Cosa lega l’Ilva di Taranto e gli ebooks ?

Da un lato una realtà da film espressionista, scenari da archeologia industriale, milioni di tonnellate di minacciosa sfumacchiante ferraglia, dall’altro la asettica impalpabile novità dei libri de- materializzati:  cosa diavolo possono avere in comune?

Ecco cosa: sono entrambi esempi di come la visione ambientalista di buona parte del mondo politico e intellettuale italiano (ma non solo) sia farisaica, ipocrita e superficiale.

Il provvedimento della magistratura ha reso evidente a tutti una ovvietà finora nascosta, e cioè che la applicazione dura e pura di molte norme ambientali può mettere a rischio importanti realtà occupazionali. Quando queste sono concentrate, altamente visibili ed organizzate, come a Taranto, scatta la forte unanime reazione, del mondo progressista e sindacale in primis: ehi, mica stiamo scherzando, non possono certo essere gli operai a pagare il conto del progresso nelle nostre politiche ambientali ! tutti d’accordo e, se il buon senso prevale, si graduerà la applicazione delle normative in funzione della loro sostenibilità non solo ambientale, ma anche economica.

Molto spesso però l’effetto di queste norme è ancora più drammatico per le realtà industriali, ma ha la caratteristica di essere diluito nel tempo e nello spazio, e quindi meno visibile e rilevante per chi difende non il bene comune, ma specifiche “constituencies”. I posti di lavoro, ed in generale la ricchezza generata da industrie sane, persi in seguito al protocollo di Kyoto per limitare le emissioni di CO2 sono enormemente superiori a quelli a rischio a Taranto, ma nessuno si lamenta perché avvenuti in modo meno clamoroso: se rinuncio ad un investimento per realizzarlo in paesi più “industry friendly”, o decido di lasciar morire e chiudere poco a poco un impianto, o lo faccio girare in modo inefficiente per paura di aumentare le emissioni, distruggo occupazione e ricchezza senza che nessun giornale o sindacato si preoccupi. Che la politica e la pubblica opinione si scandalizzino per ciò che fa più clamore piuttosto che per ciò che più conta, è tristemente inevitabile ma non per questo meno deplorevole.

Questo non per dire ovviamente che i bisogni economici o produttivi vengano sempre e comunque prima di quelli ambientali, ma per segnalare che una onesta analisi del vantaggio complessivo per la comunità di una decisione piuttosto che un’altra viene fatto solo in circostanze fortuite, come a Taranto, mentre viene invece sacrificata ad ipocrite e generiche affermazioni politicamente corrette negli altri casi.

Quando la lobby intellettuale progressista è invece colpita nelle proprie tasche dal progresso tecnologico ed ambientale, scatta invece la difesa corporativa, alla faccia di tutte le chiacchiere sulla sostenibilità. E qui viene il legame con gli e-books, il cui crescente successo è stato fortemente dibattuto ultimamente, con toni estremamente preoccupati: se gli autori e la case editrici arrivano a costo zero nelle case dei lettori, che fine faranno tutti gli intermediari (librerie in primis) che oggi campano grazie alla “fisicità” del libro ?

Il problema ovviamente esiste, e neppure a me piace l’idea di un mondo senza librerie: ma, si sa,io sono un vecchio conservatore con un pollice ecologico piuttosto tiepido. Chi invece si proclama ecologista e progressista dovrebbe salutare l’arrivo degli e-books come l’invenzione del secolo. Niente alberi abbattuti per  la carta; niente inchiostri inquinanti per la stampa; niente energia per la produzione; niente camion puzzolenti che consegnano tonnellate di prodotti a migliaia di punti vendita; niente magazzini riscaldati per le giacenze; niente macero per i tantissimi resi: evviva il prodotto con una impronta ecologica zero, come credo si dica oggi. Ed un prodotto inoltre a costi enormemente ribassati : la cultura al popolo, finalmente !

Stranamente, questo entusiasmo tra gli ambientalisti non lo vedo. Forse non è così strano, pensandoci: il caso degli e-books dimostra come il progresso ambientale non viene solo da proibizioni e autocensure, in una visione pauperistico-apocalittica della realtà, ma viene anzi solitamente proprio dalla odiata tecnologia.

Se a Manchester nell’800 avessero chiuso le fabbriche, invece di innovare i sistemi di produzione, oggi non saremmo magari un po’ meno ricchi ma più sani: saremmo molto più poveri e molto più malati. Che siano oggi i conservatori a credere nel progresso e nelle opportunità che l’ingegno umano può generare, compresa la possibilità di reinventare il “prodotto libro” ed il mestiere di libraio secondo nove esigenze, mentre i “progressisti” cercano di far girare il mondo all’indietro, è un paradosso cui ci dovremo abituare.

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1 comment for “Cosa lega l’Ilva di Taranto e gli ebooks ?

  1. 19 febbraio 2016 at 06:25

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