«UN’EQUA SOLUZIONE DEL PROBLEMA PALESTINESE “CONDITIO SINE QUA NON” PER ASSICURARE LA PACE NEL MEDIO ORIENTE E, PIU’ IN GENERALE, NEL MONDO»

Crediamo sia incontrovertibile che senza un’equa soluzione del problema della Palestina, che dal 1947 insanguina quel territorio, non si eliminerà l’ostacolo principale per la pace non solo nel Medio Oriente ma, più in generale, in tutto il bacino del Mediterraneo e tra le nazioni occidentali (Stati Uniti compresi) e quelle musulmane.

Questa piaga offre, infatti, il pretesto a vari paesi islamici per svolgere o tollerare azioni cruente nei confronti d’Israele e di quelli che vengono considerati suoi alleati (Stati Uniti, in primis, e nazioni europee).

La soluzione è estremamente difficile perché la condizionano “pesantemente” le rispettive ragioni storiche e convinzioni religiose.

Gli Ebrei, originariamente stanziati in Mesopotamia, poi spostatisi – i Cananei – nel 2° millennio a.C. in una buona parte della Palestina quindi in Egitto (dal XVIII al XIII secolo), considerano quel territorio la “terra promessa” da Dio a Mosè quando, scacciati dalla terra dei Faraoni, rientrarono e si scontrarono con i Filistei (le popolazioni c.d. del mare, provenienti, probabilmente, da Creta) abitanti dal XII secolo sulla costa palestinese.

Dopo le dominazioni egiziane, babilonesi, persiane dal 63 a.C. la Palestina entrò nell’orbita romana. Nel 70 d.C. in seguito ad una rivolta, l’imperatore Tito massacrò la popolazione di Gerusalemme e distrusse il Tempio. Iniziò così quella forzata emigrazione degli Ebrei che venne chiamata la “diáspora” (dal gr. = dispersione).

Alla dominazione romana successe quella bizantina che prese fine nel 638 d.C. quando gli Arabi s’impadronirono del Medio Oriente e la popolazione venne in gran parte islamizzata.

Nell’XI-XII secolo  d.C .si ebbero i Regni crociati ma nel 1291 ritornò il dominio mussulmano (Egiziani prima, Turchi poi).

Gli Ottomani rimasero dal 1517 alla fine del 1° conflitto mondiale.

Non è superfluo un accenno agli aspetti religiosi del contrasto israelo-palestinese.

Anche per i Mussulmani Gerusalemme è città sacra. E’, infatti, considerata la seconda città sacra dopo la Mecca perché venne visitata dal Profeta il quale, secondo la leggenda, pregò sulla roccia di Moriah prima d’intraprendere il viaggio nei cieli. Tale sprone roccioso si trova sotto la cupola della Moschea di Omar, moschea che sovrasta le fondazioni del tempio ebraico distrutto da Tito. Donde le dispute e gli scontri tra Mussulmani ed Ebrei per semplici violazioni della rigida separazione dei luoghi (e ciò a dispetto dell’etimologia del nome “Gerusalemme” che significa “città o casa della pace”).

Tornando alla storia ricorderemo che dalla fine del XIX secolo ai primi del ‘900 sorsero, in seguito al c.d. movimento sionista, i primi stanziamenti ebraici in Palestina.

Durante il primo conflitto mondiale l’Inghilterra s’impegnò con la lettera del 2 novembre 1917 di assenso indirizzata dal proprio Ministro degli Esteri, Lord Balfour, a Lord Rotschild, che aveva avanzato la richiesta del leader sionista il Prof. Chaim Weizmann[1] di favorire, dopo la fine della guerra, la creazione in Palestina di un “focolare ebraico” (Home Foyer).

Dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano fu perciò normale che la Società delle Nazioni affidasse al Regno Unito il mandato sulla Palestina.

Il progetto di un “focolare ebraico” incontrò l’opposizione degli Arabi (re Feisal) ai quali gli Inglesi avevano promesso la creazione di un grande Stato arabo che comprendesse anche la Palestina.

Donde scontri cruenti  tra le due etnie nel periodo tra le due guerre.

Le persecuzioni naziste provocarono nel primo dopoguerra l’immigrazione in Palestina, ostacolata peraltro dagli Inglesi, di consistenti gruppi di superstiti dei Lager.

Nel 1947 l’ONU decise di dividere il territorio palestinese tra Ebrei ed Arabi.

Nel 1948 fu costituito lo Stato d’Israele e si ebbe il primo conflitto arabo-israeliano, vinto dal neo-Stato, in seguito al quale la parte della regione originariamente affidata agli Arabi venne inglobata nel Regno Giordano (Cisgiordania) e nello Stato di Israele mentre l’Egitto si assicurò la cd. striscia di Gaza.

Un’enorme massa di profughi arabi si riversò allora in Giordania, Libano ed in altri paesi arabi.

Successivamente si ebbero altre tre guerre:

– nel 1956 quella del Sinai;

– nel 1967 quella dei Sei Giorni (conquista israeliana del Golan e della Cisgiordania);

– nel 1973 quella del Kippur.

Dal 1964 la resistenza armata palestinese si organizzò attorno all’OLP, guidata da Y. Arafat.Si ebbero nel 1972 le stragi all’aeroporto di LOD e  a Monaco .

Nel 1974 l’OLP venne riconosciuta dalle Nazioni Unite come legittima rappresentante del popolo palestinese.

Dopo scontri ed attentati (la c.d. Intifadah), nel 1988 Arafat propose la politica della “pace contro territori” ovvero la rinuncia al terrorismo ed il riconoscimento dello Stato d’Israele e, in contropartita, quello di uno Stato indipendente di Palestina nei territori occupati.

Nel 1993-94 furono sottoscritti dal premier Rabin e da Arafat gli accordi di pace che riconoscevano, tra l’altro, l’autonomia della striscia di Gaza e di Gerico.

Tali intese furono però boicottate dagli estremisti dei due schieramenti donde una nuova stagione di attentati e, con il nuovo premier Netanyahu, la realizzazione nel 1997 di nuovi insediamenti israeliani nei territori occupati.

Nel 1998 la delegazione palestinese all’ONU venne equiparata ad una rappresentanza diplomatica. Nell’ottobre dello stesso anno fu firmato da Arafat e Netanyahu un accordo che non ebbe, tuttavia, seguito.

Il presidente Clinton cercò di superare la situazione di stallo creatasi promuovendo nell’estate del 2000 un incontro tra Arafat ed il nuovo premier israeliano E. Barak che non sfociò tuttavia in un accordo definitivo.

Con l’elezione, nel 2001 di Sharon, capo del nazionalista Likud, alla guida del governo israeliano i contrasti si acuirono e provocarono scontri violentissimi e centinaia di morti.

Nel marzo 2002 l’ONU adottò una risoluzione – storica – per dar vita in Palestina a due Stati.

Nel 2003 venne elaborato dagli Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite un nuovo piano di pace denominato “road map” che prevedeva impegni reciproci tra i quali la cessazione degli attacchi terroristici da parte palestinese e la liberazione dei prigionieri palestinesi da parte israeliana.

Anche questa volta, tuttavia, le intese non vennero rispettate da entrambe le parti stante l’opposizione esercitata dai nuclei estremisti di notevole peso nei due schieramenti.

Dopo la morte nel 2004 di Arafat si tennero, nel gennaio 2005, le elezioni per nominare un nuovo presidente che furono vinte con largo margine da Abu Mazen.

Nel febbraio dello stesso anno ci fu un incontro a Sharm el Sheik tra Abu Mazen e Sharon durante il quale fu concordata una tregua e la riapertura del processo di pace previsto dalla “road map”.

Anche questa volta le fazioni estremiste non hanno consentito di avanzare sul cammino della pace.

La recentissima risoluzione approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite che attribuisce alla Palestina lo status di “osservatore” quale Stato non membro costituisce la premessa per l’ingresso a pieno titolo del paese nell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Anche se ci possono essere legittimi pareri contrari riteniamo che il nostro Governo abbia agito saggiamente votando a favore sia perché la risoluzione può, probabilmente, favorire il processo di pace riducendo le frustrazioni dei Palestinesi e quindi il potere di Hamas (gli integralisti) sia perché consente al nostro paese di non alienarsi i paesi musulmani.

Le aspre reazioni israeliane e soprattutto l’immediata decisione del governo di  Gerusalemme di un nuovo insediamento abitativo nei territori occupati fanno, tuttavia, temere una recrudescenza degli attentati ed il rinnovarsi di una situazione di stallo foriera di enormi pericoli (ad es.  minacce di Teheran ed attacchi israeliani ai laboratori atomici iraniani).

Dato che risulta evidente che né gli Israeliani potranno scacciare dalla Palestina gli Arabi né questi gli Israeliani non vi è altra soluzione per risolvere il problema che esercitare a livello internazionale uno sforzo “eccezionale” per convincere ed obbligare le parti a concludere un accordo “equo” tenendo conto che i Palestinesi non sono all’origine della cd. Shoah.

Solo coniugando le forze dei più importanti attori sulla scena internazionale si riuscirà a convincere le due parti a sottoscrivere e a rispettare, anche se “obtorto collo”, un accordo di pace.

Dalla pace entrambi i contendenti trarrebbero enorme profitto anche economico. I Palestinesi vedrebbero, invero, scemare la disoccupazione e gli Israeliani potrebbero ridurre le spese militari ed avvantaggiarsi vieppiù della disponibilità di manodopera palestinese.

L’area intera riceverebbe così un notevole sviluppo e laddove c’è benessere ci sono minori tensioni e conflitti.

Un ruolo importante, se non determinante, per raggiungere tale obiettivo lo potrebbero svolgere gli Stati Uniti. Gli aiuti americani di varia natura sono, infatti, essenziali per Israele.

Occorrerebbe però che Washington fosse lungimirante e non subisse l’influenza di gruppi   d’interesse  nazionali  ed internazionali .

Il nuovo Presidente americano, non avendo più la preoccupazione delle urne, potrebbe, forse ,riuscire con l’aiuto, naturalmente, delle altre potenze e così, rafforzando Abu Mazen e l’OLP, disinnescherebbe in larga misura la bomba ad orologeria dell’Integralismo islamico segnatamente di quello, molto pericoloso, iraniano.

Che Dio illumini le menti dei reggitori!INSCIALLAH !


[1] Professore di Chimica all’Università di Ginevra e Manchester. Naturalizzato cittadino britannico divenne il direttore dei Laboratori dell’Ammiragliato britannico durante la prima guerra mondiale fornendo un notevole contributo agli armamenti inglesi ed inventando un esplosivo, la “cordite” nonché un metodo per l’estrazione del petrolio sintetico.

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1 comment for “«UN’EQUA SOLUZIONE DEL PROBLEMA PALESTINESE “CONDITIO SINE QUA NON” PER ASSICURARE LA PACE NEL MEDIO ORIENTE E, PIU’ IN GENERALE, NEL MONDO»

  1. 23 febbraio 2016 at 03:44

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