I MOSTRI DI DINO RISI: QUANDO IL MAESTRO MILANESE GIA’ RITRAEVA L’ITALIANO MEDIO(CRE) DELLA SECONDA REPUBBLICA

Alla fine de Il Sorpasso di Dino Risi, in quella tragica curva di Calafuria, sul lungomare livornese, non moriva soltanto un complessato ed introverso studente di giurisprudenza, Roberto Mariani, intepretato da un malinconico Jean-Louis Trintignant.

Quella manovra azzardata, intrapresa da Bruno Cortona/Vittorio Gassman a bordo di un’insolente Lancia Aurelia B24, rappresentava molto più che un mero superamento automobilistico. Era un sorpasso maledettamente sociale, di un’Italia smargiassa, facilona e amorale, che voleva sopraffarne un’altra, umile, compatta ed onesta.

Un’Italia che, dopo l’oscura infamia del fascismo e della guerra, aveva saputo rialzarsi con le proprie gambe, riproponendosi in pochi anni come una delle principali potenze economiche mondiali. Ma i “Cortona” sostituirono i “Mariani”, ed in poco tempo si scoprì che lo smodato benessere e i benefici materiali del boom erano stati raggiunti a detrimento di ogni valore morale.

Siamo nel 1962, data che, per convenzione, coincide con la fine del miracolo italiano. È un annus mirabilis per il cinema italiano. Escono in successione La commare secca di Bertolucci, Mamma Roma di Pasolini e L’Eclisse di Antonioni, tre sguardi dolenti sulla Roma dei primi anni sessanta, in procinto di voltare definitivamente pagina. Passa solo un anno, e in tutte le sale italiane, in concomitanza con la composizione del primo governo di centro-sinistra, esce l’ennesimo capolavoro firmato Dino Risi: I Mostri.

Una galleria di personaggi dalle attitudini “mostruose”, un assortito inventario d’italiani biechi e abietti, un composito mosaico di tipi medi prodotti dal boom, tratteggiati con la consueta, spietata lucidità del maestro meneghino.

Un film a episodi, venti in totale, che nelle sue quasi due ore di durata passa ironicamente in rassegna i vizi e le nefandezze di quell’Italia, con sede a Roma, che dalla sera alla mattina si era dovuta misurare con improvvise, e per questo dannose, trasformazioni sociali, e con una radicale ridefinizione dei codici comportamentali alla quale non era ancora pronta. Cambiarono i (dis)valori, cambiarono i miti, e con essi gli italiani stessi. Diventarono gaglioffi come Ugo Tognazzi nel primo e più celebre episodio di flaubertiana memoria, L’educazione sentimentale, nel quale, nei panni di un padre a dir poco discutibile, “educa” il figlio(Ricky Tognazzi) alla disonestà e alla scorrettezza stradale. Fedifraghi, come Stefano, ancora Tognazzi, nell’episodio intitolato Come un padre.

Irresponsabili, come il proletario interpretato da Gassman, più interessato all’AS Roma che alla propria famiglia in Che vitaccia!. O ancora spregiudicati e cinici affabulatori, alla stregua dell’avvocato D’Amore (Vittorio Gassman) protagonista dell’episodio Testimone volontario, abile nel far passare gli altri, innocenti, dalla parte del torto, con il solo utilizzo della parola.

Ma c’è un episodio, di questo capolavoro della commedia all’italiana, che colpiscepiù degli altri, se gettiamo il nostro sguardo oltre i limiti temporali del periodo ritratto da Risi, e lo posiamo sull’Italia torbida e affarista della Seconda Repubblica: La giornata dell’onorevole. Colpisce amaramente per la sua chiaroveggenza, per il suo aver anticipato i tempi odierni, quelli di una “commedia all’italiana” che non è più amara, ma nefasta, di cui lo scandalo della regione Lazio è solo l’ultimo episodio.

Quella dei furbetti del quartierino, dei Penati, dei Fiorito, dei Daccò, degli sperperi e degli eccessi senza arte né parte, senza vergogna, senza pudore, orgogliosamente rivendicati con tracotanza e fare jemenfoutiste, ai quali è giunto il momento di porre fine.

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