LA FRANCIA E LE RIFORME SECONDO L’ECONOMIST

Economist, Berlino e Moody’s stanno cambiando ancora gli equilibri all’interno dell’Europa. Critiche fortissime della “bibbia” dei liberisti, attacchi da parte della stampa tedesca e downgrading di una delle tre sorelle del rating, la tripla A non plus. Se Hollande non aveva ancora ben presente la strada per le riforme, o forse ce l’aveva e aspettava soltanto una spintarella o un pretesto per attuare quanto di più lontano dal Socialismo europeo ci sia, ora non può più prendere tempo.

La Francia, dice il settimanale di Londra, ha sì molti lati positivi: è la quinta economia al mondo e il sesto più grande esportatore, ha un sistema sanitario ammirato da tutti e i francesi, diciamocelo, stanno bene. Però tra le scrivanie dell’Economist si è accesa la spia rossa non si sa bene se per far parlare di sé, non che abbia particolare bisogno di marketing, o per spirito di servizio nei confronti dell’Europa: la Francia non sta andando sulla buona strada, salviamola finché siamo in tempo. Ecco le riforme da fare: mercato del lavoro, pensioni, sicurezza sociale e welfare, un vero e proprio piano di governo.

Hollande, continua l’Economist, è addirittura più potente di Mitterand, controlla entrambe le camere parlamentari e ha molta influenza sui sindacati che, come sappiamo, in Francia sono molto potenti, e potrebbe avviare le riforme a partire da domani mattina. Il nodo cruciale è se vorrà farlo e in che termini. La critica di fondo, dunque, mossa ad Hollande, si traduce nella sua poca lungimiranza nell’individuare l’urgente necessità di riforme di cui il sistema economico francese ha bisogno per dare il suo fondamentale contributo alla definitiva uscita dalla crisi.

La vicenda ha però dei risvolti più ampi. La politica nazionale ha ancora la piena potestà per indirizzare le politiche nazionali indipendentemente dal contesto europeo? La risposta è no, e la Francia di oggi ne è l’esempio. Ma allora la domanda sorge spontanea. Non sarebbe meglio coordinare a livello europeo le politiche fiscali, del lavoro e per l’impresa, per far fronte in modo omogeneo alla nuove sfide che si pongono davanti all’Europa, e avviare un dibattito strutturale, piuttosto che aspettare la spinta di settimanali vari, per quanto autorevoli e attendibili, di agenzie private o del governo tedesco?

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