MARIO CERVI

Martedi’ 23 ottobre alle ore 18, a Palazzo Isimbardi in Milano Corso Monforte 35, Mario Cervi riceverà il ‘Premio Controcorrente Luca Hasdà alla carriera’.

Se e quando tratto di altri, ho invariabilmente la tendenza a parlare molto di me e tracciare queste righe me ne offre in parte il destro.

Allorquando, difatti, nel 1998, avendo litigato come quasi sempre finisce per capitarmi con la direzione, lasciai il ‘Corriere della Sera’ trovai un per me magnifico approdo nella pagina culturale de ‘Il Giornale’ all’epoca diretto proprio daMario Cervi.

E’ quindi ‘sotto la sua mano’, per citare il titolo di un celebre racconto dell’amato Piero Chiara, che per anni i lettori di quel foglio ebbero modo, ahiloro dirà qualcuno, di leggere la mia settimanale rubrica ‘Sale, tabacchi e…’

Non è, peraltro e comunque, per riconoscenza che vergo le poche righe che seguono, quanto per rispetto della verità.

Mario, tra gli infiniti meriti, è in primo luogo una educatissima persona di cultura, la qual cosa era difficile si potesse riscontrare in lontani tempi tra i giornalisti ed  è impossibile venga riscontrata oggi.

Cronista, opinionista, saggista, scrittore, autore televisivo, colonna portante dei massimi quotidiani italiani, creatore con Indro Montanelli di quel vero miracolo che fu Il Giornale, direttore di quella testata nell’ultimo suo felice periodo prima della decadenza, testimone e indagatore della nostra storia non solo politica ma, direi, sociale, divulgatore di particolarissima vivacità (non posso tacere il fatto che i testi sulla storia d’Italia da lui firmati con Indro erano in effetti opera sua), fine ed ironico narratore orale, Cervinell’occasione ci onora accettando il Premio Controcorrente Luca Hasdà alla carriera.

Essendo, con Magdi Allam, Piero Ostellino, Fiamma Nirenstein e Bernardo Caprotti tra coloro che in passato hanno ricevuto il Premio che ricorda il troppo presto dipartito caro Luca, non posso che gioire: l’iscrizione del suo nome nell’elenco degli insigniti lo rende vieppiu’  degno.

Chiudero’ riportando quanto ebbe a scrivere Mario nel suo libro ‘Gli anni del piombo – L’Italia tra cronaca e storia’.

Righe divertenti che appunto facendoci sorridere molto insegnano e dicono sul giornalismo, sugli intellettuali, sui lettori:

“All’epoca – ma anche adesso, a pensarci bene – i giornalisti valutavano la professione secondo una loro personalissima gerarchia: in base alla quale è molto più importante fare i servizi dall’estero che dall’Italia.

In realtà non è così, nonostante gli ottimi reportage degli inviati che sono sulla breccia, come gli ultimi giapponesi, a rappresentare un giornalismo d’avventura, bello e stanco: penso a Ettore Mo.

Sulla distanza che corre fra le valutazioni dei giornalisti e le valutazioni dei lettori ho ricevuto una lezione illuminante più di mezzo secolo fa: e non l’ho più dimenticata.

Tra il ‘55 e il ‘56 commentavo sul ‘Corriere’, con dei corsivi, Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno: un appuntamento televisivo che a quei tempi fermava l’Italia (i cinematografi interrompevano la proiezione del film in programma per lasciare spazio a Lascia o raddoppia?).

I miei amici ‘intellettuali’ mi deridevano dicendo: “Ma Mario, non ti vergogni di occuparti di quelle cretinate?”.

Bene, nel ‘56 scoppia la guerra arabo-israeliana, la famosa crisi di Suez, uno dei fatti politici più importanti a livello mondiale degli anni Cinquanta, con l’intervento di Francia e Inghilterra poi bloccate dagli Usa mentre l’Urss minacciava l’apocalisse nucleare.

Vengo inviato dal ‘Corriere’ in Israele a seguire la guerra da uno dei fronti e per un mese firmo in prima pagina, tutti i giorni, le mie corrispondenze dal Medio Oriente, sospendendo ovviamente la mia rubrica di televisione.

Quando torno, i miei amici mi chiedono: “Mario ma sei stato in vacanza? Ultimamente non abbiamo letto niente di tuo sul giornale…”.

Non perdevano una riga dei commenti alla vituperata trasmissione di Mike Bongiorno, se ne infischiavano del conflitto arabo-israeliano.

Mi viene in mente quando Vittorio Feltri, uno del quale si può dire tutto ma non che non sappia cosa vogliono i lettori e come si fanno i giornali, una volta, da direttore dell’‘Europeo’, mi confessò: “Se faccio una copertina sulla Bosnia perdo diecimila copie in un colpo”.

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