LIBERI DI NON ESSERE LIBERI

Che l’Italia sia meno libera, economicamente parlando, della Svizzera, di Singapore, di Honk Kong e della Nuova Zelanda, è una considerazione ovvia nonché una notizia che non stupisce nessuno. Ma sapere di essere posizionati all’ottantaduesimo posto nel mondo, dopo Grecia, Tunisia e Paraguay è sconfortante, per non dire deprimente, soprattutto per chi ha sperato che il ventennio berlusconiano potesse apportare dei miglioramenti nelle liberalizzazioni e nella libertà economica in generale.

La classifica che ci pone in tale posizione è quella stilata annualmente dal think-tank liberale Cato Institute, nel rapporto che prende il nome di Economic Freedom of the World, nel quale si utilizzano una quarantina di indicatori che spaziano dall’esame del sistema legale, alla libertà di commercio internazionale e relative regolamentazioni, alle politiche monetarie nazionali (queste ultime ci risollevano parzialmente, ma solo perché legate a doppio filo ai vincoli imposti dall’Unione Europea).

Avvilente è vedere come, nell’ultimo decennio, l’Italia abbia perso posizioni non solo in termini relativi, cioè rispetto alle altre Nazioni europee e mondiali, ma anche in termini assoluti: in Italia c’è oggi meno libertà economica di quanta ce ne fosse un decennio fa. Alla faccia del liberismo promesso.

Ma se un solo studio non fosse sufficiente, o sufficientemente autorevole, ecco che ci pensano il Wall Street Journal e l’Heritage Foundation, il cui Index of Economic Freedom ci colloca, nella sola Europa, nelle ultimissime posizioni, dopo Spagna, Cipro, Malta, Polonia e Slovacchia, seguiti solamente da Romania, Grecia e Bulgaria.

Nei confronti del resto del mondo, invece, su 184 Paesi siamo 92esimi, dopo l’Azerbaijan, e comunque nella categoria mostly unfree (perlopiù non liberi).

Per quanto queste classifiche possano essere contestate su parametri, indicatori e risultati, come si può, oggettivamente ed in termini di prestigio internazionale, pensare di poter attirare degli investimenti, dei capitali, o delle aziende multinazionali, quando le prospettive di libertà economica sono così insoddisfacenti?

Un cambiamento di rotta non è più solo auspicabile da un punto di vista ideologico, ma è una necessità pratica sia per rendere appetibile il nostro Paese agli occhi degli investitori internazionali, sia per permettere alle aziende nostrane di svilupparsi nelle modalità, nei tempi, e con il grado di libertà che meritano. Altrimenti, il declino continuo rimarrà l’unica opzione libera.

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