MA BILL CLINTON CONOSCE IL SISTEMA ELETTORALE AMERICANO?

“Quando venne la sera delle elezioni, scrutinati tutti i voti, il margine finale di vittoria era intorno al 5,5%.
Io ottenni il 43% dei voti, contro il 37,4% del presidente Bush e il 19% di Ross Perot, il miglior risultato ottenuto da un terzo candidato da quando Teddy Roosevelt aveva ottenuto il 27% con il suo Bull Moose Party nel 1912.”

Così, Bill Clinton, in ‘My life’, la sua autobiografia, trattando degli esiti delle elezioni del 1992.
Ora, nel sistema elettorale USA le percentuali di voto non hanno praticamente significato altrimenti non si comprenderebbe come, in quattro diverse occasioni, il candidato sconfitto in termini di voto popolare (e quindi, evidentemente, percentualmente più debole) sia risultato vincente.

E’ accaduto nel 1824 con John Quincy Adams, nel 1876 con Rutherford Hayes, nel 1888 con Benjamin Harrison e nel 2000 con George Walker Bush.
Come tutti sanno – ma, parrebbe, non Bill Clinton – determinante ai fini della conquista della Casa Bianca è il numero di ‘grandi elettori’ e cioè di delegati che si riesce a conquistare Stato per Stato.
Sul totale di 538, è necessario ottenerne almeno 270, la metà più uno.
In buona sostanza, chi si impone per voto popolare in uno Stato (con l’eccezione del Vermont e del Nebraska che hanno un regime per qualche verso differente) prende tutti delegati ai quali quello Stato ha diritto.

Ora, per tornare alla frase di Clinton inizialmente citata, Perot ha ottenuto il 19% per cento dei voti nel 1992 ma non ha vinto in nessuno Stato e per conseguenza non ha conquistato neppure un delegato.

Da questo decisivo punto di vista, tra i ‘terzi candidati’ e limitandoci al Novecento, meglio di lui hanno fatto non solo Teddy Roosevelt (88 delegati nel 1912) ma anche Robert La Follette nel 1924 (13 delegati), J. Strom Thurmond nel 1948 (38 delegati) e, non citando alcuni ‘minori’, George Wallace nel 1968 (46).

Che dire?

5 comments for “MA BILL CLINTON CONOSCE IL SISTEMA ELETTORALE AMERICANO?

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    Come su molti altri aspetti, Judis e Teixeira esaegrano (anzi, esageravano, che9 ora Judis sembra avere cambiato idea) tendenze che perf2 in una qualche misura erano in atto. La base sociale, culturale e demografica della McGovern coalition e8 pif9 ampia oggi che nel 1972. Non sufficiente, ci mancherebbe, ma pif9 ampia.Certo che Clinton intercetta meglio l’elettorato di cui al punto c), ma siamo d’accordo che le primarie le abbia vinte Obama e che provare a rovesciarne l’esito provocherebbe danni anche peggiori che accettarlo (non ultimo per il tipo di campagna che i Clinton hanno condotto da un certo momento in poi, ci mancava pure l’ad con Bin Laden e Pearl Harbor…).McCain e8 pif9 debole di quanto non appaia, come molte sue uscite recenti hanno evidenziato. E in novembre portere0 con se9 anche il baggage di otto anni di Bush, che non e8 poco.Base elettorale, infine. Come mi ricorda Eleonora da Columbus, Ohio, la questione non e8 solo l’ampiezza di questa base elettorale, ma anche la sua potenziale mobilitazione. c8 ovvio che c’e8 anche del wishful thinking (e infatti ci siamo definiti “auspicanti”) nei punti d) ed e), che poggia perf2 su alcuni dati, a partire dal peso della popolazione afro-americana in alcuni stati del sud (secondo il censimento 2000 il 36% % di quella totale in Mississippi, il 31 % in Louisiana, il 30% in South Carolina, il 27% in Georgia, il 25% in Alabama). Tutti stati dove Obama ha stravinto le primarie, spesso doppiando la Clinton, anche grazie a una mobilitazione senza precedenti dell’elettorato afro-americano, che presumibilmente aumentere0 ancora in novembre. E tutti stati dove i democratici hanno perso, e malamente, sia nel 2000 sia nel 2004. Un peso cif2 potrebbe averlo, anche perche9 stiamo parlando di un blocco non irrilevante di grandi elettori (Georgia e Mississippi assieme contano pif9 di Ohio, tanto per fare un esempio)

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