PASCAL SALIN: LA CRISI DELL’EURO NON ESISTE. EVADERE IL FISCO? NON E’ IMMORALE

Francese e liberista fino al midollo si può. Pascal Salin è tra i massimi esponenti viventi della Scuola austriaca di economia. Già presidente della Mont Pelerin Society, l’associazione baluardo del libero mercato che annovera tra i suoi membri Milton Friedman e Friedrich von Hayek. Secondo alcuni rumors Salin avrebbe partecipato al summit riservato dei guru dell’economia organizzato a  Villa Gernetto da Silvio Berlusconi e Antonio Martino. A domanda diretta lui non conferma né smentisce.

Professore, lei ha dichiarato che la “crisi dell’euro” non esiste e che in realtà si tratterebbe di una crisi del debito. Che intende?

Contrariamente all’opinione corrente non c’è nessuna crisi dell’euro. In Europa molti governi hanno accumulato dei deficit di bilancio significativi, e diversi tra loro non sono in grado di restituire i prestiti contratti con i relativi interessi. E’ il caso della Grecia e non solo. In realtà però non si tratta di una crisi della Grecia, ma di una crisi della politica di bilancio della Grecia, non è la stessa cosa. Perché allora parlano di crisi dell’euro? Perché la Grecia fa parte della zona euro. Se però uno stato degli Stati Uniti ha delle difficoltà finanziarie, nessuno parla di “crisi del dollaro”. La crisi specifica greca diventa crisi dell’euro nel momento in cui i governi pretendono a torto che venga esercitata la solidarietà tra i Paesi membri per il sol fatto che essi usano la stessa moneta.

In nome di questa solidarietà i governi hanno chiesto e ottenuto l’intervento della Banca centrale europea.

Esattamente. In questo modo il problema budgetario di un Paese diventa problema monetario e si costruisce arbitrariamente una crisi dell’euro che non dovrebbe esistere. Ne derivano inflazione e instabilità economico-finanziaria.

Ma perché i governi non riescono a tenere i conti in ordine?

Perché da lungo tempo si illudono di rilanciare l’attività economica con le solite ricette sbagliate. Secondo la teoria keynesiana, che è ancor oggi il credo economico degli Stati, un deficit di bilancio aumenta la domanda globale e favorisce la crescita economica. Per spendere di più però gli Stati si indebitano, ciò comprime la capacità di risparmio e di conseguenza gli investimenti privati. Non si crea nuova domanda e molto spesso l’unico effetto è lo spreco di risorse scarse.

Perché allora i politici europei hanno stabilito questo link artificiale tra il problema del bilancio nazionale e il funzionamento dell’eurozona?

I governi agiscono in modo complice gli uni con gli altri e mal sopportano che arrivino i mercati finanziari a sanzionare la cattiva gestione delle finanze pubbliche da parte di uno di essi. I governi credono che convenga venire in soccorso della Grecia (ovvero del governo greco) affinché anche gli altri Paesi agiscano allo stesso modo nel caso in cui in futuro quel Paese incappi nelle medesime difficoltà. Tra le imprese invece non funziona così: se un’azienda non riesce a ripagare i suoi debiti, non si aspetta certo che le altre se ne facciano carico in nome di una presunta solidarietà. Ognuno è responsabile per sé. Perché non ragionano così anche i governi? Spetta al governo greco risolvere i problemi dovuti alla disastrosa gestione finanziaria del passato. Gli altri Paesi non devono sostenerne il peso sotto il pretesto che hanno la stessa moneta.

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