Solidarietà alla francese

“Tassaci” era il titolo di un ‘manifesto’ apparso nell’agosto dell’anno scorso sul settimanale Nouvel Observateur, in cui 16 esponenti di spicco del mondo imprenditoriale e finanziario francese, tra cui Liliane Bettencourt (proprietaria di L’Oréal) e Frédéric Oudéa (alla guida di Société Générale), chiedevano a gran voce un aumento della tassazione per i contribuenti francesi più benestanti.

Evidentemente l’atto della pubblicazione non era stato preceduto da una consultazione con il resto dell’elite economica della Nazione, perché ora che il nuovo Governo socialista di Hollande ha messo in pratica quella singolare richiesta, il flusso dei capitali privati in uscita dalla Francia sta subendo un’accelerazione senza precedenti, tanto da portare il quotidiano Le Figaro a definirlo un vero e proprio esilio fiscale.

Non contento di aver abbassato l’età pensionabile a 60 anni (mentre gli altri Paesi europei hanno premura di alzarla il più possibile) e di aver ridotto l’orario lavorativo a 35 ore settimanali, il presidente Hollande ha varato lo scorso 19 luglio una serie di nuove super-tasse destinate al ceto più abbiente: l’aumento dell’aliquota dal 41 al 45% per i redditi superiori a 150.000 euro, l’aumento al 75% per i redditi superiori al milione di euro (per la parte eccedente questa soglia) ed un contributo una tantum (0,55% – 1,8%) per i contribuenti con un patrimonio superiore a 1,3 milioni di euro, il tutto in nome di uno “sforzo per la giustizia e la solidarietà”, come l’ha definito il ministro Jérome Cahuzac.

Uno sforzo che tuttavia non sta affatto avendo i risultati sperati. Secondo i conti del Governo francese, la somma delle nuove imposte dovrebbe portare un introito extra di 7,2 miliardi di euro, ma solo se non vi fosse alcuna reazione da parte dei possessori di grandi patrimoni, che invece una reazione la stanno avendo, eccome: la fuga.

Beninteso, l’incidenza della tassazione in Francia con queste nuove imposte si allinea a quella italiana, secondo l’Istat al 47,3% nel 2012, vediamolo con un esempio specifico: una persona che guadagna 1.200.000 euro all’anno in Francia pagherà lo 0% fino a 6088 euro, il 5,5% fino a 12.146 euro, il 14% fino a 26.975 euro, il 30% fino a 72.317 euro, il 41% fino a 150.000 euro, il 45% fino al milione di euro ed il 75% dal milione di euro in su.

In media equivale ad una tassazione del 48%, una pressione fiscale non dissimile dalla nostra ma più che sufficiente -forse anche in previsione di ulteriori giri di vite- per scatenare la corsa all’acquisto di abitazioni di lusso a Londra e dintorni rilevata da Sotheby’s, Christie’s (le famose case d’aste), Foxtons e Knight Frank (due delle maggiori agenzie immobiliari britanniche), che segnalano un aumento del 32% negli ultimi tre mesi e del 55% da inizio anno nell’acquisto di immobili inglesi da parte di patrimoni francesi.

Gli effetti di una tale politica li pronostica la società finanziaria francese Natixis, che rende noto come “fra 2012 e 2013 è lecito attendersi una riduzione del 15% dei grandi patrimoni presenti in Francia”, il che risulterebbe in una perdita reale di gran lunga maggiore rispetto ai ‘mancati introiti’ virtuali conteggiati non modificando il regime fiscale preesistente.

Mentre il Premier inglese Cameron si sfrega le mani annunciando che stenderà un tappeto rosso di benvenuto ai capitali francesi in fuga, l’elite francese giustamente comincia a chiedersi quanto siano controproducenti questo tipo di riforme, figlie di un modello sociale che sembra ignaro della realtà che lo circonda.

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