LA SUADENTE PAROLA DELLA SEMPLIFICAZIONE

Semplificazione

Proposte per la revisione della spesa pubblica

Le liberalizzazioni continuano ad essere un percorso ed un modello in crisi che vaga tra miraggi e concretizzazioni, questa la sintesi del dodicesimo Rapporto di Società Libera che individua, a compendio della trattazione dei nove settori analizzati, stimolanti indicazioni operative.
Da tempo auspichiamo un sostanziale processo di liberalizzazioni che apra il Paese alla concorrenza e lo indirizzi su un concreto percorso di semplificazione e modernizzazione dell’apparato burocratico, purtroppo, al di là di esternazioni e proclami, in questi anni hanno prevalso immobilismo e un’inconsistente retorica sull’urgenza del riformare. A riprova, riproponiamo quest’anno un saggio sul comparto della sicurezza, già pubblicato nel 2009, che evidenziava un’esigenza di ammodernamento e di razionalizzazione. Dopo cinque anni sono riflessioni del tutto attuali, rinvigorite dal dibattito sulla spending review, ma appannate dal pressappochismo della politica, che ha oscillato tra proposte di accorpamento di corpi di polizia e richieste d’incremento degli operatori, già ridondanti rispetto alla media europea, per poi esaurirsi nel solito  ragionieristico reperimento di risorse attraverso tagli di spesa, con buona pace di una concreta razionalizzazione del settore.
Nella stessa necessità si trova il sistema giudiziario che per la sua inefficienza, ma ancor più per l’inefficacia, ormai stancamente, viene indicato tra le principali criticità del Paese. L’incertezza giuridica, piaga del nostro ordinamento processuale, richiede una riforma sistemica del processo centrata sulla revisione delle finalità e della struttura dell’istituto dell’impugnazione sia civile che penale. Sono indicazioni che, unitamente ad una riforma strutturale ed organizzativa della giustizia amministrativa, dovrebbero essere in grado di incidere su una sostanziale riduzione del contenzioso giudiziario.
L’ultimo Rapporto si soffermò sull’antieconomicità della TAV e sulla sua faraonica inutilità, oggi evidenzia l’esigenza di urgenti interventi a beneficio del trasporto pubblico locale, un’insufficiente liberalizzazione nel trasporto ferroviario e accoglie positivamente la costituzione dell’Autorità indipendente per la regolazione dei trasporti, purtroppo non dotata di poteri sanzionatori.
Di ripensamento in senso liberale necessita anche il comparto dell’istruzione dove merito, sistema premiante per i docenti e autonomia degli Istituti oscillano tra insipiente sottovalutazione e anacronistiche contrarietà. Al nostro sistema scolastico non bastano più burocratiche riforme, incapaci di innescare un sostanziale mutamento in senso partecipativo, occorre una progettualità radicale che, muovendo dall’elezione dei dirigenti scolastici da parte di docenti, studenti, personale, famiglie, dalla scelta e valutazione dei docenti, dalla soppressione degli Uffici scolastici regionali, giunga a connaturare ogni Istituto come pulsante comunità, non come ultimo anello di una catena ministeriale, ma segmento propedeutico al necessario rapporto scuola-lavoro.
Le privatizzazioni, poi, vengono invocate, nel migliore dei casi, come strumento per la riduzione del debito, il più delle volte come un pronto cassa funzionale alle esigenze di bilancio. La privatizzazione della Rai, invece, potrebbe segnalare un reale arretramento dell’apparato politico e la concreta volontà di abbandonare indirizzi dirigistici.
Così come non si può prescindere da una presa d’atto, da parte delle Regioni, dello stretto rapporto che intercorre tra l’attuazione degli indirizzi di razionalizzazione delle attività economiche e la gestione della finanza pubblica, un rapporto che implica di indirizzare l’attività e le scelte degli enti territoriali non verso un capitalismo municipale, ma ad una maggiore attenzione ai mercati, perché le politiche di liberalizzazione sono di fatto propedeutiche allo sviluppo economico.
Purtroppo le nostre condizioni strutturali non avvertono significativi miglioramenti: la vischiosità delle procedure e il loro costo, la Banca mondiale segnala che avviare un’impresa in Italia costa il triplo rispetto alla media Ue, la corruzione, gli oneri burocratici e amministrativi continuano ad incidere sul contesto congiunturale.
Eppure l’impegno a sburocratizzare e semplificare è promessa principe della politica   che, con ipocrita superficialità, finge di non accorgersi che la soffocante tenaglia burocratica è da essa stessa manovrata.
Un percorso di semplificazione non è dipendente da buone intenzioni ministeriali, esso presuppone una visione culturale, prima che politica-amministrativa, sul complessivo modello di società e quindi sul rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini. Non si riduce la burocrazia varando il Registro dell’anagrafe  condominiale,implementando la normativa sulla privacy, incrementando con la legislazione le incombenze di cittadini ed imprese, perpetuando un rapporto di vassallaggio, esemplare il caso della Tasi, tra fisco e contribuenti. Semplificare presuppone anche la consapevolezza di dover ridurre l’apparato burocratico e di conseguenza il suo livello occupazionale, misura ipotizzabile in una fase di sviluppo economico, impercorribile in una crisi, che solo nel 2013 ha prodotto la perdita di 478 mila occupati con un calo del 2,1 per cento rispetto al 2012. Così come è contraddittorio pensare alla mobilità interna alla pubblica amministrazione, auspicata dal movimento sindacale, a meno di non considerare la semplificazione solo un’accattivante e suadente parola.

da: www.societalibera.org

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