Il lungo percorso della crisi spagnola

La grave crisi economica in cui versa oggi la Spagna ha origini molto lontane e ben diverse da quelle degli altri Stati dell’Unione europea, riconducibili a tre fattori principali: il mercato del lavoro tra gli anni ’70 e ’90, l’andamento del salario reale e l’iniezione di liquidità dall’estero.

Questi tre fattori hanno concorso alla creazione di una vera e propria bolla immobiliare, scoppiata nel 2006, ben due anni prima della crisi dei subprime americani, che nell’ultimo triennio ha assestato il colpo finale ai conti pubblici iberici, trascinando la Nazione nella situazione odierna.

In primo luogo le serie storiche della Banca di Spagna evidenziano un sottoutilizzo della forza lavoro nei settori privati, in cui l’occupazione è aumentata del 32% dal 1976 al 2011, contro un aumento del 134% degli impieghi nel settore pubblico durante lo stesso arco di tempo.

Una distribuzione del lavoro chiaramente insostenibile, che ha portato ad una crescita del debito pubblico da una parte mentre il settore privato, in particolare il manifatturiero, rimaneva costantemente sottodimensionato per le esigenze di una Nazione delle dimensioni della Spagna.

Contestualmente, i salari reali per i dipendenti pubblici crescevano ad un tasso molto maggiore rispetto al settore privato, ed in media la Spagna manteneva un salario reale ed un potere d’acquisto tra i più bassi di tutta l’Unione Europea, mentre il costo della vita, ed in particolare delle abitazioni, proseguiva a crescere.

Anche per colpa di indicatori economici fuorvianti, la situazione spagnola dall’esterno continuava ad apparire molto migliore di quanto non fosse. L’aumento del prezzo della vita ed il boom del Pil dell’ultimo decennio, trainato dal settore edile all’apice della sua espansione, fornivano alla Spagna la garanzia di apparire un’economia solida ed in piena crescita, e pertanto le assicuravano la possibilità di ottenere finanziamenti dalla Bce a tassi agevolati.

L’iniezione di liquidità dall’esterno permise un certo lassismo nel concedere crediti e finanziamenti anche dietro scarse o nulle garanzie, e la forza lavoratrice spagnola approfittò dell’occasione per l’acquisto di beni, perlopiù case, a tassi estremamente agevolati rispetto al passato.

Questi tre fattori, uniti a due goffi e controproducenti tentativi di politica neoliberista, la Ley del Suelo de Espana del 1998 e una riforma precarizzante del mercato del lavoro varata nel 2002, portarono alla creazione ed allo scoppio della bolla immobiliare, che azzerò i risparmi delle moltissime famiglie spagnole che avevano investito nel mattone e fece impennare il costo dei mutui, portando il debito privato spagnolo al valore impressionante del 227% del Pil alla fine del 2010.

Non è stata la prima bolla immobiliare della storia e non sarà l’ultima (oggi sta succedendo lo stesso in Norvegia ed in Cina), ma tra le tante lezioni che possiamo trarre dai nostri vicini probabilmente la più importante è che la crescita si differenzia qualitativamente, tra sostenibile ed insostenibile, e per uscire dal momento depressivo che la nostra economia sta vivendo è essenziale puntare sulla crescita produttiva, come quella della conoscenza, che genera un ritorno di investimenti che non sia auto-referenziale, ma reale e duraturo.

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1 comment for “Il lungo percorso della crisi spagnola

  1. giorgio castriota santa maria bella
    14 luglio 2012 at 16:43

    Chiarissimo ed acuto. Complimenti!

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