Sulla Croisette niente scandali e poca qualità : la 66esima edizione del Festival di Cannes è timida, sottotono e anche un po’ sciatta

Cannes festival palace

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Cannes. Le lagne, le geremiadi, al Festival di Cannes sono all’ordine del giorno. Quelle dei critici (italiani), soprattutto. Che non possono accedere alla proiezione desiderata (malgrado il badge rosa o bianco, che nella scala dei badge permette di accedere veramente dappertutto; si Cannes è un festival classista) perché la sala è inaspettatamente piena, o che sono esausti di perdere due tre ore della propria vita per vedere film, a loro detta, di scarsa qualità.

Ma quest’anno (siamo alla 66esima edizione) è vero, anzi verissimo, difficile non accodarsi all’insoddisfazione diffusa. È un festival sottotono, loffio, senza scandali e colpi di scena (l’unico è stato l’assenza di Ryan Gosling sul tappeto rosso), e con poche pellicole, in concorso per la palma e non, che vorremmo con piacere vedere e rivedere. Non tutto, ci mancherebbe. Il film dei fratelli Cohen, Inside Llewyn Davis (che hanno già prenotato il massimo premio 22 anni dopo Barton Fink), è di una squisitezza rara, una tragi-follia intrisa di sapida ironia che ritrae in un’ora e qurantacinque la vita del cantautore folk Dave Van Ronk. Ma anche Le Passé di Asghar Farhadi, A Touch of Sin di Jia Zhungke, e sopratutto Heli, di Amat Escalante, nonostante i berci e l’indignazione per la violenza che scorre a fiumi, sono film che meritano un grande riconoscimento e una distribuzione anche nel nostro paese. “Esta es la realidad”, ha detto il regista messicano in conferenza stampa. È la realtà, quella mostrata da Heli, di un Messico non da cartolina, spietato, brutale, violentissimo, quello dei Narcos e dello spaccio selvaggio della coca, raccontata da una regia elegante e minimalista alla Michel Franco (amico di Escalante, presente in sala alla prima di Heli, e che l’anno scorso ha vinto Un Certain Regard con lo splendido Despues de Lucía), che ha spaccato in due la critica. Chissà se Spielberg apprezzerà. Il nostro Sorrentino e Refn invece, attesissimi sulla Croisette, hanno entrambi deluso. Soprattutto il secondo dal quale ci si aspettava il capolavoro. E invece, Only God Forgives, è un mero accostamento di belle imagini, senza ritmo, con un afflato narrativo mai incisivo. Certo, Cliff Martinez firma probabilmente la miglior colonna sonora del festival, e gli attori (non Ryan Gosling; il suo personaggio è troppo calcato su quello di Drive, e alla lunga risulta addirittura ridicolo) sono tutti bravissimi, ma Refn confeziona un’opera troppo compiaciuta. Come Sorrentino, che in conferenza stampa ha risposto innervosito alle domande dei giornalisti italiani. La Grande Bellezza, affresco patinato della Roma mondana, decadente e cafonal dei nostri anni, è un’opera prolissa, verbosa, inconsistente, che scimmiotta il Fellini della Dolce Vita (nonostante le smentite del regista napoletano su una possibile comparazione), ma che nemmeno per un attimo si avvicina al film del Maestro riminese. È da Il Divo che Sorrentino non riesce più ad essere penetrante. Lui, per autoconvincersi, dice che la stampa straniera l’ha capito, mentre quella italiana elargisce critiche “non libere”. Ma è la solita, consueta risposta del cineasta-narciso che non ama il contradditorio, e accetta unicamente lodi e ditirambi che esaltano il suo lavoro. Côté Francia, dei cinque film in concorso, solo Abdellatif Kechiche con il suo La vie d’Adèle, storia di un travolgente amore saffico tra due adolescenti (bravissima Léa Seydoux) sembra avere qualche speranza per la Palma d’Oro. Ozon, Desplechin, Valeria Bruni Tedeschi e Arnaud des Pallières non si sa ancora come possano essere finiti nella selezione ufficiale. Come anche l’olandese Borgman di Alex van Warmerdam. Si ha come l’impressione che Gilles Jacob (sarà la sua ultima edizione) e Thierry Frémaux, rispettivamente presidente e delegato generale del festival, abbiano scelto i film in corsa per la Palma d’Oro un po’ frettolosamente e un po’ sciattamente. Puzza di bruciato (e soprattutto di revanscismo), per esempio, la scelta di inserire ben cinque film francesi nella selezione ufficiale (ci stava per confluire anche Les Salauds di Claire Denis, ma per fortuna è stato relegato alla sezione parallela Un Certain Regard) per provare a riscattare il bottino vuoto dello scorso anno, quando tutta la critica transalpina, all’unanimità, gridò alla scandalo e se la prese con Nannì. Ad ogni modo, appuntamento a domenica per sapere chi la spunterà.

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