AI POSTI DI PARTENZA, PRONTI, START-UP!

Restart, Italia! è questo il frizzante nome del rapporto presentato lo scorso 13 settembre presso il Venture Incubator H-Farm, organizzazione -se così la si può chiamare- che da anni favorisce lo sviluppo delle start-up basate su modelli di business innovativi. Lo sfondo perfetto per la presentazione di questo documento, 170 pagine preparate da “12 apostoli”, esponenti di spicco o massimi esperti dell’imprenditoria innovativa, membri della task force istituita dal Ministro Passera.

Il documento, che, sia chiaro, rimane per ora un progetto da passare in fase legislativa, prevede una cospicua serie di misure per spronare l’innovazione italiana partendo dalle baby-aziende, appunto le start-up, fondate, da fondare, o sul mercato da al massimo 48 mesi.

Si parla di un pacchetto per aprire una Srl semplificata (iSrl, dove la “i” sta per innovativa) online con uno statuto a costo zero, abbattendo i costi relativi all’iscrizione al Registro delle Imprese tramite una semplice autocertificazione.

Si parla di Work for Equity, ossia della remunerazione di una collaborazione esterna tramite cessione di quote di capitale, di Social Lendinge Crowdfunding, con due piattaforme dedicate per la raccolta pubblica -e deducibile- di capitale sociale, di Contamination Lab, spazio di incontro per giovani laureati, munito di accesso a banche dati e networking con professionisti.

Si parla anche di fondi, stanziati direttamente dal Governo, per garantire ai progetti migliori un investitore certo (appunto lo Stato) e per stimolare la creazione di un ecosistema di start-up, un termine fondamentale nel documento, che sottolinea le tante possibili sinergie che si creano dall’intersezione di idee, progetti e business concreti appartenenti alla sfera dell’innovazione.

Ma soprattutto si parla di cambiamento, di meritocrazia (“Mantenendo le posizioni acquisite non si va da nessuna parte”), di spirito californiano di fare l’impresa.

Non è solo una rincorsa alla goldenage che abbiamo miseramente bruciato, ma la dichiarazione formale di una volontà dimiglioramento, di crescita e perfino di evoluzione, che potrebbe costituire una boa di svolta -se non altro- per il modo di fare impresa in Italia.

L’unico neo, e va esternato, è la limitatezza del raggio d’azione del progetto: nella condizione economica attuale, con -2,4% del Pil e la disoccupazione giovanile che raggiunge il 40%, era davvero necessario restringere le misure proposte alle aziende innovative così come classificate dallo stesso documento? Non sarebbe stato ancora meglio ampliare la sburocratizzazione e le facilitazioni a tutte le start-up, indipendentemente dal campo di applicazione?

Certo, le restrizioni, gli sbarramenti e le precise definizioni servono anche -lo dice lo stesso testo del documento- ad evitare che le aziende diverse approfittino di questa serie di vantaggi. Ma non appartiene, anche questo pensiero, al passato? A quel filone pseudofilosofico che incita la diffidenza verso il mercato e i suoi attori? Se il futuro è dei giovani, lasciate loro -a tutti loro- la possibilità, e gli strumenti, per creare una nuova forma dell’economia italiana, in tutti i sensi.  Potrebbero davvero stupirvi.

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