VALIDE RAGIONI DI MERCATO CONTRO L’ARREMBANTE STATALISMO “SALVA TUTTO”

LuigiEinaudi

LuigiEinaudi

I sostenitori delle ragioni del mercato e della libera concorrenza dovrebbero trovare facile terreno in Italia per coltivare e diffondere il loro pensiero. Hanno infatti come “delenda Carthago” un settore pubblico che spende con poca efficacia quasi due euro ogni tre di pil emerso e tassa i cittadini che non evadono per oltre la metà del loro reddito e le imprese per circa i due terzi. Quale miglior bersaglio e quale miglior freccia al loro arco? Invece non è così. I liberali che seguendo Einaudi e non Croce sono anche liberisti in economia erano e restano una sparuta minoranza, una riserva indiana circondata da una moltitudine di sostenitori dell’interventismo pubblico e del liberismo come causa di buona parte se non tutti i mali economici del nostro paese. Che dire se non che, estrapolando dalla loro visione, un sistema a economia di piano potrebbe persino apparire ai loro occhi come moderatamente liberale? Senza sperare di convincere un vasto pubblico è comunque utile mettere in evidenza i principali errori ideologici dei sostenitori a oltranza dello statalismo.

Il più rilevante consiste senz’altro nel guardare agli intenti delle politiche pubbliche senza prendere atto dei loro sistematici cattivi risultati. Il fatto che l’intervento pubblico sia giustificato da finalità dichiarate di benessere collettivo non implica necessariamente che i mezzi pubblici siano effettivamente utilizzati in questa direzione. Grazie alla libertà di scelta e alla concorrenza, le due caratteristiche costitutive del mercato, il privato rappresenta il perseguimento involontario di interessi collettivi con mezzi individuali. Ce lo ha insegnato per primo Adam Smith, ormai un po’ di tempo fa. Invece il pubblico non ha deterrenti, se non la moralità privata e l’etica pubblica che qui purtroppo scarseggiano, al rischio che mezzi collettivi siano volontariamente utilizzati per il conseguimento di interessi privati. Quali finalità collettive sono state ad esempio perseguite continuando a proteggere e a sovvenzionare nel tempo Alitalia, vecchia e nuova, sprecando in questo modo una valanga di risorse dei cittadini? Forse l’interesse degli italiani a viaggiare in Europa e nel mondo e dei cittadini del mondo a visitare l’Italia? Si direbbe proprio di no, vi è infatti riuscito molto meglio il mercato che ha permesso la diffusione dei vettori low cost, con una strepitosa riduzione dei prezzi, e la possibilità di scegliere tra una molteplicità di compagnie per il lungo raggio. E’ stata forse perseguita la difesa dei posti di lavoro, ma tuttavia commettendo un secondo errore, quello di ignorare che i posti di lavoro si difendono solo con la domanda dei consumatori e la capacità di stare sul mercato delle imprese, non con i soldi dei contribuenti.

Si arriva in questo modo al terzo errore, relativo alla definizione dell’interesse nazionale e di cosa sia strategico a tal riguardo. Solo per effetto di una mentalità monopolistica si può pensare che sia strategica una specifica impresa. In realtà è il mercato a essere strategico, il fatto che l’offerta sia in grado di soddisfare la domanda, non che la domanda sia necessariamente coperta dall’incumbent, magari anche a proprietà pubblica. L’interesse nazionale è semplicemente che la domanda dei consumatori sia soddisfatta nel modo migliore possibile e che l’offerta dei produttori nazionali sia competitiva. Non ha invece rilevanza la tipologia di imprese, la loro denominazione e quali siano gli azionisti, italiani o stranieri che le controllano. E’ strategico il fatto che determinate produzioni siano fatte in Italia, non che siano realizzate da imprese nazionali e tanto meno che queste imprese siano a proprietà, controllo o influenza pubblica. Nel trasporto aereo sono strategiche per l’Italia EasyJet e Ryanair così come una molteplicità di grandi vettori di lungo raggio, non necessariamente Alitalia. Anche l’ex vettore di bandiera lo è ma solo a condizione di saper stare sul mercato, senza stampelle di stato.

DA: IL FOGLIO

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