DIALOGO CON L’AMBASCIATORE DELLA START-UP NATION

da www.panorama.it

In tempi di crisi economica internazionale c’è un Paese che ha chiuso il 2012 con un tasso di crescita pari al 3,5% e che continua, nonostante tutto, a investire oltre il 4,5% del Pil in ricerca e sviluppo. Il “miracolo israeliano” è stato al centro della serata organizzata dal Rotary Club del Campidoglio a Roma e da Alé&Partners con un ospite d’eccezione, l’ambasciatore d’Israele in Italia Noar Gilon.

Un popolo di otto milioni di abitanti, in permanente stato di guerra e privo di risorse naturali diventa il centro propulsore dell’hi-tech, dove investono le principali aziende tecnologiche del mondo. Il più alto numero di aziende nel Nasdaq, dopo gli Stati Uniti, e cinquemila start-upche vedono la luce ogni anno, a fronte delle settecento in Europa. “La necessità è la madre di ogni invenzione”, dichiara l’ambasciatore Gilon. “Essere un Paese giovane presenta vantaggi e svantaggi. Da una parte, abbiamo puntato sulla new economy all’insegna dell’innovazione tecnologica. Dall’altra però ci manca quella rete di imprese che connota invece l’Italia”. Da qui l’idea di creare una piattaforma capace di connettere imprese e centri di ricerca di entrambi i Paesi. “In questo modo – continua Gilon – intendiamo intensificare gli scambi tra le due sponde del Mediterraneo per valorizzare al massimo le potenzialità di ciascuno”.

Negli anni sono state formulate diverse teorie sul “segreto israeliano”. E’ del 2009 il best-seller intitolato “Start-up Nation” di Dan Senor e Saul Singer. Una cultura aperta all’innovazione e alla sperimentazione, naturalmente incline a trasformare le avversità in punti di forza. La leva militare obbligatoria, che educa alla responsabilità e permette ai giovani di acquisire vere e proprie competenze manageriali da reinvestire nel civile. “Non è un caso – dichiara Gilon – che le prime imprese israeliane abbiano cominciato nel campo militare e si siano poi adoperate a sviluppare le applicazioni civili delle loro tecnologie”. Secondo l’ambasciatore, ha giocato un ruolo chiave il mix di politiche “smart” messe in campo dal governo (dai massicci investimenti in R&D alla politica fiscale e di incentivi agli investitori stranieri). “Rispetto all’Europa, in Israele la gerarchia è abbastanza livellata e c’è un ambiente più informale che favorisce lo scambio di idee. L’ambizione e l’individualismo sono valori forti tra gli israeliani. Le persone vogliono avere successo”. E’ indubbio che l’apertura all’immigrazione, soprattutto dall’ex Unione Sovietica, sia stata anch’essa un fattore di successo, gli immigrati sono per natura “risk-takers”. Lo sanno bene gli israeliani, costretti ad un esilio di duemila anni e capaci nel giro di sessant’anni ad aumentare di cinquanta volte la loro crescita economica.

“Israele ha più Premi Nobel che medaglie olimpiche”, l’ambasciatore Gilon cita Shimon Peres. Tuttavia, secondo Gilon, non bisogna mai accontentarsi dell’esistente. Sono poche le imprese israeliane che trasformano le loro innovazioni in business multimilionari. Un problema israeliano è il nanismo del tessuto produttivo,  le aziende rimangono piccole e spesso vengono fagocitate da multinazionali straniere. L’unica compagnia israeliana di grandi dimensioni è Teva nella medicina generica. “Da questo punto di vista l’Italia con la sua rete di piccole e medie imprese è qualcosa da cui possiamo imparare”. Dal canto suo Israele porta in Italia l’eccellenza di un’economia che ha puntato sul capitale umano e sulla conoscenza.Robert Hassan, esperto di comunicazione e ideatore della piattaforma per lo scambio tra i due Paesi, spiega così il progetto: “Si tratta di un vero e proprio ponte tra Israele e Italia: un’avanzatissima piattaforma tecnologica che permetta di conoscersi e sviluppare opportunità di business. Con alcuni amici giornalisti conoscitori di Israele abbiamo pensato di utilizzare il web documentario: un viaggio nella Silicon Wadi israeliana, con i suoi protagonisti, dai premi Nobel ai giovani imprenditori, passando per i centri di R&D e per le università”.

La piattaforma, spiega Hassan, può essere uno strumento per migliorare le relazioni di Israele col resto del mondo. Nell’anemica economia della West Bank, del resto, il settore high-tech è in crescita e sono molti i contatti con imprese basate in Israele. “Per avere la pace – è l’opinione dell’ambasciatore Gilon – le persone devono avere lo stomaco pieno. I rapporti economici tra le imprese israeliane e palestinesi consentono alle persone di conoscersi e di superare reciproche diffidenze. Se hai una casa e un buon salario, allora hai qualcosa da perdere. Quanto più prospera è l’economia palestinese, tanto più rosee sono le chance per la pace”. Non c’è da scordarsi poi che il 20% della popolazione residente in Israele è di origine araba.

Secondo Gilon, oggi la parola stabilità è fondamentale non solo in Israele, ma anche in Europa. “La stabilità è importante anche sul piano psicologico. Se c’è instabilità i mercati agiscono di conseguenza e si innesca un circolo vizioso”. L’ambasciatore porta il caso dell’Italia, dove, in seguito alle ultime elezioni, nel giro di pochi giorni lo spread tra i titoli di stato italiani e tedeschi si è impennato. Se l’economia va male, continua Gilon, la gente coltiva frustrazione e si fanno strada forme di radicalismo politico che propugnano il cambiamento totale. “È una delle radici dei movimenti antisistemici in Europa”. Inevitabile non correre col pensiero a Beppe Grillo, che su Israele e le presunte manovre del Mossad ha proposto teorie a dir poco complottiste. “Io auguro all’Italia di trovare presto un governo stabile. Grillo ha coltivato il malcontento popolare verso la classe politica e i suoi costi. Le opinioni su Israele, che non posso certo dire di aver gradito, le ha espresse a titolo personale. Non è su queste che ha chiesto e ottenuto il voto degli elettori italiani”.

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