LINCONL E LA SCHIAVITU’

lincolnAnni orsono, negli Stati Uniti, fu pubblicato un saggio a firma dello studioso di colore Lerone Bennett (‘Costretto alla gloria: il sogno bianco di Lincoln’), nel quale si sosteneva che il presidente che portò, a costo di una sanguinosissima guerra civile, alla cancellazione della schiavitù e all’emancipazione dei neri era, in realtà, un razzista solo un poco più astuto degli altri

In sostanza, secondo Bennett, Lincoln avrebbe agito come sappiamo soltanto per minare il potere degli Stati del Sud, mentre sua intenzione era deportare i neri “per rendere l’America bianca come un giglio” (queste, le parole che avrebbe pronunciato al riguardo).

A riprova di quanto affermato, il saggista scriveva che “esistono testimonianze secondo le quali la famosa proclamazione dell’emancipazione del 1863 era diretta agli Stati confederati e non riguardava gli altri Stati schiavisti rimasti nell’Unione”.

Di più: “Lincoln si piegò al Proclama per opportunismo subendo la pressione della forte ala abolizionista del suo partito (il repubblicano)”.

Come troppo spesso accade, le ‘nuove’ argomentazioni portate da Bennett per provare le sue supposte ‘rivelazioni’ non sono assolutamente tali per chi conosca la storia, in questo caso quella degli Stati Uniti d’America.

In particolare, il ‘Proclama di emancipazione’ datato 1 gennaio 1863 (emanato dal presidente non in ragione della propria carica ma quale ‘comandante supremo delle Forze Armate’) era esplicitamente, e non surrettiziamente, applicabile esclusivamente nei territori allora sotto controllo della Confederazione sudista, la qual cosa significava che non aveva validità alcuna nei confronti dei quattro Stati schiavisti (Maryland, Delaware, Kentucky e Missouri) che erano rimasti estranei alla secessione.

Ad abundantiam, non era applicabile nemmeno nei territori del Sud al momento già occupati dall’esercito nordista.

Sull’argomento, non esistono semplici ‘testimonianze’ ma una serie completa di documenti arcinoti ed incontrovertibili, tutti ampiamente citati dagli storici.

Quanto, poi, all’influenza avuta su Lincoln dall’ala più fortemente abolizionista del suo partito, è notissimo che già nel dicembre del 1861 la maggioranza del Congresso aveva approvato alcuni primi provvedimenti contro la schiavitù e che nel luglio del 1862 lo stesso Congresso aveva concesso la libertà agli schiavi appartenenti ai proprietari secessionisti ed autorizzato l’arruolamento dei neri (anche se ex schiavi) nell’esercito del Nord.

Così – la storia ce lo racconta senza bisogno di ‘scoperte’ – Lincoln, per parte sua sempre d’accordo con l’operato congressuale, proprio all’inizio del 1863, trovò il clima adatto alla promulgazione del citato Proclama.

Per il resto, se davvero il presidente si fosse azzardato a pronunciare o a scrivere la frase relativa alla deportazione dei neri americani in Africa, i suoi avversari politici ne avrebbero senz’altro fatto uso contro di lui, viste le sue pubbliche posizioni, prima nella campagna per il Senato del 1858 (persa) e poi in quella per la Casa Bianca (come tutti sanno, vinta).

Il confronto per il senato del 1858

Il momento nel quale Abraham Lincoln entra davvero nell’agone politico

Contrariamente a quanto i più pensano, i celebri dibattiti in pubblico tenutisi fra Abraham Lincoln e Stephen Douglas ai quali Barack Obama, replicando a quanto proposto da John McCain, ha fatto riferimento nel 2008 non si svolsero nel corso della campagna elettorale per la Casa Bianca che vide i due contrapposti nel 1860 (e che, peraltro, contava in lizza altresì il vice presidente all’epoca in carica John Breckinridge e il ‘quarto candidato’ John Bell) ma in occasione del loro precedente confronto datato 1858.

Nativo del Kentucky, Lincoln si era trasferito dapprima nell’Indiana e poi nell’Illinois, Stato nel quale si era distinto sia nella professione legale che quale importante uomo politico a livello locale (quattro volte parlamentare nel suo nuovo Stato, fu alla Camera dei Rappresentanti a Washington solo tra il 1847 e il 1849).

Abbandonata per qualche tempo l’attività pubblica a favore di quella professionale, si ritenne in obbligo di tornare a far sentire la propria voce dopo l’approvazione da parte del Congresso, a seguito di una sentenza emessa dalla Corte Suprema, di norme da molte parti e da lui stesso interpretate come intese ad estendere lo schiavismo in tutti gli Stati.

Lasciati non senza esitazioni i declinanti whigs tra i quali aveva militato, Lincoln approdò al pressoché neonato (era stato fondato nel 1854, fondamentalmente proprio per combattere la schiavitù) partito repubblicano partecipando senza successo alle elezioni per il Senato del 1855.

Avvertito il fatto di essere ancora poco noto in particolare rispetto all’allora imperante senatore democratico Stephen Douglas, riproponendosi nel 1858, ritenne necessario colmare questo svantaggio sfidando il rivale in una serie di sette dibattiti.

La disfida, benché tenutasi di poi in località periferiche dell’Illinois (lo Stato che l’eletto avrebbe dovuto in seguito rappresentare) ma non solo, ebbe rilievo e risonanza nazionali.

Un indispensabile inciso: è solo a partire dal 1913 che i senatori nazionali USA sono eletti direttamente dal popolo; in precedenza e quindi anche nel più volte citato 1858, venivano nominati Stato per Stato dal legislativo locale.

Per il Nostro, si decise la proposizione della candidatura da parte di una Convenzione repubblicana convocata a Springfield auspicando che nelle successive votazioni per la Camera locale gli eletti del futuro Gop risultassero in maggioranza così da investirlo del laticlavio.

E’ nel celeberrimo discorso di accettazione appunto alla Convenzione di cui si parla che Lincoln dichiara:

“Una casa divisa al suo interno non può stare in piedi.

Io ritengo che questo governo non potrà durare in eterno mezzo schiavo e mezzo libero.

Non mi aspetto uno scioglimento dell’Unione…ma mi aspetto che finisca di essere divisa.

Che diventi un tutto unico o da una parte o dall’altra”.

Per conseguenza, pur considerando lo schiavismo un male morale, sociale e politico, se eletto, la sua politica non sarebbe stata quella di abolirlo immediatamente ma di incamminarlo “sulla strada della definitiva estinzione”.

Talmente importante e ‘storica’ l’allocuzione ora riassunta che il futuro presidente, comprendendone gli effetti, solennemente dichiara:

“Se dovessi dare un tratto di penna sui miei ricordi e cancellare la mia vita intera e mi fosse lasciata una misera e sola facoltà di scelta di ciò che volessi salvare dalla catastrofe, sceglierei questo discorso e lo lascerei al mondo senza una cancellatura”.

E siamo quindi ad esaminare il confronto al quale l’avvocato di origini kentuckyane arriva attraverso una vera e propria provocazione e al quale Stephen Douglas – che essendo certamente assai più famoso, ha tutto da perdere e poco o nulla da guadagnare in notorietà mentre vuole evitare che il rivale ne acquisti – cerca, ma non troppo, di sottrarsi.

“Accederebbe Ella ad una intesa tra lei e me, fissando il tempo lasciato a ciascuno e parlando al medesimo uditorio sulla situazione presente?

Mister Judd, che le porterà questa mia, è autorizzato a ricevere la risposta e, se Ella acconsente, a discutere le condizioni di questo accordo”, ecco il testo lincolniano al quale il senatore in carica risponde che purtroppo ha già fissato tutte le date della sua campagna, non ne ha una libera ed è davvero sorpreso di constatare che Lincoln non abbia fatto altrettanto.

Tuttavia – concede magnanimo – se proprio lo ritiene necessario, e visto che è in giro, i confronti possono avere luogo in sette differenti località.

Il repubblicano accetta gli appuntamenti aggiungendo:

“Quanto ai dettagli, non desidero nulla più che la perfetta reciprocità.

Desidero tanto tempo quanto lei e che il diritto di concludere spetti all’uno o all’altro alternativamente”.

Che dire, se non che il futuro presidente stava gettando le fondamenta di tutti i dibattiti politici americani di la da venire e fino ai nostri giorni?

E il primo scontro è di scena a Ottawa: il palco è di legno, all’aperto.

Douglas parla un’ora, poi Lincoln per un’ora e mezza e infine di nuovo il democratico per mezz’ora (come concordato, la volta dopo e di seguito via via, si cambierà).

Moltissimi i giornalisti presenti, migliaia gli spettatori arrivati da tutto lo Stato per assistere alla contesa della quale tutti parleranno nei giorni successivi.

Il telegrafo diffonde la notizia ovunque e una volta terminato il terzo confronto tutta l’Unione ne è al corrente e si chiede chi siano i due contendenti.

Inconciliabili: i rivali sono inconciliabili in tutto e per tutto.

Non è solamente una questione ideologica, non è esclusivamente una faccenda politica.

Sono l’uno il contrario dell’altro anche dal punto di vista fisico.

Douglas – detto dai suoi ‘il piccolo gigante’ – è veramente basso di statura, tarchiato e dal collo potente.

Ha torace e spalle quadrate, è vigoroso e nondimeno agile.

Veste molto bene con abiti di sartoria, la sua biancheria è perfetta.

I presenti notano che mentre parla spesso scuote indietro i lunghi capelli neri, appena brizzolati, con un veloce moto del capo.

Un cronista afferma che i suoi lineamenti sono mobili e che possiede un paio di occhi azzurri capaci di forte seduzione.

Peraltro, quando dovendo ascoltare tace, se ne coglie un qualche disagio forse derivante dal fatto di essere all’aria aperta: è Douglas, infatti, un cittadino…

Lincoln è alto, alto, alto: un metro e novantatre è per quei tempi (ma anche oggi, abbastanza) qualcosa di strano.

E’ ossuto e scarno con un naso particolare.

I vestiti sembra gli pendano addosso quasi fossero di qualcun altro.

Ha i piedi enormi e le mani muscolose suggeriscono sia abituato a portar pesi e magari, come per il vero è, a tagliar tronchi.

A prima vista, ci si può certo invaghire di Douglas ma è difficile che altrettanto capiti guardando Lincoln.

E poi, quali i precedenti dei due?

Quali le già espresse qualità?

Non è forse il democratico uomo di mondo, conosciuto, diplomatico quale è anche stato, perfino in Europa laddove ha incontrato a suo tempo addirittura lo zar e la regina Vittoria.

Non è forse da anni in odore di presidenza?

Non è ricco, influente, potente, seducente, galante, dominatore e chi più ne ha più ne metta?

Non viaggia solo in vagone (se non, perfino, in un treno) privato speciale e quando arriva in una qualsiasi località non spara una bordata con il cannone di bronzo che, su di un carro aperto, sempre lo accompagna?

Non lo attendono ovunque, ossequiose, le autorità per scortarlo nelle migliori camere dei migliori alberghi?

Sul palco, per primo, sicuro di sé, con la bella voce baritonale, la chiarissima pronuncia, l’espressivo gestire, i lineamenti composti, la sciolta logica, la prontezza, non incatena e incanta forse le folle?

E come inizia Lincoln il proprio intervento se non goffamente?

E’ goffo, appunto, e il rammentato cronista ci dice che sta piantato sul palco quasi fosse un tronco.

Ha la voce stridula e si torce forse di nascosto i pollici.

Ma, piano piano, si scalda e arriva a lasciarsi andare.

Muove le braccia a sottolineare i concetti e con le lunghe, ossute dita, pare voglia conficcarli fino in fondo nelle teste degli spettatori che ‘sentono’ fin dentro l’anima quanto egli creda in quello che pubblicamente dice.

Commuove perché si commuove.

Comincia con ampie concessioni al rivale del quale non si può dire che bene, nevvero?

E subito dopo, illustrandone ragioni e tesi ne mette a nudo le manchevolezze.

Passa all’attacco e gli esempi che propone sono quelli che potrebbero proporre gli ascoltatori: i contadini che formano la maggioranza dell’assemblea.

Lo stile è chiaro e semplice, ancora come il loro.

Dall’inizio alla fine, peraltro e per quanto l’emozione sembri tutti sopraffare, è la logica a dominare.

Douglas, intervenendo in seconda battuta, falsifica gli argomenti lincolniani ai quali non sa replicare attirandosi risposte giustamente aspre e dure.

La gente, sfollando, avrà in testa il bell’eloquio del democratico e, ammirata, penserà “Così sono i signori di Washington”.

Con il cuore, però, starà con il repubblicano dicendosi “Potessimo una volta buona avere nella capitale uno dei nostri!”.

Dopo Ottawa, ecco dove si svolsero – assai folkloristicamente, viene da dire, visto che, di volta in volta, l’una o l’altra parte si inventava qualcosa: torce fiammeggianti, carri trainati da infinite coppie di cavalli bianchi… – gli incontri seguenti: Freeport, Jonesboro (in Virginia), Charleston, Galesburg, Quincy e Alton.

Ed è proprio ad Alton che un giovane, vedendo l’oramai stanco Lincoln sul palco, scrisse:

“…si alzò dalla sedia, stirò le sue lunghe membra ossute come per rimetterle in forza e rimase eretto come un pino solitario su una vetta deserta!”

 

Le presidenziali del 1860

Ed eccoci alle presidenziali del 1860, anno nel quale i repubblicani conquistano per la prima volta la Casa Bianca per non lasciarla (salvo la strana successione a Lincoln di Andrew Johnson – un democratico vice di un repubblicano, frutto della Guerra di Secessione in corso durante le elezioni del 1864 – e i due quadrienni non consecutivi di Grover Cleveland) addirittura fino al 1913, quando a William Taft subentra Woodrow Wilson, vittorioso alle urne nell’anno precedente.

Divisi – i sostenitori del presidente in carica James Buchanan avversavano l’accreditato senatore Stephen Douglas accusato di avere posizioni addirittura filo repubblicane su molte questioni – i democratici tennero in aprile una prima convention a Charleston.

Lungi dal raggiungere un accordo, le due parti si combatterono al punto che la kermesse ebbe a chiudersi con un nulla di fatto.

Ritrovatisi i delegati a Baltimora a giugno, i contrasti divennero insanabili e molti abbandonarono definitivamente i lavori.

Nominato dai superstiti, Douglas si dovette scontrare nella successiva campagna non solo, come ovvio, col rivale repubblicano, ma anche con un altro democratico dato che i fuorusciti si radunarono per indicare nell’allora vice presidente John Breckinridge il loro vessillifero.

Nella confusione, nacque allora anche un terzo partito, l’Unione Costituzionale, che decise di mettere in corsa John Bell.

I repubblicani, per parte loro, nella convention di Chicago di metà maggio, ritenendo Douglas il probabile avversario, al terzo scrutinio optarono per Abraham Lincoln che nella campagna per il Senato del 1858 si era già contrapposto con grande efficacia, sia pur soccombendo, al rivale in pectore.

Frammentati i voti democratici divisi tra Douglas e Breckinridge, degna di menzione anche la prestazione di Bell, Lincoln vinse in quel novembre conquistando centoottanta delegati sui trecentotre in palio.

Il voto popolare lo vedeva invece soccombente, a fronte del totale dei suffragi raccolti dai rivali, per all’incirca un milione di adesioni alla sua proposta politica.

 

Quando si pensava di sostituirlo

Elezioni presidenziali del 1864.

Giugno: i repubblicani ricandidano Abraham Lincoln.

Nel mentre, la Guerra di Secessione è ancora in pieno corso e le prospettive di vittoria del Nord non sembrano poi molte.

Non pochi, e in primo luogo parecchi democratici, non disdegnerebbero l’apertura di trattative con il Sud per arrivare a una onorevole pace.

Ad agosto, il partito dell’asino, per quanto non decisamente, abbraccia quest’idea e candida a White House il generale George B. McClellan, già al comando dell’armata del Potomac.

McClellan accetta pur dubitando della strategia ipotizzata che prevede dapprima l’armistizio e in seguito la convocazione di una assemblea nazionale destinata a ricostituire l’unità degli Stati Uniti.

I fermenti in atto nel GOP addirittura prima della conferma di Lincoln quale candidato, fermenti promossi da repubblicani radicali che invece volevano che il conflitto proseguisse e che ritenevano i progetti del presidente uscente per il dopoguerra troppo benevoli nei confronti degli Stati secessionisti, erano sfociati a maggio in una convenzione di dissidenti che aveva scelto come terzo nella corsa verso la Casa Bianca il generale John Fremont.

Era costui, ai fini della candidatura, un ‘cavallo di ritorno’ essendo stato nel precedente 1856 (e non va dimenticato che il GOP era nato solo nel 1854) il primo repubblicano impegnato in una campagna presidenziale.

Sconfitto, per quanto dignitosamente, da James Buchanan, Fremont era rimasto dipoi a lungo nelle retrovie – anche nel corso della guerra – e tornava ora all’improvviso alla ribalta.

Uomo dai trascorsi brillanti – cartografo, esploratore, primo senatore eletto della California che aveva contribuito a liberare nella guerra contro il Messico e alla cui entrata nell’Unione aveva dato un particolare contributo – costituiva un serio pericolo per Lincoln, al quale poteva sottrarre un buon pacchetto di voti e di delegati.

Ma il destino decise diversamente, dato che, all’improvviso, il conflitto, che pareva dovesse durare all’infinto, volse decisamente a favore del Nord.

Il 2 settembre, difatti, dopo lunghe settimane d’assedio, William Sherman conquistava Atlanta.

L’effetto di tale impresa fu straordinario e i repubblicani, su questa spinta, ritrovarono la propria compattezza.

John Fremont ritirò la candidatura e a novembre Lincoln vinse in tutti gli Stati dell’Unione meno tre.
 

Il ‘decisionismo’ di Lincoln

Alla fine di una agitata riunione di governo in cui si era scontrato con tutti i suoi ministri a proposito di un determinato progetto, messa ai voti la controversa questione, Abraham Lincoln comunicò alla stampa l’esito della conseguente votazione con queste parole:

“Sette contrari, uno favorevole.

La proposta è approvata!”

Ovviamente, l’unico favorevole era lui!

Lincoln/Kennedy: parallelismi

Abramo Lincoln fu eletto per la prima volta al Congresso americano nel 1846.

John Kennedy fu eletto per la prima volta al Congresso americano nel 1946.

Lincoln fu eletto presidente nel 1860.

Kennedy fu eletto presidente nel 1960.

Sia la moglie di Lincoln che quella di Kennedy persero, a causa di un aborto, un figlio mentre i mariti erano alla Casa Bianca.

Sia l’attentato a Lincoln che quello a Kennedy ebbero luogo di venerdì.

Tutti e due furono colpiti  alla testa.

Il segretario di Lincoln si chiamava Kennedy.

Il segretario di Kennedy si chiamava Lincoln.

Ambedue furono assassinati da un Sudista.

Tutti e due furono sostituiti da un vice presidente originario del Sud.

Ambedue i successori si chiamavano Johnson.

Andrew Johnson (successore di Lincoln) era nato nel 1808.

Lyndon Johnson (successore di Kennedy) era nato nel 1908.

Ambedue gli assassini avevano tre nomi: John Wilkes Booth e Lee Harvey Oswald.

Booth (assassino di Lincoln) era nato nel 1839.

Oswald (assassino di Kennedy) era nato nel 1939.

Il primo fu catturato in un magazzino, dopo che era fuggito da un teatro.

Il secondo fu catturato in un teatro, dopo che era scappato da un magazzino.

Booth e Oswald furono entrambi uccisi prima del processo.

Coincidenze?

 

Ipse dixit

“L’istituzione della schiavitù è fondata sull’ingiustizia e sull’errore politico ma la diffusione di dottrine abolizioniste tende ad aumentarne i mali invece che ridurli”.

 

Campagna elettorale del 1858, dichiarazioni difformi e ‘adatte’ al pubblico presente

In luglio, a Chicago:

“Lasciamo perdere le sofisticherie sull’inferiorità di questo o quell’uomo, di questa, quella o quell’altra razza… Abbandoniamo tutte queste cose e uniamoci come un unico popolo in tutto il Paese, fino a levarci di nuovo in piedi e a dichiarare che tutti gli uomini sono stati creati uguali”.

A settembre, a Charleston:

“Affermo quindi che non sono né mai sono stato in alcun modo a favore dell’uguaglianza sociale e politica tra le razze bianca e nera; che non sono né mai sono stato favorevole a rendere i negri elettori o giurati, o eleggibili a cariche, o a farli sposare con i bianchi… E se non possono vivere insieme, finché così rimangono devono sussistere le posizioni di superiorità e inferiorità, e io, non meno di chiunque altro, sono per mantenere la posizione superiore assegnata alla razza bianca”.

 

4 marzo 1861, al momento dell’insediamento:

“Non intendo interferire, direttamente o indirettamente, nella istituzione della schiavitù negli Stati in cui esiste.

Ritengo di non avere alcun diritto legittimo a farlo, né vi sono incline”.

 

Nel luglio 1862, rispondendo a Horace Greeley.

“… Il mio principale scopo in questo conflitto è salvare l’Unione e non salvare o distruggere la schiavitù.

Se potessi salvare l’Unione senza liberare alcuno schiavo, lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, lo farei…

Ho qui dichiarato il mio scopo secondo il concetto che ho dei miei compiti istituzionali, il che non comporta alcuna modifica all’auspicio personale da me frequentemente espresso che tutti gli uomini, in ogni luogo, possano essere liberi”.

Da: www.dissensiediscordanze.it

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3 comments for “LINCONL E LA SCHIAVITU’

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