“COME UN CAVALLO”: IL MIO ULTIMO INCONTRO CON PIERO CHIARA

Verso la fine del mese di luglio del 1986, bighellonando come spesso mi accade per Varese, girato l’angolo che da via Volta introduce a piazza Monte Grappa, mi ritrovai improvvisamente di fronte Piero Chiara.

Avanzava deciso, percorrendo quei pochi portici con passo spedito e guardandosi intorno con una certa allegra curiosità, come chi, uscito di casa dopo tanto tempo, vada gioiosamente riscoprendo la propria città.

Nulla, all’aspetto, se non forse un’eccessiva magrezza che lo faceva apparire ancora più piccolo, lasciava intendere la malattia.

Gli andai incontro felice, sorridendo, e subito mi accolse stringendomi con calore la mano.

“Vedi?”, mi fece allegramente, “Mi hanno rimesso a nuovo. Il male è sconfitto. Sto bene. Tra poco vado al mare e poi a Cortina. Tutto come prima.”

Da anni, dopo il doloroso distacco, non lo vedevo se non di sfuggita e da lontano e le notizie sulla sua salute che, negli ultimi mesi, comuni amici mi avevano trasmesso non erano certamente incoraggianti.

Così, guardandomi negli occhi, si rese conto che era necessario rassicurarmi ancora di più.

“Sai”, mi disse allora, “è proprio vero che sto bene: piscio come un cavallo!”

Sollevato da quelle parole, scoppiai a ridere come certamente si aspettava e, di lì a poco, mi accomiatai non senza essermi fatto promettere un successivo e più lungo vis à vis.

“Come un cavallo”, pensavo tornando a casa e ricordando l’origine del suo male, “Vuol dire proprio che sta bene, visto che tutto era cominciato da lì”.

Sapevo quanto Chiara apprezzasse e conoscesse i cavalli e rammentavo le volte che mi aveva parlato con ammirazione della potenza della loro pisciata, capace di scavare un solco profondo nella superficie delle strade sterrate della sua giovinezza.

Non immaginavo allora che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro e che quella frase così ‘alla Chiara’ sarebbe stata l’ultima che avrei udito dalle sue labbra.

Piero morì pochi mesi dopo, il 31 dicembre di quell’ormai lontano anno, risucchiato e distrutto dalla malattia che credeva di aver vinto, ma capace, negli ultimi istanti, di lasciare un emozionato ed emozionante testamento in poche parole.

Scrisse, infatti, ad un ignoto amico (e, quante volte, mi sono augurato che vergando quelle righe stesse pensando a me): “Non rattristarti e non piangere. Lo so, sarebbe bello vivere ancora qualche anno, tornare a scrivere, pensare a qualcosa di diverso da questo brutto pensiero, uscire a spasso, parlare senza fatica.

Ma non soffrire.

Me ne vado, non dico contento, ma appagato sì.

Dalla vita ho avuto tanto: belle donne, buoni amici, amori intensi, soldi, gioie e dolori nella giusta misura.

Poi, senza che avessi fatto nulla per meritarmelo, a cinquant’anni è venuto questo dono dello scrivere, e questo successo, quale che sia.

Di più sarebbe stupido pretendere”.

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