IGNORANTI QUEM PORTUM PETAT NULLUS SUUS VENTUS EST

Sommersa dal frastuono mediatico di questa campagna elettorale, che prosegue al ritmo dei deprimenti infantilismi dialettici proposti dalle parti, sembra quasi smarrita l’idea che un dibattito politico si debba basare su contrapposte visioni strategiche circa il futuro economico e sociale della Nazione da governare. Che le roboanti promesse mirate unicamente alla pancia degli elettori, come la restituzione dell’Imu in contanti, abbiano di gran lunga più visibilità mediatica (e quindi più ritorno, in termini di voti) dei veri programmi elettorali presentati dai vari schieramenti, è un forte campanello d’allarme per la concezione del ruolo della politica in Italia.

Questa forma di miopia politica, nel senso letterale, ovvero che dedica attenzione quasi unicamente al brevissimo e breve termine, è la stessa che, tirando le somme, ha determinato l’immobilismo strategico e programmatico italiano di almeno l’ultimo ventennio e in definitiva contribuito in buona parte alla situazione di crisi attuale.

E’ quantomeno scoraggiante, quindi, ritrovarla impressa a fuoco anche nella maggioranza dei programmi politici attuali, che invece dovrebbero -oggi più che mai, dato il peculiare momento storico ed economico- focalizzarsi su obiettivi ben precisi e sulla trasparente esplicazione dei mezzi per raggiungerli.

Prendiamo ad esempio le politiche energetiche e la sostenibilità ambientale, due filoni tematici che sicuramente hanno un’impronta strategica più a lungo termine rispetto -per dire- a un condono tombale, ma hanno anche un’importanza fondamentale, specie per una Nazione che non si autosostenta, non eccelle nell’efficienza, paga l’elettricità il 30% in più dei suoi vicini europei e, non bastasse, nei prossimi anni dovrà affrontare l’impennata della domanda energetica da parte dei Paesi emergenti.

Ebbene, per un tale architrave della sostenibilità economica italiana dei prossimi decenni, le proposte appaiono confuse, idealizzate, o matematicamente irrealizzabili. La trattazione più miserevole è probabilmente quella di Rivoluzione Civile, che in sei righe riesce a mescolare diritti degli animali, inquinamento e TAV. Ad eccedere, dal lato opposto, c’è SEL, con ben 50 pagine di programma su queste tematiche: dallo stimolo alle rinnovabili agli sgravi fiscali a chi costruisce con efficienza energetica. Molto esaustivo, molto interessante, ma con una clamorosa omissione in merito ai costi di queste politiche e alle loro possibilità reali di finanziamento, mancanza che mina l’attendibilità delle proposte stesse.

Lo stesso dicasi per il PDL, che pur dedicando due paragrafi (13 e 14) ad ambiente ed energia, principalmente a favore dell’aumento della concorrenza nel settore energetico, della riduzione delle imposte sulla bolletta e a incentivi sulle rinnovabili (due punti difficilmente conciliabili, peraltro), non scende minimamente nei dettagli esecutivi delle proposte, che rimangono “sulla carta”.

Situazione diversa per il M5S, che dedica una parte importante del proprio programma ad ambiente ed energia, ma che pur scendendo nel merito di alcune possibilità di finanziamento dei progetti proposti non fa riferimento ad alcuna fonte ufficiale per il lungo elenco di numeri, costi e benefici in considerazione, sottraendovi quindi la credibilità che altrimenti avrebbero meritato.

Il PD, invece, manca sia dal lato teorico che da quello pratico: esiste una sezione sullo sviluppo sostenibile, che però dimostra come il partito non abbia ben chiara nemmeno la sua definizione più classica (quella del rapporto Bruntland, 1987), e non si trova alcun riscontro sul tema dell’energia se non nella sezione “beni comuni” in cui si auspica l’accesso indiscriminato di tutti ai beni comuni, tra cui appunto l’energia. Troppo, troppo poco per un partito che potrebbe guidare la Nazione a partire dal mese prossimo.

Il programma più serio -sulle tematiche qui in oggetto di analisi- appare essere l’Agenda Monti, l’unico che faccia riferimento alla recente proposta di Strategia Energetica Nazionale, l’unico che si integri nella realtà europea delle macroregioni auspicando la creazione di un hub energetico del Mediterraneo di cui l’Italia possa essere protagonista, l’unico che tratti in maniera estensiva il problema dei rifiuti, e l’unico che dimostri di conoscere -almeno- le definizioni di green economy e sviluppo sostenibile. E’ un inizio.

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