Luciano Emmer, cineasta dimenticato

È una domenica di sole cocente in quel di Roma, dove una folla eteroclita e pittoresca di capitolini, di diversa estrazione sociale, si appresta a traslocare, con ogni mezzo possibile, verso le ridenti coste balneari del Lazio. Tavolini e sedie, pentole e piatti, bucatini e salsa di pomodoro, pane e vino casereccio, l’essenziale per una fugace gita fuori porta tipicamente romana. È una Domenica d’agosto (1950) sulla spiaggia di Ostia, ed è il debutto della commedia di costume all’italiana, firmato Luciano Emmer.

Nato a Milano nel 1918, fu, come il suo amico Dino Risi, un meneghino romanizzato, per il suo amore viscerale nei confronti della città eterna, cornice della sua florida filmografia, spesso maldestramente dimenticata. Come il regista de Il Sorpasso, inoltre, aveva iniziato (e presto abbandonato) i suoi studi in una materia che non gli era evidentemente consona : la giurispredenza. Decise infatti ben presto di virare verso la settima arte, facendosi le ossa nel campo del documentario a sfondo artistico, in coppia con il regista Enrico Gras, con il quale fondò l’esile casa di produzione Dolomiti Film. Nacquero così opere come Isole nella laguna, premiato con il Nastro d’Argento nel ’49, Racconto da un affresco, La distrazione, Picasso, Goya e Michelangelo, che rivoluzionarono, nella forma e nel linguaggio, i film d’arte dell’epoca.

La vera svolta, tuttavia, giunse con il già citato Domenica d’agosto, che, seppur dai molti dimenticato, fu l’antesignano del neorealismo tinto di “rosa”, con smaliziate storie sentimentali intrecciantisi su una snella trama ad episodi, nonché la prima pellicola a raccontare con umorismo il rito del weekend e dell’evasione.

Delicatezza e levità stilistica senza precedenti sono il marchio di fabbrica Emmer anche nei successivi lavori: l’esilarante Parigi è sempre Parigi (1951), con un Aldo Fabrizi in forma smagliante, turista strampalato all’interno di una comitiva italiana in transferta transalpina, l’equilibrato dramma Le ragazze di Spagna (1952) e il nostalgico Terza Liceo (1954) sulla bel âge delle fanciulle borghesi di Roma. Nel 1961, il capolavoro: La Ragazza in vetrina, narrante l’intenso incontro tra due stanchi minatori (Lino Ventur e Bernard Fresson) della provincia venetra e due meretrici conosciute tra le strade di Amsterdam.

Volge in seguito lo sguardo, come molti altri registi coevi, verso la nascente televisione, apportandole la linfa qualitativa, che aveva già in gran parte elargito nel mondo del cinema. È, per l’appunto, l’inventore principale dei Caroselli Televisivi (sua è la sigla), siparietti indelebili di un’Italia bella e spensierata che non esiste più.

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *