INFANTINO: FAR RIPARTIRE LO SVILUPPO? UN ARGINE AL POTERE DELLO STATO

LORENZO-INFANTINO-240x180“Nessuno può riplasmare la condizione umana”, ma la politica si propone puntualmente di farlo. È l’eredità della rivoluzione francese. Come scrisse Tocqueville, “poiché sembrava tendere alla rigenerazione del genere umano, più ancora che alla riforma della Francia, essa poté accendere passioni che le rivoluzioni politiche anche più violente non avevano mai saputo produrre”.

Il nuovo lavoro del professor Lorenzo Infantinoparla del potere ed è intitolato con un termine che provoca attrazione e repulsione, ma del quale non siamo quasi mai certi dei fenomeni che evoca. Potere, ovvero la dimensione politica dell’azione umana, si rivela non solo un saggio straordinariamente erudito, ma anche un libro che esce al momento in cui più ce n’è bisogno. In particolare in Italia dove il rapporto tra Stato e cittadini è profondamente distorto, nelle norme e nelle sue applicazioni, tanto da far pensare che lo Stato sia ancora Sovrano e i cittadini sudditi. Il rapporto fra contribuente e Amministrazione fiscale è il luogo dove emergono, tra gli altri, le maggiori asimmetrie di trattamento fra il Cittadino e lo Stato.
Al pari di tante altre, la parola “potere” viene utilizzata nella comunicazione di tutti i giorni. Ognuno di noi la pronunzia e l’ascolta senza lasciare trasparire dubbi ma si tratta di una parola che evoca molte cose e che delimita un territorio della cui identità non siamo affatto certi. Questo volume svolge una funzione chiarificatrice: il fenomeno del potere viene “scomposto” e ridotto ai suoi elementi più semplici.
Professore Ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss Guido Carli, Lorenzo Infantino è attualmente anche presidente della Fondazione Friedrich A. von Hayek – Italia.
Ricordiamone un pensiero sul potere dello stato: “Il principio fondamentale per cui l’intervento coercitivo dell’autorità statale deve limitarsi a imporre il rispetto delle norme generali di condotta lecita priva il governo stesso del potere di dirigere e controllare le attività economiche degli individui. Se così non fosse, il conferimento di tali facoltà darebbe al governo un potere sostanzialmente arbitrario e discrezionale, che si risolverebbe in una limitazione di quelle libertà di scelta degli obiettivi individuali che tutti i liberali vogliono garantire.“

Quanto è ancora alta la montagna da scalare perché Hayek diventi conosciuto anche in Italia, al di fuori delle piccole cerchie di amici e associazioni liberali?
Sta esattamente qui il problema. I tornanti da scalare sono irti e numerosi. E dire che Luigi Einaudi aveva grande considerazione per gli esponenti della Scuola austriaca e intratteneva con Hayek un rapporto di profonda condivisione non solo dei princìpi liberali, ma anche dei mezzi necessari per rendere liberale una società. Ho letto una significativa parte della corrispondenza intercorsa fra Einaudi e Hayek e ne ho reso conto nella mia postfazione all’Autobiografia (Rubbettino, 2011) dello studioso austriaco. È purtroppo accaduto che, sebbene la vita di Einaudi non sia stata breve, egli non è riuscito a preparare una giovane generazione di attivisti della libertà. Forse Bruno Leoni avrebbe potuto svolgere un tale compito. Ma ci ha lasciati troppo presto. E Sergio Ricossa, uno dei pochi studiosi italiani capaci di spiegare in che cosa consista la libertà di scelta, ha dovuto fare i conti con un clima culturale totalmente ostile ai princìpi del liberalismo. Allorché ha preparato la prima edizione italiana de The Constitution of Liberty, era il 1969! Il libro è andato direttamente al macero. Si è giunti al punto che, quando nel 1975 l’Accademia dei Lincei ha organizzato il convegno per ricordare Einaudi a cento anni dalla nascita, la maggior parte dei relatori aveva ben poco di liberale. E la presenza di Hayek, che pure era fresco vincitore del Premio Nobel, è stata semplicemente sopportata.

Cosa accade quando lo Stato, anziché limitarsi a garantire il funzionamento dei rapporti sociali basati sullo scambio volontario, si mette in testa di intervenire direttamente?
Come la grande tradizione anglo-austriaca ci ha insegnato, la cooperazione fra gli uomini può svolgersi in maniera volontaria o coercitiva. Se l’intervento statale prende il posto dello scambio volontario, si restringe il territorio in cui possiamo esercitare la nostra libertà di scelta. Il che è già di per sé qualcosa di molto grave. Ed ha conseguenze anche sul piano del benessere materiale. Viene infatti manomesso il meccanismo competitivo di allocazione delle risorse. E ciò a sua volta genera una caduta della produttività e del prodotto, perché le risorse vengono “canalizzate” politicamente. Si dà a chi si sottrae alla competizione del mercato e si affida alla “vicinanza” politica. Ne viene fuori una corsa all’accaparramento dei favori pubblici, in cui i fenomeni di corruzione, di cui il nostro Paese dà buona mostra, sono inevitabili. Ovviamente, i governanti sanno sempre trovare qualche “nobile” giustificazione alle loro interferenze. E, quando gli effetti di medio e lungo periodo aggravano la situazione, essi sono pronti a proporre nuovi interventi, che dovrebbero correggere i danni provocati dalle precedenti iniziative. È un processo che si avvita su se stesso, in cui il potere pubblico utilizza le risorse dei cittadini con la promessa di migliorare la loro condizione e in cui si realizza di fatto un depauperamento della vita economica e sociale e della stessa civiltà dei rapporti. Non ci sono cause morali della decadenza politica, ma ci sono cause politiche della decadenza morale.

Potere adotta una prospettiva non lontana da quella di un grande liberale italiano: Bruno Leoni.
La politica, dunque, è ciò che i governanti offrono ai governati ovvero la garanzia di determinati “diritti”, che necessitano di un contesto sociale pacificato per poter essere goduti. E’ una corretta chiave di lettura?

Sì, Bruno Leoni avrebbe voluto scrivere sul potere. Egli avrebbe nello specifico utilizzato autori diversi dai miei. E non avrebbe fatto ricorso all’opera di Georg Simmel, che nel mio libro fa da pietra angolare. L’approccio di Leoni e il mio si inscrivono tuttavia nel solco dell’individualismo metodologico, quella tradizione di ricerca che si prefigge di spiegare i fenomeni sociali a partire dalle azioni individuali. A differenza di superficiali commentatori di oggi, Leoni aveva compreso che, in una società liberale, la regolazione del conflitto sociale deve essere svolta dal diritto, che ha appunto il compito di demarcare i confini fra le azioni umane. Di qui la posizione “residuale” dello Stato, che deve garantire il rispetto delle norme generali e astratte del diritto, rinunziando al proposito di alterare quei confini con le proprie interferenze. La prematura morte di Bruno Leoni è stata una grave perdita per la cultura liberale italiana.

Nel testo grande attenzione è dedicata agli argini da porre alle esondanti ambizioni dei decisori pubblici. Il potere pubblico è “uno strumento della società ma non il creatore di essa”: come evitare però che, per perpetuare se stesso, il potere si sovrapponga alla società?
Come affermava Ludwig von Mises, l’interventismo è la malattia professionale di politici, militari e burocrati. I governanti sono liberali solo se i governati li costringono a esserlo. Dobbiamo affrancarci dall’illusione che i politici possano risolvere i nostri problemi. Essi possono solamente impedirne la soluzione: perché le interferenze pubbliche minano quel processo di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori, garantito dalla libertà di scelta e realizzato dalla competizione. Sono in molti a non rendersi conto di ciò, perché non comprendono che la concorrenza è anzitutto un processo di mobilitazione delle conoscenze disperse all’interno della società. Impedire la competizione di mercato significa compromettere quel vero e proprio “procedimento di scoperta”, a cui tutti possiamo concorrere e che sta dietro a ogni reale miglioramento della nostra condizione.

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