CESARE CHIERICATI INTERVISTA WOJCIECH JARUZELSKI

Wojciech-JaruzelskiDi seguito, l’intervista realizzata da Cesare Chiericati nel settembre 1992 al generale Jaruzelski, uomo forte della Polonia negli anni Ottanta, già primo ministro e dipoi presidente della repubblica.  Al testo, fa seguito la biografia del generale scritta dallo stesso Chiericati. – MdPR

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L’ appuntamento con il generale Wojciech Jaruzelski è fissato alle ore 11.00 sotto la tribuna centrale del vecchio stadio comunale di Varsavia, una costruzione tetra annerita dagli anni.

E’ la metà di settembre del 1992 ma già su Varsavia si annuncia l’autunno con un vento freddo che spoglia gli alberi e increspa la Vistola.

Un rapido controllo dei documenti poi due guardie guidano me, i colleghi operatori della Tsi, l’interprete, lungo un corridoio buio ravvivato qua e là dalla luce tenue di qualche lampada a muro.

Il generale ci aspetta in un  locale arredato con moderna eleganza: un’ampia scrivania di legno nero, una lampada di ceramica bianca, alcune piante verdi sotto le finestre basse, i libri alle pareti.

Veste un completo grigio  e porta, come sempre, gli occhiali scuri, identici a quelli del drammatico annuncio del 13 dicembre ’81 quando dagli schermi televisivi si rivolse ai connazionali dicendo. “L’ora delle decisioni difficili è giunta, faccio appello a tutti i cittadini polacchi, occorre dimostrarsi degni della Polonia….”

In quell’autunno dell’81 la Polonia era infatti sull’orlo della guerra civile e la crisi politica ed economica si faceva sempre più acuta per l’eventualità di un ultimatum sovietico.

Wojciech Jaruzelski

“Le pressioni erano continue e più il tempo passava più crescevano – racconta con calma il generale –  durante le manovre in Bielorussia, in autunno, parlai a lungo con il ministro della difesa dell’Urss, generale Oustinov, il quale citò una frase di Stalin rivolta a Wiston Churchill: “alle autorità di Mosca non è indifferente l’ordine che regna a Varsavia”.

Non bisogna infatti dimenticare che proprio attraverso la Polonia passarono gli eserciti di Napoleone, quelli nordici e le armate di Hitler.

La Polonia doveva pertanto restare nella sfera d’influenza dell’Unione Sovietica.

Per questa ragione ritenevo la situazione molto pericolosa.

C’erano numerosi e chiari segnali di movimenti di truppe, di preparativi per un intervento militare, mi sono quindi trovato  a dover prendere la decisione molto drammatica e dolorosa della proclamazione dello stato d’assedio.

Il punto di non ritorno fu per me l’annuncio di uno sciopero per il 17 dicembre, sapevamo che lo sciopero sarebbe stato accompagnato da sommosse e rivolte e i sovietici non sarebbero certo stati alla finestra “.

D. Se l’Unione Sovietica avesse invaso la Polonia ritiene che la caduta del comunismo nell’est europeo sarebbe stata ritardata….

R. Credo di si, ogni evento del genere ha sempre finito per consolidare il regime esistente.Consideri che in Cecoslovacchia e in Ungheria e in tutto il blocco comunista, dopo gli interventi sovietici, si strinsero le fila e si rafforzò lo status quo. Vennero introdotte alcune riforme ma nello stesso tempo il regime fu consolidato. Credo che la stessa cosa sarebbe accaduta in Polonia.

D. Quando ha cominciato a perdere fiducia nel modello comunista?

R. E’ stato un processo lungo. Anche Gorbaciov ha continuato a crederci per tanto tempo. Si pensava che il comunismo potesse essere riformato attraverso una democratizzazione politica e una maggiore efficienza economica. Mi chiedo se non fosse possibile costruire qualcosa di intermedio: introdurre l’economia di mercato però con una consistente presenza del settore statale. Insomma si sarebbe dovuto garantire un elevato grado di socialità in un regime di tipo parlamentare, penso a un sistema un po’ simile a quello svedese o finlandese, quei sistemi non si possono definire socialisti ma neppure capitalisti classici. Forse avrebbe potuto nascere un modello con i nostri colori polacchi…

D. Tra tutti i leader comunisti dei paesi del blocco sovietico quale era il meno consapevole della crisi in cui era entrato il comunismo internazionale?

R. Soprattutto Breznev che era malato, molto malato, i suoi orizzonti mentali erano ormai molto limitati e le sue reazioni ritardate. Erich Honecker, leader della Germania Est dal 1971 all’89, invece era il più determinato di tutti. Era certo che il sistema fosse intoccabile e che tutto andasse bene, tra l’altro non perdeva occasione per insegnarci come bisognasse agire per ottenere gli stessi risultati della sua Germania… Per non parlare di Ceaucescu che era un personaggio a se stante: oscuro, sinistro e antipatico. La sua morte comunque è stata barbara e io preferisco non parlarne… Jànos Kadar, di fatto il capo dello Stato ungherese dal 1956 all’88, credeva in una sorta di socialismo al goulach. In verità in Ungheria il sistema ha conosciuto momenti felici: l’approvvigionamento dei mercati, per esempio, funzionava bene e vi era una certa elasticità nelle scelte politiche. Lui poi era un uomo molto simpatico, cordiale, penso di aver goduto della sua amicizia.

D. Che peso ebbero sulla sua decisione di proclamare lo stato d’assedio la situazione economica e le tensioni sociali  che sembravano imprigionare la Polonia ?

R.  Ciò che io temevo di più era lo scoppio di una guerra civile, come accadde a Poznan nel 1956 e soprattutto  a Budapest. La situazione economica era drammatica. Le autorità dell’Urss ci comunicarono infatti che, se la situazione polacca non fosse radicalmente cambiata, dal primo gennaio 1982 sarebbero state tagliate le forniture di tutte le materie prime, in particolare quelle di gasolio, di metano, di cotone e così via… Sarebbe stata la completa paralisi dell’economia. Per analizzare la crisi del dicembre 1981 bisogna quindi tener conto di tutti questi elementi esterni e interni che portarono a quel drammatico epilogo che io chiamo “male minore” pur essendo pienamente consapevole che il male è sempre il male.

D. Quale leader del mondo occidentale diede l’appoggio più importante alla Polonia del dopo “stato d’assedio”?

R. Un sostegno aperto, senza riserve, fu quello del primo ministro greco Papandreu. Lo incontrai ai funerali di Breznev e di Andropov, poco tempo dopo lui venne in visita a Varsavia. Ciò non piacque ai paesi Nato ma il leader greco non mutò atteggiamento. Nel 1984 venne  anche Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri italiano. Ritengo tuttavia decisivo il mio incontro, nell’85, con il presidente francese Mitterand, fu la chiave di volta della normalizzazione dei rapporti tra la Polonia e i paesi occidentali. La mia successiva visita all’Onu fu un ulteriore passo avanti.

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A questo punto una telefonata  interrompe l’intervista, un impegno improvviso  e del tutto inatteso – spiega il suo segretario –  chiama altrove il generale che prima di andarsene ci dà appuntamento a casa sua, alle quattro del pomeriggio del giorno seguente per continuare la chiacchierata.

Scopriamo che la famiglia Jaruzelski abita in una villetta di poche pretese, circondata da un piccolo giardino, in fondo a un lungo viale alberato non lontano dalla sede di alcune ambasciate occidentali, niente a che vedere con le lussuose dacie di molti uomini delle nomenklature comuniste dell’Est europeo.

E’ lui stesso ad aprire la porta, indossa un maglioncino dolce vita  bianco, ha un’aria informale, l’ufficialità sembra  confinata nel suo quartier generale sotto la tribuna del vecchio stadio del Decennale.

Ci presenta la moglie Barbara e la figlia Monika, bionde, eleganti, discrete.

La casa è arredata con gusto e sobrietà: tappeti sul parquet marrone, quadri di paesaggi polacchi alle pareti, mobili di legno scuro, tende bianche alle grandi finestre, nessun lusso, nessuna ostentazione.

Riprendiamo l’intervista nel suo studio ordinato e silente, sulla scrivania una Olivetti lettera 32.

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D. Lei in quegl’anni turbolenti e difficili per la Polonia ha dovuto misurarsi e dialogare con il cardinale Wyszynski e poi con il cardinale Glemp….

R. Il Primate Stèfan Wyszynski (1901- 1981) era un grande personaggio, un personaggio storico, non a caso qui in Polonia è considerato il Primate del millennio. Gli parlai una sola volta e in circostanze drammatiche: la conversazione durò tre ore. Mi fece una grande impressione, era un autentico patriota, capiva le ragioni dello Stato; naturalmente era anticomunista ma era cosciente che fosse necessario agire con buon senso, era contrario a ogni estremismo, difendeva con grande fermezza le ragioni delle Chiesa e ne subì le conseguenze al punto che, negli anni ’50, venne imprigionato. Serbo di lui un grande ricordo. Con il Primate Jòzef Glemp (1929 –2013) mi sono incontrato decine di volte, lo conosco bene. Le nostre vicende personali sono curiose.

Io con alle spalle una famiglia nobile, con i miei studi dai Padri Marianisti, con la mia appartenenza a un’organizzazione giovanile cattolica, sono diventato primo segretario del partito comunista polacco; il cardinale Glemp invece, figlio di operai, educato in un Ginnasio socialista, membro di un’organizzazione giovanile socialista è diventato Primate di Polonia. Vede questi sono i paradossi polacchi, ma forse è stato un bene perché siamo riusciti a dialogare e a capirci. Lui ha letto il Manifesto comunista e io conosco bene il catechismo…. Apprezzo molto ciò che fece nell’81: si adoperò per raffreddare la temperatura sociale di quei giorni e dopo il 13 dicembre, grazie a lui non si arrivò a situazioni estreme. Poi, passo dopo passo, siamo arrivati alla “Tavola rotonda “.

D. Naturalmente protagonista di quel periodo fu Giovanni Paolo II, ex arcivescovo di Cracovia, Papa dal 1978, riferimento ideale e costante per Solidarnosc, vi siete incontrati molte volte…

R. Il Papa, senza dubbio un grande personaggio, ha colto le opportunità maturate nel contesto politico internazionale di quegli anni, si è mosso con intelligenza. Durante uno dei nostri incontri mi disse: “è stata la provvidenza a mandarci Gorbaciov”. Usò proprio queste parole, ma al di là del ruolo della provvidenza, lui in realtà  attribuiva il giusto merito a Gorbaciov. Anche se sono ateo l’ho sempre apprezzato molto.

D. Nella storia recente del suo paese lei è considerato una sorta di enigma politico, da un lato ha congelato con la forza le speranze dei polacchi ma in qualche modo ne ha comunque agevolato l’approdo alla democrazia…

R. Nel mio libro sullo “stato d’assedio” ho scritto che “nessuno può essere giudice nella propria causa”. In effetti se mi difendo si può pensare a un tentativo di nascondere i miei errori; se, al contrario, esagerassi nell’accusare me stesso ciò potrebbe apparire artificioso, falso. Pur con tutti i miei limiti e i miei difetti, mi sembra importante essere riuscito a dare un contributo al passaggio della Polonia da un sistema politico a un altro senza spargimento di sangue. E poi non bisogna dimenticare che il nostro esempio è stato uno stimolo per gli altri paesi di questa zona d’Europa.

D. Tra tutti gli uomini di Solidarnosc con cui ha combattuto e dialogato chi stima di più ?

R. Si fronteggiavano due schieramenti ben distinti: da una parte Solidarnosc, articolata in diverse componenti politiche, dall’altra le autorità costituite, tra queste ultime c’erano ovviamente i riformisti e i dogmatici conservatori, la battaglia quindi era estrema. Le sembrerà un paradosso ma il conflitto si acuì soprattutto con uomini come Kuron, Michnick e Mazoweschi. Persone che rispetto e stimo molto. Perché fu unparadosso? Perché più si è uguali e più si rischia di scontrarsi ferocemente, alcuni tra quelli citati e altri avevano le stesse radici di chi apparteneva al socialismo. Quelle persone però si erano molto allontanate dalle loro radici originarie quindi la battaglia con loro era la più aspra ma, nello stesso tempo – e lo capii più tardi – anche la meno giusta.

D. Che importanza  ha nella sua  vita la famiglia ?

R. E’ importante sapere di non essere soli, di avere accanto persone che mi capiscono, che mi aiutano. L’ armonia però nella mia famiglia non è mai stata acritica, mia moglie, per esempio, non ha mai fatto parte del partito comunista. Con mia figlia, parlando di politica, abbiamo litigato spesso. Monika quando frequentava l’Università  non faceva parte di Solidarnosc ma era comunque molto vicina al movimento. Quando rientravo alla sera tardi dai miei impegni di governo e  lei non era ancora a casa perché partecipava ad assemblee e manifestazioni non ero più il capo del governo polacco ma semplicemente un padre preoccupato, a volte molto preoccupato… Siamo riusciti tuttavia a trovare un terreno comune di intesa cercando di comprendere le rispettive ragioni. Sono contento che lei sia venuto qui a conoscere i miei familiari, quando siamo insieme tutto mi sembra più semplice.

D. Quando decise il colpo di stato chiese il parere di sua moglie?

R. Assolutamente no, mia moglie lo ha saputo dalla radio e dalla televisione, come tutti gli altri del resto. Anche per lei fu una grande sorpresa, uno choc

D. Come vorrebbe essere ricordato?

R. Vorrei si tenesse conto dei miei errori, delle mie debolezze ma vorrei anche che si valutasse la realtà storica in cui ho agito, i miei sforzi, la mia buona volontà. Le cose non possono essere misurate in bianco o nero, da giovane vedevo anch’io tutto così: male e bene divisi nettamente, senza sfumature. Si possono vestire maglioni contrastanti come noi due adesso: lei indossa il maglione rosso e io quello bianco, invece dovrebbe essere il contrario, ma la vita è fatta di sfumature. Vorrei che di questo si tenesse conto nel valutare la mia esistenza.

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La lunga intervista con Jaruzelski è finita, la moglie Barbara ci invita a raggiungere il soggiorno, ha preparato una crostata di mele che serve con  un tè forte e scuro.

Nei due momenti della nostra conversazione il generale ha sempre parlato polacco comunicando sempre attraverso l’interprete, forse per ponderare esattamente le sue dichiarazioni.

Ora  invece parla francese, chiede dell’Italia, della Svizzera, di come viene giudicata la situazione polacca.

Quando ci congediamo dalla famiglia Jaruzelski la sera sta scendendo su Varsavia. Risaliamo in auto la Vistola.

Indicandoci il lato sinistro del fiume, l’interprete rammenta che tra il settembre 1939 e il gennaio 1945 la guerra ha distrutto l’82% delle costruzioni, un evento senza eguali nella storia europea, neppure i bombardamenti su Berlino furono così devastanti. Ha detto Wiston Churchill: “Sono poche le virtù che i polacchi non posseggono, e sono pochi gli errori che hanno evitato “

Jaruzelski

Grande e controverso protagonista della scena politica polacca e internazionale negli anni ottanta del secolo scorso, Wojciech Jaruzelski è nato nel villaggio di  Kurow, presso Lublino nel sud-est della Polonia, il 6 luglio 1923, da una famiglia della piccola nobiltà locale anti-russa. Ultimati gli studi secondari frequenta dal 1936 al ’39 il Liceo Ginnasio dei Padri Marianisti a Varsavia. Dopo l’invasione sovietica della Polonia (17 settembre 1939), conseguente al patto Molotov –Ribbentrop, emigra con la famiglia in Lituania poi in Russia. Nel 1943 si arruola nell’esercito polacco formatosi in territorio sovietico, viene ammesso alla scuola allievi ufficiali di Riazan (vicino a Mosca ) e, a corsi ultimati, partecipa ai combattimenti per la liberazione del suo Paese prima a sud  della capitale e poi in Pomerania in qualità di comandante di unità di ricognizione. Terminata la guerra mondiale prende parte alla lotta contro la resistenza anti-comunista nella Polonia sud-orientale liberata dall’occupazione nazista. Nel 1947 aderisce al Partito Operaio Unificato Polacco (POUP) e completa la  formazione militare all’Accademia “Karol Swierczewski” di Varsavia. Capo del settore politico dell’esercito ad appena trentasette anni, sale rapidamente tutte le scale della gerarchia militare fino a diventare Generale di Corpo d’armata e, nel ’68, ministro della difesa. Nel frattempo (1960) sposa a Stettino l’insegnante Barbara Jaskòlska, tre anni dopo nasce la figlia Monika oggi designer di moda.

 Nel dicembre 1970 la Polonia conosce una profonda crisi politica culminata con i moti operai di Danzica, Gdynia, Stettino, causati da un vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari. In quella drammatica circostanza l’esercito e la milizia aprono il fuoco sui dimostranti,  il bilancio è drammatico: quarantaquattro morti e centinaia di feriti. Il generale, ormai membro dell’Ufficio politico del Partito Comunista, appoggia la sostituzione del vecchio leader Gomulka con il più moderato Edward Gierek.

La Polonia si conferma anche in quei dolorosi passaggi della storia il più imprevedibile e indocile dei satelliti sovietici. Altri focolai di malcontento nascono nel tessuto sociale  dove si afferma un nuovo soggetto politico sindacale con una forte componente cattolica, Solidarnosc, che raggruppa operai, borghesi, intellettuali ostili al regime comunista. Nel ’78 l’elezione al papato dell’arcivescovo di Cracovia, Karol Woijtila, e la sua trionfale visita in Polonia dell’anno successivo creano ulteriori difficoltà al regime mentre la situazione economica si aggrava, disordini e scioperi scoppiano un po’ ovunque.  Mosca segue con crescente apprensione l’evolversi degli avvenimenti temendo un “contagio” fatale per gli altri paesi satelliti. Jaruzelski, nell’estate 1981, assume il potere come segretario del POUP e capo del governo. Di fronte al deteriorarsi della situazione economica e sociale e alle sempre più stringenti pressioni russe, pianifica  un colpo di stato che scatta il 13 dicembre con la proclamazione delle stato d’assedio. Tutti i partiti politici, tranne quello comunista, sono posti fuori legge, i principali leader di Solidarnosc arrestati e imprigionati. Tre giorni dopo a Wujek, in Slesia, nove minatori cadono sotto i colpi di un’unità antisommossa. E’ l’inizio di un periodo tormentato e di grandi difficoltà per la Polonia colpita anche dalle sanzioni economiche di Washington contro il nuovo regime che , ovviamente, è visto con favore da Mosca.

Lungo gli anni ottanta  il generale dà però prova di grande realismo e moderazione fino al riannodarsi del dialogo con l’opposizione grazie ai cosiddetti “dibattimenti della Tavola Rotonda” che favoriranno il graduale passaggio dei poteri a Solidarnosc. Alla presidenza della Repubblica gli succederà nel ‘90 proprio Lech Walesa, leader appunto di Solidarnosc.

Messa alle spalle la lunga stagione militare e politica cerca, con alcuni saggi di successo, di chiarire le ragioni, i limiti e le responsabilità delle scelte che lo spinsero a decretare lo stato di guerra. Accusato di una lunga serie di crimini commessi dai governi comunisti polacchi è stato più volte processato ma ne è uscito sempre senza particolari condanne. Sul suo ruolo nella storia recente della Polonia prevale oggi nell’opinione pubblica la tesi  che il colpo di stato dell’81 sia stato una sorta di “male minore” che ha scongiurato l’invasione militare sovietica. (C.Ch.)

Cesare Chiericati ha lavorato all’Arnoldo Mondadori editore, al Giorno e alla Radio Televisione della Svizzera italiana. Per la TSI ha realizzato reportage, documentari e servizi a livello internazionale ed è stato responsabile di alcune rubriche di approfondimento giornalistico e culturale.

Ha diretto il quotidiano luganese “Il Giornale del Popolo”.

E’ autore di una biografia di Karl Marx (Mondadori), di un libro intervista con il Cardinale Carlo Maria Martini, Il primato del silenzio,(Dadò editore) de  La sfida della complessità (Nuova Critica editore) e, con Damiano Franzetti, di un libro dedicato al ciclismo Mondiali 1951-2008, campioni e grandi imprese ciclistiche in terra varesina (Arterigere editore).

Da: www.dissensiediscordanze.it

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