IN ATTESA DI TAMPA E CHARLOTTE: STORIA E STORIE DELLA CONVENTION USA

E’ in vista delle elezioni presidenziali del 1832 che il partito antimassonico, nato da poco e all’epoca intenzionato come suggerisce il nome a combattere il vero o presunto strapotere della massoneria (il presidente in carica, Andrew Jackson era un ‘fratello’ così come il principale esponente dell’opposizione, Henry Clay, e le logge potevano contare su molti altri vip), decide di designare il proprio candidato a White House convocando una Convention che si svolge nel settembre del 1831 a Baltimora.

Dal congresso, emerge la figura di William Wirt che riuscirà persino a conquistare uno Stato nel novembre elettorale dell’anno successivo.

Subito, i repubblicani nazionali di Jackson e i whig – i due partiti allora dominanti – fanno altrettanto e da quel momento l’atto conclusivo della campagna interna (che dal 1912 in casa repubblicana e poco dopo tra i democratici si svolgerà e si svolge attraverso primarie e caucus per la selezione dei delegati) ai vari movimenti politici tesa alla scelta del candidato è appunto la Convention.

Mille  gli episodi da raccontare, mille e mille i compromessi, i trucchi e gli inganni nel tempo, in specie quando il quorum richiesto per essere nominati era fissato ai due terzi degli aventi diritto al voto.

(Chi voglia avere un’idea della lotta interna alle Convention nelle occasioni in cui nessuno dei candidati si fosse presentato o si presenti avendo già con sé la maggioranza richiesta dei delegati veda l’ottima pellicola ‘L’amaro sapore del potere’, sceneggiata da Gore Vidal, diretta da Franklin Scaffner e interpretata da Henry Fonda e Cliff Robertson).

Per fare un significativo esempio, i democratici, nel 1924, in quel di New York, riuniti al Madison Square Garden, dopo ben centodue infruttuose votazione che vedevano contrapposti Alfred Smith e William Gibbs McAdoo, scesero per sfinimento ad un compromesso optando per il classico ‘terzo uomo’, John Davis, dipoi travolto da Calvin Coolidge.

Ancora i democratici, nel 1932, vissero a Chicago una Convention molto contrastata.

Prevalse alla fine Franklin Delano Roosevelt ma non senza aver dovuto lottare contro il predetto Alfred Smith e con John ‘Cactus Jack’ Garner che, assolutamente opposto nel corso di tutta la campagna svoltasi nel Paese, all’improvviso e contro ogni aspettativa, fu convinto ad allinearsi con la promessa della vice presidenza.

Con l’andar del tempo e con l’affinarsi del sistema delle primarie e dei caucus, sempre più raramente tra i democratici come tra i repubblicani si è arrivati alla Convention senza che uno dei candidati in lizza avesse già raggiunto la maggioranza dei delegati necessaria per ottenere la consacrazione.

Ecco, quindi, che il tanto atteso e partecipato congresso, per quel che riguarda l’indicazione del pretendente a White House, si risolve, dal 1980 (nel precedente 1976 si confrontarono Gerald Ford e Ronald Reagan e la scelta cadde sul primo) nel partito dell’elefante e dal 1972 in quello dell’asino (nel 1968, era stato scelto Hubert Humphrey che non aveva neppure preso parte alle primarie), invero nella sola ufficializzazione di una decisione in effetti già presa.

Di più, ultimamente e come non accadeva in precedenza, i due schieramenti in corsa hanno preso l’abitudine di comunicare prima del via dei lavori il nominativo del compagno di cordata scelto dal candidato, ossia del designato alla vice presidenza.

In una cornice del tutto ‘americana’, tra canti, majorette, discorsi dei maggiorenti tesi ad illustrare il programma del partito, dichiarazioni di voto dei singoli Stati per bocca dei loro speaker, la kermesse politica parte e si svolge (spettacolo oramai e necessariamente studiato per catturare principalmente l’attenzione delle tv) per concludersi con l’immancabile proclamazione di ‘the best man’, l’uomo migliore, come in ogni caso viene definito colui che si spera possa conquistare nel successivo novembre lo scranno presidenziale.

E’ dopo le Convention, una volta concluso il lungo e massacrante confronto interno ai partiti per arrivare al dunque, che davvero prende il via la sfida per la Casa Bianca.

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