democratici che lo consideravano un transfuga, lo era anche ai whigs che pure ne avevano accompagnato l’ascesa), il decimo presidente seppe comunque distinguersi e a suo merito vanno ascritte importanti decisioni quali la riorganizzazione della Marina e la costruzione della prima linea telegrafica tra Washington e Baltimora.

Al termine del mandato (decadde il 3 marzo 1845), Tyler non si ripresentò e tornò volentieri alla politica locale.

Sostenitore del Sud e dei diritti dei singoli Stati ma contrario alla secessione, il Nostro, all’inizio del 1861, presiedette la Conferenza di pace di Washington, vano tentativo di riappacificazione tra Nord e Sud fallito il quale si schierò con quei moderati che approvarono l’uscita della Virginia dall’Unione. Poco prima della morte (18 gennaio 1862), fu eletto deputato al Congresso della Confederazione sudista.

Ma non è possibile tracciare un sia pur breve profilo di Tyler senza parlare dell’annessione del Texas, argomento questo che aveva infiammato la campagna elettorale del 1844 che aveva visto, alla fine, prevalere il democratico James Polk il quale dell’entrata nell’Unione dello Stato della Stella solitaria era strenuo sostenitore.

Desideroso di ritirarsi dalla scena politica nazionale in un alone di gloria, John Tyler, subito dopo le or ora ricordate elezioni e quindi nel novembre del 1844, dichiarò che scegliendo Polk gli americani si erano espressi a favore dell’annessione del Texas e propose che il Congresso la realizzasse senza ulteriori indugi mediante una risoluzione congiunta delle due camere.

Così operando e forzando il dettato costituzionale (ragione per la quale, ancora oggi, molti indipendentisti texani sostengono appunto l’indipendenza del loro Stato dagli USA), l’annessione avrebbe richiesto la maggioranza semplice, molto più facile da ottenere che non quella dei due terzi necessaria al Senato per la ratifica di un trattato.

(Essendo il Texas, infatti, indipendente dal 1836, la sua entrata avveniva a seguito della contrattazione e della firma da parte dei due Stati contraenti proprio di un trattato.)

Alla fine, l’auspicata (da Tyler) risoluzione comune, seppur ampiamente e variamente contrastata, fu approvata dalla Camera con centoventi voti a favore e novantotto contro e dal Senato con ventisette contro venticinque.

John Tyler la firmò il primo marzo 1845 – due soli giorni prima della scadenza del suo mandato – e con questa firma, seguita a luglio dal voto di accettazione texano e a dicembre dall’ammissione ufficiale del Texas nell’Unione, passò, come voleva, alla storia.

B) Ho già altra volta narrato di John Tyler, il presidente che fece entrare nell’Unione il Texas.

Vice dal 4 marzo 1841, subentrò al defunto William Harrison diventando in cotal modo il primo numero due arrivato allo scranno presidenziale appunto sostituendo mortis causa il capo dello Stato in carica.

Detiene, Tyler altri record legati ai suoi matrimoni.

Ventitreenne, aveva condotto all’altare la figlia di un ricco possidente, Letitia Christian.

La giovanissima sposa, dopo avergli dato sette figli, nel 1839, fu colpita da una paralisi che la costrinse alla quasi totale immobilità.

Arrivata alla Casa Bianca, ristette nel suo appartamento non partecipando, impossibilitata come era, alla vita pubblica.

Fu Letitia la prima first lady a morire a White House, il 10 settembre 1842, appena cinquantaduenne.

Meno di due anni dopo, il marito sposava la figlia di un senatore, Julia Gardiner.

Aveva Tyler allora ben trent’anni di più della giovane moglie: cinquantaquattro a ventiquattro.

E’ questo il primo matrimonio celebrato nella dimora presidenziale USA.

Julia, donna brillante e capace di farsi benvolere da tutti, è unanimemente considerata colei che, in qualche modo, con la sua costante azione, ‘inventò’ il ruolo di first lady, tanto influì sull’andamento della vita sociale del presidente.

 

C) Già candidato alla Casa Bianca nel 1836 e battuto nell’occasione da Martin Van Buren, il generale William Harrison, favorito dalla grave crisi economica che aveva colpito il Paese sotto la conseguente presidenza del predetto, vinse facilmente le elezioni del 1840, defenestrando il rivale a sua volta in cerca di una conferma.

Per inciso, restano quelle le presidenziali col maggior numero di votanti: almeno il settantotto per cento (78%) degli aventi diritto.

Eroe di guerra (aveva, tra l’altro, sconfitto a Tippecanoe il celebre capo pellerossa Tecumseh), esponente dei whigs, Harrison contava al momento dell’insediamento – il 4 marzo 1841 – la bellezza di sessantotto anni compiuti, età, per l’epoca e non solo, decisamente avanzata.

Fu proprio in occasione dell’insediamento che si ammalò contraendo una polmonite che lo condusse a morte il successivo 4 aprile 1841.

Un mese in carica: finora, la più breve presidenza dell’intera storia americana.

Era la prima volta che un capo dello Stato USA doveva essere sostituito in corso di mandato.

Gli subentrò quindi, sia pure con qualche difficoltà e creando un precedente da allora sempre replicato e rispettato in casi consimili, il vice presidente John Tyler, un uomo politico virginiano che aveva lasciato i democratici per aderire ai whigs ai tempi della cosiddetta ‘crisi abrogazionista’, una questione che non riguardava, come potrebbe apparire, lo schiavismo ma i contrasti tra gli Stati conseguenti a faccende tariffarie e fiscali.

Arrivato inaspettatamente a White House, Tyler si trovò in breve tempo a governare senza l’appoggio di alcun partito.

Inviso ai democratici, riuscì ad inimicarsi anche i ‘suoi’ whigs, soprattutto per l’opposizione dichiarata e conclusa negli atti di governo alle idee e ai programmi che da tempo portava avanti il loro riconosciuto leader Henry Clay.

Ciò malgrado, a parte il sensazionale colpo di coda col quale si accomiatò da Washington, John Tyler va ricordato per la riorganizzazione della Marina e per la costruzione della prima linea telegrafica che unì la capitale federale e Baltimora.

Ma veniamo al dunque, all’atto che consegna il virginiano alla Storia con la esse maiuscola.

Da quasi subito, conquistata l’indipendenza dal Messico nel 1836 (ricordo l’eroica resistenza di Alamo e la vittoria conseguita da Sam Houston sul generale Lopez de Santa Anna a San Jacinto), il Texas aveva richiesto di entrare a far parte degli Stati Uniti.

Né Jackson, né Van Buren diedero ascolto a tale istanza preoccupati in primo luogo del fatto che l’immensa Repubblica della Stella Solitaria, posizionata geograficamente come era e schiavista quale si dichiarava, rafforzasse eccessivamente nell’Unione lo schieramento degli Stati appunto schiavisti.

Respinto, il Texas si diede da fare per valorizzare la propria indipendenza, ottenne vari riconoscimenti internazionali e, in particolare, instaurò ottimi rapporti con l’Inghilterra che lo riteneva una possibile futura spina nel fianco degli USA.

Ed ecco dove e come l’espansionista John Tyler si dimostra sull’argomento l’uomo giusto al momento giusto al posto giusto, agendo contro tutto e tutti come, con quasi assoluta certezza, il conservatore William Harrison, che in campagna elettorale aveva dichiarato che se avesse prevalso avrebbe guardato all’amministrazione lasciando al Congresso ogni altra iniziativa, non sarebbe stato in grado di fare.

Dopo un primo tentativo andato a vuoto (il Segretario di Stato Abel Upshur, incaricato nel 1843 delle trattative, era morto nel febbraio 1844 a seguito dell’esplosione di un cannone a bordo di una nave da guerra), le due parti conclusero un trattato che, ai sensi del dettato costituzionale americano, fu presentato per l’approvazione al Senato.

Improvvidamente, assai improvvidamente, nel mentre, il nuovo ministro degli esteri John C. Calhoun, in una nota destinata ai britannici, difendeva a spada tratta lo schiavismo rinfocolando così la vecchia opposizione in proposito al Texas.

E in effetti, per conseguenza, il Senato bocciò il trattato con trentacinque voti contro sedici.

Mai domo, approfittando della sia pure risicata vittoria (fu decisivo lo Stato del New York che si schierò per il democratico e deluse l’eterno candidato whig Clay) nel 1844 dell’espansionista James Polk, affermando che il Paese, eleggendo l’uomo del Tennessee, aveva confermato di volere che i texani entrassero a far parte degli USA, Tyler, forzando a detta di molti addirittura la Costituzione, impose che il famoso trattato fosse messo ai voti con una risoluzione congiunta davanti alle camere, non solo, quindi, al Senato.

Approvata dalla Camera con centoventi suffragi contro novantotto e dal Senato con ventisette contro venticinque, la risoluzione fu firmata dal festante Tyler l’1 marzo 1845.

Due giorni dopo sarebbe scaduto il mandato che gli era toccato in sorte.

N.B. Fino al 1933, primo insediamento di Franklin Delano Roosevelt, il mandato quadriennale aveva inizio alle ore 00,00 del 4 marzo dell’anno successivo a quello elettorale. Di conseguenza, il quadriennio precedente si chiudeva alle ore 24,00 del 3 marzo.

Dal 1937, secondo insediamento del predetto Roosevelt, a seguito dell’adozione di un Emendamento costituzionale, la cerimonia si svolge alle ore 12 del 20 gennaio sempre dell’anno successivo a quello elettorale.

Da: www.dissensiediscordanze.it

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