ALCOA E L’ANNOSA QUESTIONE DEI SUSSIDI ALLE IMPRESE

La vicenda dell’Alcoa nelle terre sarde del Sulcis, che riecheggia tra le prime pagine dei quotidiani nazionali da diverso tempo, costituisce un esempio perfetto per porsi qualche domanda sulla razionalità del sistema di sussidi alle imprese italiane. Le miniere carbonifere del Sulcis entravano nella loro fase di declino già all’inizio del secolo scorso, a causa dell’alto contenuto di zolfo che impennava i costi di lavorazione della materia prima.

Per oltre un secolo si è mantenuta in piedi, grazie a una serie di sussidi -a fondo perduto- elargiti ciclicamente, ogni volta che l’azienda in possesso delle miniere si rendeva conto dell’insostenibilità del progetto. Nel 1985 ad esempio arrivano 512 miliardi di lire dallo Stato, nel 1994 un decreto sancisce un altro stanziamento di 420 miliardi e obbliga l’Enel a comprare per otto anni l’elettricità dal Sulcis a un prezzo più che doppio rispetto a quello di mercato (costi che ovviamente sono finiti nelle bollette di tutti gli italiani), poi arriva l’Alcoa e via con un altro accordo, stavolta della durata di 15 anni, in base al quale l’azienda avrebbe utilizzato l’elettricità sarda ma -stranamente- ad un prezzo sussidiato (si ringraziano ancora una volta le tasche dei contribuenti). Quando infine i sussidi giungono al termine, l’Alcoa decide di andarsene perché produrre con quelle spese energetiche non ha un senso razionale, e come darle torto? E’ una storia così improbabile che risulta incredibile all’orecchio di qualsiasi persona di buon senso, eppure è una storia che viene replicata quotidianamente. Se le stesse cifre fossero state investite nello sviluppo turistico, nella preparazione professionale dei dipendenti, nelle infrastrutture della regione (dove ancora oggi il 25% della popolazione lamenta incoerenze nella distribuzione dell’acqua), il ritorno economico sarebbe senza dubbio stato infinitamente maggiore.

L’idea che le imprese abbiano bisogno di una quota fissa annuale di sussidi per continuare ad operare è vecchia almeno quanto le miniere del Sulcis, e quant’è peggio, cancella qualsiasi stimolo all’innovazione.

Un sussidio, per non avere effetti distorsivi sul mercato, dovrebbe entrare in funzione solamente nelle fasi anticicliche dell’economia, come la crisi che stiamo vivendo oggi, e solamente per sostituirsi alla mancanza di finanziamenti dal settore privato (la c.d. “stretta creditizia” bancaria). Non solo, dovrebbe essere strettamente connesso -tramite un set di specifici indicatori- alla produttività dell’azienda, che dovrebbe essere in grado di dimostrare l’effettivo utilizzo delle risorse sussidiate per la generazione di una plusvalenza, per se stessa, i propri lavoratori ed il sistema economico complessivo. Ma se andiamo a vedere uno dei numerosi studi in questo campo, precedente alla crisi, ad esempio l’indagine della Banca d’Italia sulle imprese industriali sussidiate (anno 2005), possiamo vedere che solo un misero 2% di quelle interpellate ha dichiarato che i sussidi hanno permesso di finanziare investimenti ed attività addizionali che altrimenti non sarebbero state possibili. Una quota sinceramente troppo misera per giustificare l’immenso flusso di risorse annuale dallo Stato alle imprese, che nella stragrande maggioranza dei casi non ha portato a significativi incrementi nella produttività o nell’efficienza, essendo slegato da qualsiasi termine condizionale. In più, appare evidente come un “bonus per la sopravvivenza” quale è il spesso il senso dei sussidi in Italia, cristallizza le imprese nel loro status quo, senza spronarle verso l’adeguamento alle nuove richieste del mercato, e quindi verso un nuovo modello di business che possa reggersi in piedi autonomamente.

E’ ora che anche in Italia si capisca che le imprese così come nascono possono morire, e in certi casi devono farlo, per permettere ad altre(più innovative, più sostenibili, più adatte al mercato odierno) di prenderne il posto, garantendo così agli stessi lavoratori un posto con più possibilità di sopravvivenza a lungo termine. E’ questa la forma flessibilità “buona” che proprio non si riesce ad inculcare nella testa della classe dirigente (passata e) attuale.

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1 comment for “ALCOA E L’ANNOSA QUESTIONE DEI SUSSIDI ALLE IMPRESE

  1. ciccio
    17 settembre 2012 at 20:51

    Bell’ articolo

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