LA DEBACLE POLVEROSA DI RENATA

Le dimissioni della Polverini sono arrivate, partorite dopo una campagna a mezzo stampa che aveva tutti gli strumenti, e i conti correnti, per far indignare un Paese ormai mangiato dall’antipolitica, ma ha preferito, come sempre, far incuriosire il popolo dei reality facendolo guardare dal buco della serratura di una festa. Già perché sembra che la “pasionaria” Renata si sia dimessa per una parrucca, strana sorte questa,  la stessa di Marrazzo, e poco importa che quelle della festa a tema ormai più famosa dell’etere siano ben più innocue delle vituperate parrucche di via Gradoli, siano diventate la maschera di colore di una vicenda che fa ridere ben poco.

“Questi signori li mando a casa io” tuonava la Polverini il giorno dopo la comunicazione delle sue dimissioni su manifesti a tappeto su Roma, facendoci illudere per un attimo che il presidente della Regione sia stata all’oscuro di tutte le spese e i rimborsi folli a carico dei contribuenti perpetuati dal suo Consiglio, con consiglieri a lei vicini e con lei eletti. Ci aveva provato, una volta sotto pressione, a risparmiare una ventina di milioni di euro con un paio di delibere; dando ulteriormente la cifra degli sprechi, perché risparmiare venti(20!!!) milioni di euro attraverso mosse semplici e lapalissiane come il dimezzamento delle commissioni rende benissimo il polso di un’opulenza da banchetto. E tra i commensali di questo banchetto, faraonico mattatore  era “ il federale di Anagni” alias Franco Fiorito, 26.000 preferenze prese sul territorio, politico spregiudicato che una volta sul baratro ha cercato , con buoni risultati, di portarsi giù Consiglio e Giunta.

La riflessione però , deve partire da questo punto non per una minuziosa  elencazione delle spese, anche se i libri più venduti degli ultimi anni in Italia ce lo consiglierebbero, ma per una riflessione sul sistema elettorale e sulla eterna disputa tra un’elezione tramite preferenze  e quella che si basa su un sistema con premio di maggioranza, soglia di sbarramento e, soprattutto, liste bloccate. Il sistema elettorale regionale che prevede sia un’elezione diretta a preferenze, che un listino bloccato di dieci nomi scelti dal Presidente al momento dell’elezione ci ha presentato i difetti di entrambi i sistemi. I puristi della democrazia, invocano il ritorno delle preferenze senza calcolare alcuni intoppi nell’ingranaggio di questo meccanismo: l’Italia è il paese delle clientele, dei potentati territoriali, tanti piccoli e grandi Fiorito sono in ogni Regione pronti ad aspettare l’occasione di cimentarsi e legittimarsi con una competizione elettorale; con questo sistema si eliminerebbero i giovani validi dalla faccia della politica, i giovani bravi, quelli delle università, dei movimenti, delle grandi associazioni.

Quelli che non possono permettersi una campagna elettorale a 5 o 6 zeri a differenza di navigati“squali” delle preferenze, don Rodrigo all’amatriciana, imitazioni delle imitazioni dei politici fatte dal Bagaglino. Non che avere preferenze o voti sia un reato, anzi, la competizione deve esserci, ma deve essere regolare, eliminando le differenze di status tra i concorrenti, rendendo più stringenti , per esempio,  le regole sulle spese in campagna elettorale. Di contro, l’idea di un listino bloccato con nomi fatti nelle segreterie dei partiti sta allontanando sempre di più la gente dalle urne e dai suoi rappresentanti. Una selezione approssimativa e ugualmente clientelare della classe politica, riesce a far rimpiangere anche il più prezzolato dei politici della prima repubblica.

Un sistema incentrato sulla ricerca dei favori del capo piuttosto che di quelli della gente ha portato a un “imbecerimento” della politica, aperta a nuove classi di protagonisti, meno cinici probabilmente, ma sicuramente meno capaci di quelli inghiottiti da Tangentopoli; e così attori, attrici, soubrette e personaggi in cerca d’autore hanno fatto il loro ingresso in Parlamento senza neanche un voto. Detta così sembrerebbe  non esserci soluzione, l’unica speranza rimane l’inversione di tendenza dei partiti e di qualche illuminato di tornare a investire sulla classe dirigente futura di questo Paese, individuata e individuabile sui territori, nelle Università e nei grandi movimenti giovanili e affiancandoli ai professionisti, ai tecnici, come piace definirli adesso, fondamentali per la rinascita e che magari hanno fatto altro che cercare preferenze: su questo, da oggi, occorre investire.

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