L’INIQUITA’ DEL CANONE R.A.I.

RAI_—_Radiotelevisione_italiana_(logo).svgDa oltre due anni si cerca di ridurre l’onere della varie imposte a carico dei contribuenti, sembra la fatica di Sisifo. Questi, secondo la mitologia greca, fu re di Corinto, famosissimo per la su astuzia, che, quando morì, fu condannato, onde espiare i suoi peccati, a spingere in eterno dalla pianura sino alla cima di un colle un enorme masso. Allorquando arrivava alla meta il macigno però rotolava indietro.

Sembra questa la sorte dei contribuenti italiani. Tralasciando le imposte sulle abitazioni ci “duole ” ricordare a questo proposito il canone RA I che dovrà essere pagato entro il 31 gennaio.

La televisione di Stato imperversa nei suoi programmi per ricordarcelo sottolineando che l’importo del medesimo non è cresciuto anche se non è irrisorio.

E’ giusto pagarlo?

A chi scrive sembra di no per alcune ragioni.

In primis perché la R.A.I. cerca in tutti i modi di acquisire messaggi pubblicitari. Delle due l’una : o è una televisione privata e commerciale ed allora non avrebbe titolo ad incassare il canone oppure è un soggetto pubblico ed avrebbe diritto al canone purché rinunziasse agli introiti da pubblicità.

“Tertium non datur”.

Inoltre: a cosa servono il canone e gli introiti pubblicitari?

A pagare innanzi tutto gli stipendi, non certo miserabili, di oltre 10.000 dipendenti (non crediamo assunti, in genere, tramite pubblico concorso con esami). Poi a confezionare programmi generalmente mediocri (i pochi buoni vengono trasmessi in orari di difficile utilizzo per chi lavora) .

E’ pertanto venuta, in pratica, meno la funzione educatrice svolta dalla RAI nei primi anni.

Ma probabilmente è questo che si vuole perché un popolo ignorante ha uno spirito critico ridotto e, per conseguenza, lo si comanda meglio. E gli esempi circa altri balzelli potrebbero continuare in attesa della c,d “spending review” (in inglese suona meglio).

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