PALESTINA ALL’ONU: SE IL BUONGIORNO SI VEDE DAL MATTINO…

da Libertiamo.it

La Palestina ha ottenuto dalla maggioranza schiacciante dei membri dell’Assemblea Generale dell’Onu la promozione allo status di “Stato osservatore”, al pari del Vaticano. Le parole contano. Non è ancora “Stato membro”, ma comunque la Palestina, per la prima volta è riconosciuta dalla comunità internazionale come uno “Stato” e non più come una “entità”. Un passo in più verso il pieno riconoscimento internazionale.

L’Italia ha votato a favore. È stata una decisione saggia? L’argomento usato dal governo Monti per giustificare questa scelta è riassunto in tre parole: processo di pace. Il voto italiano sarà, dunque, valutato in base al successo o all’insuccesso del processo di pace da qui in poi. Per ora possiamo fare solo previsioni. Ma gli elementi che abbiamo già adesso non sono affatto incoraggianti.

In questi ultimi anni l’Autorità Palestinese non ha voluto tornare al tavolo negoziale con Israele. Abu Mazen ha sempre scaricato la colpa sullo Stato ebraico: finché costruisce insediamenti nella futura terra palestinese, non vi sarà alcuna trattativa. Ma anche il governo di Gerusalemme ha “qualche” ragione dalla sua: finché non verrà garantita la sicurezza ai confini, non potrà esserci alcuna trattativa. Senza contare il “dettaglio” che Gerusalemme non è riconosciuta dai palestinesi come la capitale israeliana e che qualsiasi progetto edile nei suoi quartieri orientali viene considerato da Ramallah (sede dell’Autorità Palestinese) come una provocazione inaccettabile.

Logica vorrebbe che i due raggiungessero un accordo e poi portassero la questione a cospetto dell’Onu. Ma i palestinesi hanno scelto il percorso opposto: hanno voluto ottenere il riconoscimento dalle Nazioni Unite senza prima aver raggiunto un accordo con gli israeliani. La reazione della controparte? Il governo Netanyahu ha subito annunciato nuove costruzioni di insediamenti. Prevedibilissimo. Israele reagisce perché si sente scavalcato, aggirato, ignorato nel processo di pace.

Se la questione degli insediamenti è spinosa, quella sulla sicurezza è pericolosa. Prima di tutto perché la Palestina, appena promossa a “Stato osservatore”, non ha confini definiti: saranno quelli del 1967 o quelli del 1947? In entrambi i casi, la frontiera era comune a Israele, Egitto e Giordania e la “Palestina” non esisteva ancora. Su quali basi storiche, dunque, sarà tracciata la nuova linea di confine? Il problema non è affatto trascurabile, perché non stiamo parlando di grandi territori desertici, ma di piccolissime aree densamente abitate.
Non solo: l’attuale Palestina è divisa in due. Non c’è alcuna continuità territoriale fra Gaza e la Cisgiordania: in mezzo c’è Israele. In Cisgiordania governa l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). A Gaza governa Hamas, dal 2007, da quando prese il potere con la forza, con un golpe armato, scalzando l’Anp.

Ma più che il problema geografico si pone quello politico. La comunità internazionale riconosce solo l’Anp quale legittima rappresentante di tutto il popolo palestinese, compreso quello di Gaza (un milione e mezzo di cittadini). Hamas è riconosciuto, invece, come organizzazione terrorista, sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti e non potrà mai ottenere alcuno “sdoganamento” finché, nel suo statuto, si porrà l’obiettivo di distruggere il popolo ebraico (non Israele. No: proprio tutto il popolo ebraico). Hamas, in media, ogni tre anni provoca una guerra con Israele e ogni mese lancia razzi (o permette ad altri terroristi di lanciarli) contro lo Stato ebraico, anche nei periodi considerati di maggiore calma.

Il parziale riconoscimento dell’Onu va alla sola Anp, non certo a Hamas. E’ stata premiata la Cisgiordania e non Gaza. Ma chi garantisce che la prima riesca a rimettere la seconda sotto controllo? L’autorità di Ramallah non ha mai compiuto alcun serio tentativo di contenere, tantomeno combattere, Hamas. Tutti gli sforzi diplomatici inter-palestinesi sono stati finalizzati a ritrovare un’unità di governo fra Gaza e la Cisgiordania. Dunque l’Anp ha sempre cercato di ricucire lo strappo con Hamas, nonostante le decine di morti del golpe del 2007. Il movimento islamico di Gaza ha continuato ad attaccare Israele, prima, durante e dopo i negoziati con l’Anp. Quindi, evidentemente, il processo di pace non era una delle condizioni per la riconciliazione inter-palestinese.

Di più: Ramallah ha tentato, l’aprile scorso, di portare il governo israeliano a cospetto della Corte Penale Internazionale, per “crimini di guerra” che lo Stato ebraico avrebbe commesso a Gaza, nell’Operazione Piombo Fuso dell’inverno 2008-2009. Quindi: è vero che la Cisgiordania non ha direttamente combattuto contro Israele, ma si è fatta comunque portavoce di chi, come Hamas, ha provocato quel conflitto. Viene, dunque, il sospetto che Gaza e Ramallah stiano solo facendo il gioco del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”: la prima lancia i razzi e provoca le guerre, la seconda la giustifica e le dà una legittimità internazionale.

Anche nel corso di quest’ultimo conflitto, sospeso da una tregua la settimana scorsa, sorgono molti dubbi sulle reali intenzioni pacifiche della Cisgiordania. Quando erano in corso i negoziati al Cairo, per ottenere una tregua, il 21 novembre scorso un attentato dinamitardo ha colpito un autobus a Tel Aviv. Chi ha rivendicato per primo la bomba? Le Brigate Martiri di Al Aqsa, emanazione di Fatah, il partito al potere in Cisgiordania. Insomma, se adottassimo il criterio di basilare saggezza diplomatica “Trust but Verify” (abbi fiducia, ma controlla), l’Autorità Palestinese non ispira alcuna fiducia. Non ha fatto nulla per meritarsela.

Proprio a proposito di Corte Penale Internazionale: il governo italiano è consapevole che il riconoscimento palestinese possa essere usato strumentalmente, proprio per ricorrere all’Aia e far condannare Israele. E dunque, Roma chiede a Ramallah: “di astenersi dall’utilizzare l’odierno voto dell’Assemblea Generale per ottenere l’accesso ad altre Agenzie Specializzate per adire la Corte Penale Internazionale o per farne un uso retroattivo“. L’Anp ha promesso di astenersi. Per ora. Ma i “crimini” a Gaza interessano meno, nell’immediato. Il problema si ripresenterà nei prossimi mesi, piuttosto, quando Ramallah cercherà di dimostrare al mondo la sua teoria della cospirazione per eccellenza: quella secondo cui sarebbero stati gli israeliani (e non una malattia o qualcun altro) ad uccidere Yassir Arafat. In quel caso, allora, stando agli stessi palestinesi che stanno conducendo le indagini, l’Anp potrebbe far ricorso alla Corte dell’Aia. E chi potrebbe impedirglielo, a quel punto? Si avrebbe il paradosso di uno Stato che si fa legittimare internazionalmente per delegittimare il suo vicino ed eterno nemico.

Infine, ma non da ultimo, il momento in cui è avvenuto il voto all’Onu è stato il peggiore possibile. Sette giorni dopo la sospensione di un conflitto. Fino a una settimana fa, infatti, Israele era sottoposto a una pioggia di razzi palestinesi, da Gaza. Da ieri, l’Autorità Palestinese (che, come abbiamo visto, mantiene rapporti più che ambigui con Gaza) viene promossa di rango. Che messaggio ne riceviamo? Che l’aggressione paga.Inutile girarci intorno.

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