A SETTANT’ANNI DALLA MORTE, «TERENZIO MAMIANI DELLA ROVERE UOMO POLITICO, PENSATORE E DOCENTE»

Terenzio Mamiani

Terenzio Mamiani

«Italia mia io credo che l’estremo dei miei pensieri sarà il tuo; l’estrema delle mie brame il rinnovamento della tua gloria». In questa breve frase il conte Terenzio Mamiani della Rovere sintetizzò, a mio avviso, nel modo più bello e coinciso la sua lunga nobilissima esistenza. Egli fu, come la maggior parte dei suoi contemporanei, insieme patriota, letterato, poeta, filosofo. Insieme dico, perché gli studi fornirono nutrimento e forza al suo grande amore di patria che, a sua volta, fu il principale stimolo al perfezionamento di quelli che validamente potevano collaborare al rinnovamento dalla gloria d’Italia.

La famiglia Mamiani, originaria di Parma, ebbe il titolo comitale con signoria su S. Lazzaro in Lizzola il 4 aprile 1584, nella persona di Giulio Costante dal Duca Francesco Maria II della Rovere che riportò la notizia nel suo prezioso «Diario». E grandissima dovette essere la stima nel Mamiani se lo stesso Duca gli concesse, oltre al titolo, il privilegio, raramente rintracciabile in araldica, di inquartare nello scudo la «rovere», suo stemma, e di aggiungere al proprio il cognome principesco.

Iniziò gli studi nel civico ginnasio dando precoci segni del suo ingegno: infatti, sedicenne appena lesse una dissertazione «Sulla poesia musicale» alla Accademia pesarese. Fu quindi inviato dal padre a Roma a far da ripetitore nel seminario dell’Apollinare, forse per essere istradato alla carriera ecclesiastica. Quivi frequentò la società colta ed elegante, ma non piacendo ciò al genitore, fu richiamato a Pesare (Sett. 1818) dove rimase vari anni perfezionandosi negli studi alla scuola del Perticari la cui influenza fu determinante sul suo spirito e sul suo stile letterario. Nel 1826 andò a Firenze ove ebbe stretti contatti con quella brigata di scrittori, costituita dal Giordani, Colletta, Capponi, Manzoni, che, riunendosi nel gabinetto del Vieusseux, diede vita alla «Antologia». Ad essa anzi collaborò con qualche scritto filosofico. In quel periodo di tempo frequentò pure il Leopardi che si trovava a Firenze e che gli era parente, come dissi, per via materna. Infiammato dai discorsi che udiva e dall’atmosfera in cui viveva, spessissimo si riducea «fra quello benedette pareti di S. Croce» (come si legge in una lettera indirizzata alla contessa Carolina Eugeni) «dalle quali né una volta mi avvenne di uscire con la mente e con l’animo non ricorretto ed acceso ad opere più degne».

Ma questo piacevole soggiorno non durò molto ché alla morte del padre (nov. 1828) dovette far ritorno a Pesaro. Si recò quindi a Torino ove per due anni insegnò lettere italiane all’Accademia. E’ di questo periodo il suo accostamento alla dinastia sabauda che, con Carlo Felice, sia pur timidamente, dava mostra di sentimenti liberali. Questo sovrano poi si proclamava assai amante delle lettere. Dopo un breve soggiorno a Pesaro, nella quale occasione la cittadinanza gli offrì una medaglia per onorare il suo talento, già affermatosi nelle rimanenti parti di Italia, partì per preparare i moti del 1831. A questo scopo percorse la Romagna e la Toscana.

Scoppiata la rivoluzione fu inviato dal governo provvisorio di Pesaro a Bologna, per recare l’adesione della nostra provincia al Governo Nazionale centrale. Fu quindi eletto deputato e segretario alla Assemblea Nazionale riunitasi a Bologna (26 febb.). Ebbe anche la carica di ministro dell’Interno nel governo delle «Provincie Unite».

Dopo la sconfitta dell’esercito degli insorti seguì il governo in Ancona. Capitolata questa piazzaforte si imbarcò assieme ad altri cento patrioti alla volta di Corfù sulla nave «Isotta». Furono però subito catturati da naviglio austriaco e condotti prigionieri a Venezia. Per quattro mesi rimase in carcere sottoposto continuamente a stringenti interrogatori. Durante questo tempo scrisse l’inno «I patriarchi». Consegnato dal governo austriaco a quello pontificio fu trasportato, via mare, a Civitavecchia ove gli fu annunziato che era stato condannato, assieme ad altri trentotto compagni, all’esilio perpetuo. Riparò allora a Marsiglia, prima, quindi a Parigi, che costituiva il luogo di raccolta di quasi tutti gli esuli italiani. E fino al 1847 durò il suo soggiorno parigino, ché non volle sottoscrivere la dichiarazione di pentimento, «conditio sine qua non», per beneficiare dell’amnistia concessa nel 1846 da Pio IX.

Copiosa è la sua produzione letteraria, poetica e filosofica di questo periodo. Pubblicò infatti «Précis» (sugli avvenimenti del 1831), quindi, nel 1833, gli «Inni Sacri» ove cercò di temperare la Bibbia con Omero e Callimaco e celebrare la virtù del Cristianesimo come religione civilmente educatrice. Del 1835 le «Nuove Poesie», del ’40 invece gli «Idilli». Il Mamiani però non riuscì a sollevarsi dalla mediocrità come poeta perché sacrificò alla forma ed allo schema l’ispirazione. Di questo suo fallimento egli stesso si accorse e si volle dedicare alla filosofia sperando di conseguire quei successi che le Muse gli avevano negato.

Molto pertanto scrisse in questi anni di filosofia. Nella capitale francese ebbe dimestichezza con i più illustri esuli italiani ed i maggiori letterati, filosofi ed uomini politici francesi. Di queste sue relazioni culturali parigine parlerà diffusamente in «Parigi or fa 50 anni» pubblicato nel 1881 sulla «Nuova Antologia». Tracce interessantissime si trovano pure nell’epistolario tenuto con Silvio Pellico, M. Minghetti, Cavour, Q. Sella Gioberti e Mazzini. Per le teorie di quest’ultimo dapprima ebbe viva simpatia ma al suo spirito realistico non potevano a lungo adeguarsi i vani estremismi del patriota genovese. Se ne distaccò, infatti, nel 1839 per unirsi al partito moderato degli esuli, chiarendo le ragioni di questo suo allontanamento nel pamphlet: «Nostro parere intorno alle cose italiane» ove sostenne che si dovevano «abbandonare le temerarie cospirazioni e le utopie».

Su queste basi si svolgerà la politica del Cavour che il Mamiani appoggerà sempre entusiasticamente. Nel 1847 re Carlo Alberto gli accordò il permesso di stabilirsi in Piemonte. Allora il Mamiani si portò a Genova dove ebbe accoglienze festosissime. In questa città conobbe ed amò Angela Vaccaro Lombardi, avvenente «tabaccara» che, pur essendo di umili origini lo seppe comprendere perfettamente e gli fu fedele compagna per tutta la vita. Attraverso il card. Ferretti ottenne dal Pontefice il permesso di soggiornare per tre mesi nello stato romano senza obbligo di fare atto di sottomissione. Ma la sua permanenza durò di più, ché, formatosi il ministero costituzionale il 1° maggio 1848, fu nominato ministro dell’Interno nel gabinetto del card. Ciacchi.

Dopo la sconfitta subita dalle truppe pontificie nel Veneto ad opera dell’esercito asburgico il Mamiani sostenne in seno al governo di armarsi sempre più per combattere l’Austria e di costituire una «lega italica». Ma il pontefice non lo seguì su questa via e il M. si dimise ritenendo la sua posizione insostenibile (Agosto 1848). recatosi quindi a Torino fondò col Gioberti la «Società della Confederazione Italiana» che propugnava idee federalistiche, ma il movimento non ebbe seguito.

Dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi, su invito del Papa il Mamiani, che nel frattempo era stato eletto deputato per il collegio di Pinerolo (tanta era la stima dei piemontesi nei suoi riguardi), fece ritorno a Roma per assumere nel ministero Muzzarelli il dicastero degli Esteri (24 novembre 1848). Un difficile compito però l’attendeva perché il pontefice, lo stesso giorno del suo ritorno, impaurito dai continui disordini che il partito democratico fomentava, era fuggito a Gaeta.

Il Mamiani assunti i poteri, temendo un intervento straniero, come poi si verificò, inviò, il 29 novembre, alle potenze europee una circolare in cui si affermava che l’ordine dello Stato non era turbato e che quindi il governo faceva affidamento sul «principio del non intervento». Spiegava poi che la causa dei moti era la non attuata divisione del potere spirituale da quello temporale che nella sola persona del pontefice potevano concentrarsi. Era un tentativo moderato di salvare il salvabile. Ma il Papa, da Gaeta, sconfessò l’azione del governo e nominò una commissione presieduta dal card. Castracane con l’ordine di sostituire le persone dubbie e trasportare fuori Roma il governo. Visti inutili i tentativi del Mamiani volti a far ritornare il Papa sui suoi passi, il governo fu costretto a dimettersi.

Successe un altro ministero Muzzarelli. Ma il popolo chiedeva la costituente ed infine la ottenne. Il collegio di Pesaro Urbino elesse il Mamiani deputato (21 gennaio 1849); ma per poco tempo egli rimase in questa carica, perché, essendo prevalso in seno alla costituente il partito repubblicano, l’11 febbraio si dimise ritirandosi a vita privata.

Occupata Roma dai francesi, riprese la via dell’esilio. Prima tappa fu Marsiglia, quindi Genova. Eletto al Parlamento Subalpino alla V legislatura, divenne convinto sostenitore del Cavour che difese validamente in varie occasioni con la sua forbita eloquenza. Nel 1857 gli fu assegnata la cattedra di filosofia della Storia alla Università di Torino. Il 16 gennaio dello stesso anno assunse, dietro invito del Cavour, tornato al potere dopo Villafranca, la carica di ministro dell’Istruzione. Assai proficua fu la sua opera in questo settore, specialmente per l’organizzazione del corpo plenipotenziario alla Corte greca rimanendovi fino all’estate del ’63.

Nel ’64 Vittorio Emanuele lo nominò senatore a vita. Un anno dopo fu destinato a Berna come nostro ambasciatore. Breve però fu la sua permanenza in Svizzera. Nel 1866 tornò di nuovo in Italia e questa volta definitivamente. Con la disfatta francese a Sedan era caduto l’ultimo ostacolo alla realizzazione del sogno di tanti patrioti: l’Italia unita con la capitale Roma. Ma i nostri uomini politici (Lanza, Sella, Visconti – Venosta) rimanevano ancora incerti. Si levò allora la voce del Mamiani che tante volte, a torto, era stato accusato di eccessiva moderazione, ad incitare quelli che esitavano quando era sciocco farlo: «la fortuna ci arride. Afferratela per le chiome ed andate a Roma». Una volta liberata la Città eterna gli fu affidato l’insegnamento della filosofia della storia in quella Università (1871). Ebbe pure altri incarichi importanti: fu consigliere di Stato, vice-presidente del Senato, presidente onorario dell’Accademia dei Lincei etc..

In occasione della morte di re Vittorio Emanuele II, in virtù della sua fama di grande oratore, ebbe l’incarico, ambitissimo, di pronunziare l’elogio funebre. Il 21 maggio 1885 morì in Roma dopo una lunga malattia. La stanca mano si abbandonò sulle bozze della sua ultima opera, «Il papato negli ultimi tre secoli», che stava correggendo. Vasto e profondo fu il retaggio della sua opera di pensatore.

da: «Il Resto del Carlino» – Cronaca di Pesaro 21/05/1955

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