NON CI SONO NUOVE MARGARET THATCHER

02-thatcher-iA un anno dalla morte di Margaret Thatcher, è lecito chiederci: se la Lady di Ferro fosse ancora viva e in piena salute, chi voterebbe? Cosa farebbe? Probabilmente, da brava conservatrice tutt’altro che incline ai compromessi, bastonerebbe tutti. Mai come in questo periodo storico, dopo sei anni di crisi economica, siamo stati più lontani dal suo ideale politico.

Oggi va ancora per la maggiore, fra i governi dell’Europa occidentale, perorare la causa di un’ulteriore integrazione europea. E la Thatcher, come è noto, fu la capo-scuola del moderno euroscetticismo. “Se ci si guarda indietro e si cerca di vedere le cose nel loro più ampio contesto, si può capire come vi siano sempre state due visioni diverse dell’Europa – spiegava nel suo celebre discorso di Bruges, alla vigilia della firma del Trattato di Maastricht – una è quella di una cooperazione libera di Stati nazionali, dotati di un reale potere di veto, sia nell’ambito di una votazione unanime, che del Compromesso di Lussemburgo. E, naturalmente, il voto a maggioranza non è nato con l’Atto Unico Europeo, ma è previsto direttamente dal Trattato di Roma. È per questo che Charles De Gaulle ha ottenuto il Compromesso, perché era in conflitto con regole che sarebbero altrimenti state decise da voti a maggioranza. Il Compromesso di Lussemburgo funziona come un potere di veto. Questa visione dell’Europa era pur sempre compatibile con ciò che viene chiamato il “nuovo ordine mondiale”, costituito da Nazioni Unite, Gatt e Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Era compatibile con quel disegno, perché le istituzioni internazionali sono progettate apposta per accettare tutte le piccole nazioni. Aderendovi, nemmeno la nazione più piccola perde la sua identità. La seconda visione è, invece, sempre volta a creare una Unione Europea integrata. Ed è per questo che la frase “un’unione ancor più integrata” è stata inserita nel Trattato di Roma ed è inequivocabile. Siamo sempre stati rassicurati sul fatto che avremmo conservato la nostra identità e il nostro potere di veto, ma, gradualmente, passo dopo passo, se n’è andato e l’integrazione è arrivata con un processo di tappe successive. Qualunque cosa si dica nell’ambito della Comunità, diventa una prima tappa di un percorso che ha un’unica destinazione: un’Unione Europea. Non ci sono alternative. Si può essere imbarcati su un treno rapido o lento, ma la destinazione è sempre quella. Se non vuoi arrivare a quella destinazione, non importa a quale velocità si stia andando. Non vorremmo essere su quel treno. Suggerirei di non rimanere a bordo di quel treno”.

Al giorno d’oggi, sono tutti su “quel treno”, partito nel 1992 e mai più fermato. Anche la stessa Gran Bretagna è a bordo. Talvolta lamenta qualche mancanza di autonomia, fa qualche resistenza, ma non riesce a invertirne il percorso.

La Thatcher, tuttavia, non riuscirebbe affatto a identificarsi nei moderni euroscettici dell’Europa continentale che lottano contro la presunta “austerity”. Sicuramente non voterebbe per gli anti-euro nostrani, che vorrebbero una moneta “sovrana” per stamparla a seconda delle esigenze della spesa pubblica. A questo riguardo, infatti, ammoniva, già nel 1980: “L’inflazione distrugge nazioni e società esattamente come un esercito invasore. L’inflazione è parente stretta della disoccupazione. È il ladro occulto di coloro che hanno risparmiato. Nessuna politica che non tenti di sconfiggere l’inflazione – per quanto grande sia la sua attrattiva nel breve termine – può essere giusta”.

Non sarebbe allineata neppure a tutti quei movimenti che chiedono di uscire dall’Europa per promuovere i propri prodotti e introdurre nuove barriere protezioniste, contro la globalizzazione e la fantomatica “grande finanza internazionale”. La Thatcher riteneva, infatti, che la globalizzazione fosse una conquista irrinunciabile. In occasione del Rajiv Gandhi Golden Jubilee Memorial, il 21 agosto del 1995, questo concetto lo riassumeva così: “… il protezionismo è destinato a fallire, anche se mi spiace dire che l’Unione Europea è fortemente protezionista. Vuol dire che il controllo dei cambi fallirà. Vuol dire che i tentativi di spendere e indebitarsi per uscire dalla recessione falliranno. Al contrario, vuol dire che gli investimenti ed i lavoratori più abili fluiranno verso i Paesi i cui governi sapranno creare le condizioni migliori per attrarli. Piaccia loro o meno, tutti i governi sono attualmente dei giocatori in una gigantesca competizione globale, in cui vince chi fornisce la moneta più solida, le tasse più basse, la regolamentazione più leggera, la giustizia più affidabile, l’amministrazione meno corrotta e l’infrastruttura migliore. I governi devono preoccuparsi di queste cose, non di pianificare, dirigere o sovvenzionare la loro via al nirvana collettivista”.

Ma, soprattutto, non c’è alcun politico, né in Gran Bretagna, né in Italia, né altrove (neppure negli Stati Uniti, sempre più statalisti nell’ultimo ventennio) che proponga una chiara politica di riduzione del potere dello Stato. Una scelta fondamentale, che l’ex premier britannica spiegava così, in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, sulla rivista Reason nel 2006: “Troppo spesso lo Stato è tentato di svolgere attività per le quali è inadatto o che vanno oltre le sue capacità. Probabilmente la più grande di queste tentazioni è il desiderio dello Stato di concentrare il potere economico nelle sue mani. Inizia a credere di sapere come gestire gli affari. Ma lasciatemi dire che non lo sa fare, come abbiamo scoperto, in Gran Bretagna negli anni ‘70, quando le nazionalizzazioni e le politiche sui prezzi e sugli utili hanno fatto perdere alla gestione pubblica il controllo della gestione. E quando abbiamo iniziato a privatizzare e deregolamentare negli anni ‘80, c’è voluto un po’ di tempo prima che queste capacità tornassero. Un sistema di controllo statale non può essere valido solo perché è guidato da persone “esperte” che “conoscono meglio” e sono al servizio dell’“interesse pubblico”, interesse che, ovviamente, è determinato da loro. Il controllo statale è fondamentalmente un male, perché nega alle persone il potere di scegliere e l’opportunità di assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Al contrario, la privatizzazione riduce il potere dello Stato e la libera impresa aumenta il potere delle persone”.

Al giorno d’oggi non c’è alcuna nuova Thatcher. Anche perché nessuno (e nessuna) esponente di questa generazione di classi dirigenti è capace di dire: “Non c’è una società. C’è un affresco vivente di uomini e donne e persone e la bellezza di questo affresco così come la qualità delle nostre vite, dipenderà da come molti di noi sono pronti a prendersi le loro responsabilità e da come ciascuno di noi sarà pronto a guardarsi attorno e aiutare, in prima persona, chi è più sfortunato”.

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