ALBIONE NON FA PIU’ PAURA

“Ogni scenario per la Gran Bretagna è immaginabile, siamo artefici del nostro destino, possiamo fare le nostre scelte”. Ai suoi deputati il primo ministro inglese David Cameron, avrebbe “confessato” che l’uscita del Regno Unito dall’Ue è uno scenario “immaginabile”. Si, immaginabile, ma tremendo nella sua imprevedibilità. Creato con l’Unione economica europea e il trattato di Roma nel 1957, la principale vittima a risentire da un’uscita degli inglesi dall’Unione, sarebbe molto probabilmente il mercato unico. Francia, Germania, Italia e Benelux allora si misero insieme con lo scopo di sviluppare attività economiche, creare ricchezza economica e mantenere la pace e la libertà all’interno di un continente lacerato dalle guerre.

L’Inghilterra, che ha aderito all’Unione nel 1973, a treno già partito, si è sempre ritagliata il ruolo di bastian contrario d’Europa, e, tramite le sue rigide prese di posizione, ha saputo abilmente e con tattica politica sopraffina trarne i vantaggi che voleva. Così facendo però ha perso la possibilità di ambire ad uno scranno decisorio all’interno della costruzione europea. L’impero di cui era a capo non c’è più e il suo desiderio di rimanere isolata per guardare agli oceani, e al tempo stesso cercare un’identità in qualche modo europea per non perdere i vantaggi del mercato unico e della costruzione europea in generale, non sembra ormai più realizzabile.

Sembra che i tempi siano cambiati. Per un’Unione che a breve farà 28 membri, che bene o male è riuscita a superare anche l’impasse Grecia e che ha pronta sulla rampa di lancio il primo step per l’Unione bancaria – anche se con tempistiche germanizzate e, dunque, un po’ più lunghe di quanto previsto dalla Commissione -, l’uscita dell’Inghilterra, pur rimanendo non auspicabile, poiché sarebbe un grave danno per tutta l’economia, soprattutto finanziaria, d’Europa, ormai non costituisce più un pericolo mortale. A Bruxelles non c’è il più il sentore che le Istituzioni siano disposte a strapparsi le vesti affinché Londra rimanga all’interno dell’Ue.

Come scrive Riccardo Perissich, vicepresidente esecutivo del consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti e già direttore generale presso la Commissione europea, nel capitolo, “Il dilemma britannico” contenuto nel libro “Le istituzioni europee alla prova della crisi”, a cura di Giuliano Amato e Roberto Gualtieri, in uscita nel 2013 e anticipato qualche settimana fa da Il Foglio, l’Inghilterra è “un paese che ha perso un impero e non ha ancora trovato un ruolo. L’Europa è ai loro occhi allo stesso tempo troppo e troppo poco. Il problema è che nessuno sembra più interessato ad aiutarli a risolvere il dilemma. Nella loro concentrazione sulla tattica a discapito della strategia ed esclusivamente attenti alla propria opinione pubblica, i responsabili britannici non hanno saputo o voluto vedere l’evoluzione del continente nei loro confronti: lo straordinario patrimonio di fiducia, ammirazione e simpatia di cui il paese godeva ovunque si è ormai esaurito”.

La crisi economica e dell’eurozona non ha certamente calmato gli animi iper-conservatori , antieuropei e destroidi del e nel partito conservatore. Cameron, sin dal veto al Fiscal Compact che trascinando con se anche la Repubblica Ceca ha costretto l’Ue ad un escamotage internazionale per modificare subdolamente il Trattato di Lisbona, è stato ed è scacco, oltre che di una parte del suo partito, di un’opinione pubblica orgogliosa e, appunto, antieuropea. Sulla fattibilità tecnica dell’uscita dall’Unione non ci sono certezze, né sappiamo se Cameron davvero vorrà sventolare sotto il naso dell’Europa l’indizione di un referendum dentro o fuori dall’Ue, ma tale referendum potrebbe diventare un’arma a doppio taglio, di fatto isolando ancora di più Londra al cospetto di un’Europa che a dispetto di tutto e tutti, acciaccata e incerottata è, comunque, ancora in piedi.

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