STRACULT: A CASA, MA NON IN SALOTTO

In difesa del cinema italiano che spacca“, recita lo slogan della trasmissione Stracult, ideata da Marco Giusti, già co-autore di Blob e Fuoriorario in coppia con Enrico Ghezzi, nonché avveduto critico cinematografico per Dagospia. Un messaggio che, in nuce, riassume gli ingredienti del programma più squisitamente cinefilo di tutto il palinsesto televisivo.

Il cinema italiano che spacca, che buca lo schermo, quello dei trashoni, dei poliziotteschi, degli amorazzi della commedia sessuo-pecoreccia, dei profluvi di sangue degli exploitation, dei fanta-spionaggio e dei fanta-horror all’italiana.

Quello, insomma, che convenzionalmente viene etichettato come cinema di Serie B, ma che di serie inferiore non è affatto, quello che per i tetri critici contemplanti gli alfieri della noia, dei Terrence Malick tanto per intenderci, è champagne che sa di piedi, non degno di essere degustato da raffinatissimi somelier quali loro credono di essere.

Certo, alcune delle opere che Giusti presenta fanno parte di sottogeneri che non tutti riescono ad apprezzare fino in fondo. Ma la chiave, il segreto del successo di Stracult sta tutto nel modo totalmente atipico in cui viene manifestata la viscerale passione per quella che è considerata come una subcultura.

Tutti sono invitati al banchetto del critico cinematografico più brillante che abbiamo in Italia, nessuno è eccettuatodalla condivisione di ricordi, a colori, e in bianco e nero, della nostra (altra) settima arte.

L’atmosfera è quella, distesa e paciosa, di un gran ritrovo tra amici, dove ognuno si sente a suo agio e a casa propria, e dove gli aneddoti e i retroscena si susseguono deliziosamente tra omaggi, documenti, memorie ed estratti di film. Il tutto è corredato dalla spiritosa conduzione del comico Paolo Ruffini, inframezzata dagli interventi musicali del gruppo vocale femminile le Voci Sole, sullo sfondo di un Teatro delle Vittorie scenograficamente arredato come un’ipotetica abitazione.

Che l’edizione di quest’anno ci dice essere di Marco Giusti (“A casa di Marco Giusti), ma che potrebbe tranquillamente essere la nostra, di tutti noi, un luogo in cui scambiare prosaicamente riflessioni e considerazioni su una passione che ci accomuna, senza l’assillo del registro solenne e della compostezza plastica da mantenere.

Siamo lontani anni luce dal salottismo caviar in salsa dandiniana, microcosmo esclusivissimo e autoreferenziale, intriso di retorica e puzza sotto il naso.

Il divano di Giusti, Ruffini, ma anche del rapper G-Max, del mago Scimermi del comico Circosta, ospiti abitudinari della trasmessione, è anche il nostro divano, sul quale, adagiati in maniera disinvolta, ammiriamo instancabilmente il nostro giocattolo preferito, come degli eterni fanciulli, con lo stesso stupore di quando abbiamo visto il nostro primo film.

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