L’UNIONE POLITICA NON SIA UN ALIBI PER L’IMMOBILISMO

Una vera e concreta Unione politica europea è ciò a cui tutti i capi di Stato dei paesi dell’UE dovrebbero ambire per completare quel processo europeo che finora li ha visti coordinarsi essenzialmente in campo monetario, economico e di bilancio.

Già da alcuni mesi, infatti, si è iniziato a discutere della necessità di una maggiore integrazione politica a livello europeo.  Si è parlato, ad esempio, di elezione diretta della Commissione europea (mantra da sempre sulla bocca dei romantici federalisti) e della creazione di un Ministro delle Finanze europeo.

Il dibattito sull’Unione politica è stato aperto qualche mese fa dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, la quale ha sostenuto come “sia sì necessaria un’unione di bilancio, ma anche e soprattutto un’Unione politica in grado di dare, passo dopo passo, una nuova configurazione alle istituzioni di Bruxelles“.

Queste innovazioni istituzionali, bellissime sulla carta, non sembrano, però raggiungibili né in pochi mesi, né con pochi e veloci accorgimenti.

Il processo verso una completa integrazione politica europea passa, infatti, attraverso il raggiungimento di numerosi obiettivi intermedi: l’entrata in vigore del nuovo European Stability Mechanism (ESM), una sorveglianza bancaria europea centralizzata, un’unione bancaria seria e un coordinamento fiscale a livello europeo.

Per questo motivo, come ha sottolineato Mario Draghi durante il suo discorso all’Europarlamento della settimana scorsa “dobbiamo sottrarci ad una rigida scelta binaria fra il ritorno al passato e gli Stati Uniti d’Europa, perché a volte non è il caso di mettere l’asticella troppo alta“. Tradotto: non si propongano riforme – come gli Stati Uniti d’Europa – che si sanno non essere realizzabili nel breve periodo, con l’obiettivo di fermare processi di riforma che sono invece attuabili nell’immediato.

Questo rischio sembra per ora scongiurato visto che le riforme messe in campo da Bruxelles stanno procedendo nella giusta direzione. Questa settimana, infatti, la Commissione europea svelerà il piano che gli Stati membri, tutti e 27 naturalmente muniti di veto in sede di Consiglio, dovranno seguire per realizzare una supervisione bancaria europea centralizzata, primo passo per una vera e propria unione bancaria. Un piano che, come svelano alcune fonti, farebbe la BCE il deus ex machina della sorveglianza europea. I suoi tentacoli potrebbero allungarsi – con le debite deleghe alle authority nazionali – e coinvolgere oltre 6000 istituti di credito in tutta Europa.

Se il piano vi spaventa per la sua ambizione non saltate sulla sedia, la Germania ha già fatto sapere, tramite il suo Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che il progetto così visto a Berlino dovrà essere corretto. Oggetto del contendere? Il ruolo della BCE, troppo invasivo secondo i tedeschi, da sempre restii a cedere sovranità in campo bancario.

Di nuovo rigoristi contro lassisti? Non proprio, visto che le posizioni tra gli Stati del Nord capeggiati dai tedeschi e quelli “periferici” all’italiana non sembrano, in questo caso, essere poi così polarizzate.

Ci aspetta comunque un autunno caldo condito da compromessi, dichiarazioni congiunte e “vertici decisivi”, con la speranza che gli obiettivi prefissati siano raggiunti, ma sempre con l’Unione politica, come dicono gli Inglesi, at the back of mind.

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